Infermieri italiani tra eccellenza e fuga all’estero: il paradosso di una professione sempre più qualificata ma poco valorizzata di Yuleisy Cruz Lezcano
INFERMIERI, FORMAZIONE D’ECCELLENZA E FUGA ALL’ESTERO
Il paradosso italiano
(Di Yuleisy Cruz Lezcano)
La trasformazione della professione infermieristica in Italia, da percorso professionale a formazione universitaria, rappresenta uno spartiacque che va letto senza nostalgie e con uno sguardo ancorato alla realtà dei sistemi sanitari contemporanei. Il dibattito pubblico continua a oscillare tra chi rimpiange la “scuola infermieri” e chi rivendica la necessità della laurea, ma i dati della ricerca accademica e le testimonianze degli operatori raccontano una storia più complessa, in cui qualità della formazione, riconoscimento economico e prospettive di carriera sono elementi inscindibili.
Una infermiera del sud in un commento ci ricorda che l’accesso alle scuole infermieristiche non era affatto privo di selezione: “per entrare nelle scuole di infermieri bisognava affrontare un pubblico concorso con prova scritta e orale; al nord era facilissimo essere ammessi perché, essendoci parecchie alternative, la gente preferiva lavori meno gravosi e meglio pagati; al sud e nelle isole per passare gli orali dovevi sudare sette camicie… o avere ‘conoscenze’”. Non si trattava dunque di un sistema più equo o più efficiente, ma di un modello segnato da forti squilibri territoriali e da una scarsa attrattività della professione, tanto che già allora molti abbandonavano il percorso nel primo anno e la carenza di infermieri era una realtà diffusa.
La differenza sostanziale rispetto a oggi riguarda però il contenuto del lavoro. Le competenze richieste a un infermiere contemporaneo, come evidenzia la letteratura internazionale, spaziano dalla gestione di tecnologie complesse alla capacità decisionale autonoma, dalla presa in carico territoriale alla partecipazione alla ricerca clinica. “Proprio bei tempi non li chiamerei”, osserva un altro infermiere, sottolineando come le competenze tecniche e scientifiche attuali non siano minimamente paragonabili a quelle del passato. In questo senso, l’introduzione della laurea non è stata un vezzo accademico, ma un adeguamento necessario agli standard internazionali e all’evoluzione della medicina.
Il passaggio all’università ha inoltre aperto la strada a percorsi di specializzazione e a una possibile articolazione della carriera che, almeno sulla carta, dovrebbe valorizzare competenze avanzate. Master, lauree magistrali e dottorati rappresentano oggi strumenti fondamentali per sviluppare figure come l’infermiere di famiglia, il case manager o lo specialista in area critica. Tuttavia, è proprio su questo terreno che emergono le contraddizioni più evidenti del sistema italiano. Le opportunità di crescita restano spesso limitate, bloccate da logiche organizzative rigide o da meccanismi percepiti come poco meritocratici. Un infermiere prossimo alla fine della carriera sintetizza efficacemente questo sentimento: “se non fossi a fine carriera, mi licenzierei dal pubblico e me ne andrei all’estero… le aziende sanitarie non offrono sbocchi di carriera se non a chi è il designato, non si guardano le competenze”.
La questione economica amplifica il problema. Nonostante l’elevato livello di formazione, gli infermieri italiani risultano tra i meno retribuiti in Europa. Questo squilibrio ha radici profonde e precede l’introduzione della laurea. Già con l’apertura dei mercati del lavoro europei favorita dagli accordi di libera circolazione, molti professionisti hanno iniziato a migrare verso Paesi in grado di offrire condizioni migliori. Oggi il fenomeno ha assunto dimensioni strutturali: ogni anno migliaia di infermieri lasciano l’Italia, attratti da stipendi più alti, migliori condizioni di lavoro e reali possibilità di sviluppo professionale.
Le testimonianze raccolte tra gli operatori smontano la retorica del “furto” di personale da parte dei Paesi stranieri. “Fanno bene i paesi europei a prendere gli infermieri italiani”, si legge in una delle opinioni più diffuse, “offrono più soldi, tutele, rispetto per la professione”. In questa prospettiva, la mobilità internazionale non è un’anomalia, ma una conseguenza diretta di un mercato del lavoro competitivo, in cui i professionisti scelgono dove le loro competenze vengono meglio riconosciute.
Eppure, l’impatto per il sistema sanitario nazionale è significativo. L’Italia investe nella formazione universitaria degli infermieri, sostenendo costi rilevanti, ma fatica a trattenerli. Le università diventano così, di fatto, un bacino di reclutamento per altri Paesi, che intercettano i giovani già durante il percorso di studi. Il risultato è un paradosso: mentre la domanda interna cresce e la carenza di personale si aggrava, il capitale umano formato viene valorizzato altrove.
Il nodo centrale, dunque, non è la laurea in sé, ma ciò che viene dopo. Senza un adeguato riconoscimento economico, senza percorsi di carriera chiari e senza un’organizzazione del lavoro capace di valorizzare le competenze acquisite, anche il sistema formativo più avanzato rischia di diventare inefficace. La laurea ha reso la professione infermieristica più qualificata e più allineata agli standard internazionali, ma non ha risolto — e in alcuni casi ha reso più evidente — il divario tra formazione e valorizzazione.
In questo contesto, l’esperienza all’estero viene vista da molti non come una fuga, ma come un’opportunità. “Invito tutti i giovani colleghi a vivere esperienze all’estero”, racconta un ex espatriato, sottolineando come il confronto con altri sistemi sanitari possa arricchire competenze e visione professionale. Il problema, semmai, è la difficoltà di rientrare in un sistema percepito come poco aperto al cambiamento.
La fine delle scuole professionali e l’introduzione della laurea non hanno creato la carenza di infermieri, né l’hanno risolta. Hanno però cambiato radicalmente il profilo della professione, rendendo ancora più urgente affrontare le questioni strutturali che ne condizionano l’attrattività. In assenza di interventi su salari, carichi di lavoro e percorsi di carriera, il rischio è che l’Italia continui a formare professionisti altamente qualificati destinati a costruire altrove il proprio futuro, lasciando irrisolto un problema che affonda le radici ben prima della riforma universitaria.
Geo: Italia. Il sistema sanitario italiano forma professionisti altamente qualificati, ma fatica a trattenerli, alimentando un fenomeno crescente di emigrazione verso Paesi con migliori condizioni lavorative
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