La longevità non è più soltanto una conquista sociale, ma una nuova voce di spesa che entra direttamente nei conti delle famiglie italiane. Nel 2025, secondo un’analisi del Centro Studi Coverflex condotta su oltre 65 mila lavoratori, le risorse destinate al cosiddetto family care sono state assorbite per il 54% dall’assistenza a genitori e nonni anziani, mentre la quota destinata ai figli a carico si è fermata al 44,6%. È un dato forte, che non va letto come la fotografia di tutta la spesa nazionale delle famiglie italiane, ma come un segnale molto concreto di come stanno cambiando i bisogni quotidiani di chi lavora e deve sostenere contemporaneamente figli, genitori anziani e spese domestiche.
Il sorpasso degli anziani sui figli nei bilanci di cura nasce da due fenomeni che procedono insieme: l’Italia vive più a lungo e fa sempre meno figli. Istat certifica che nel 2025 i nati residenti sono scesi a 355 mila, con una diminuzione di 15 mila unità rispetto al 2024, pari a meno 3,9%. Il numero medio di figli per donna è calato a 1,14, contro 1,18 nel 2024, mentre l’età media al parto è salita a 32,7 anni. Questi numeri spiegano perché il modello familiare tradizionale, costruito intorno alla crescita dei figli, stia lasciando sempre più spazio a un modello diverso, in cui la cura degli anziani diventa una delle principali urgenze economiche e organizzative.
Il peso dell’assistenza agli anziani cresce anche perché la non autosufficienza richiede servizi costosi e spesso prolungati nel tempo. Badanti, assistenza domiciliare, visite specialistiche, farmaci, trasporti sanitari, strutture residenziali e supporto quotidiano possono trasformarsi in una spesa stabile per anni. Nello stesso studio citato da Coverflex, chi utilizza il welfare aziendale per assistere genitori anziani destina in media circa 4.350 euro l’anno a questa esigenza, mentre per i figli la voce più importante resta l’educazione, con una spesa media cresciuta del 14%, da 1.968 euro nel 2024 a 2.249 euro nel 2025.
Il problema è che molte famiglie sostengono costi reali senza essere pienamente riconosciute dal sistema pubblico. Sempre secondo l’analisi citata, solo un dipendente su cinque tra coloro che usano il welfare per assistere i genitori anziani li ha formalmente dichiarati a carico. Tutti gli altri affrontano comunque spese e responsabilità, ma restano in larga parte fuori dai criteri più rigidi del welfare tradizionale. È qui che nasce la cosiddetta generazione sandwich, fatta di adulti che aiutano i figli da una parte e assistono genitori anziani dall’altra, spesso con stipendi che non crescono allo stesso ritmo dei bisogni familiari.
Anche la spesa pubblica conferma la pressione crescente della Long Term Care. Secondo il Rapporto OASI 2025 del Cergas Bocconi, la spesa pubblica complessiva per Long Term Care nel 2024, ultimo anno disponibile, ammontava all’1,61% del PIL; la parte destinata ai cittadini over 65 rappresentava il 72,3% di questa spesa, pari all’1,18% del PIL. Tuttavia, il rapporto segnala anche che la spesa pubblica per gli anziani non autosufficienti resta relativamente contenuta rispetto alla crescita dei bisogni e che le proiezioni indicano un futuro aumento legato all’invecchiamento della popolazione.
La conclusione è chiara: il bilancio delle famiglie italiane sta cambiando perché è cambiata la struttura stessa del Paese. Meno nascite, più anziani, più persone sole, più nuclei familiari piccoli e una vita media più lunga spostano il peso della cura dalla crescita dei figli all’assistenza della terza e quarta età. Non è una scelta ideologica, ma una conseguenza demografica. E se il welfare pubblico non riuscirà ad accompagnare questa trasformazione, sempre più famiglie rischieranno di trovarsi sole davanti a una domanda difficile: come sostenere chi invecchia senza impoverire chi lavora e senza togliere risorse ai figli?
Geo: Italia, con particolare attenzione al cambiamento demografico nazionale, al calo delle nascite e alla crescita dei bisogni di assistenza familiare.
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