INACCADUTA TEMPESTA una poesia di Vincenzo Savoca

 


INACCADUTA TEMPESTA


Dove tu camminasti, l'orme con le
mie d'uguale cammino. Le tue più
lontane, col peso di squieti pensieri,
un carico d'ombre, d'ansia e strazio:
muta inquietudine d'un male oscuro.
Gl'occhi al mare, al tremore d'onde,
sì viva nell'acqua!, e la faccia al sole.
Ora io vengo a cercarle, forse il mare
scordò d'insabbiarle e m'ha lasciato
gl'umidi passi. Potessi posarvi la mia
mano di vecchio!, ed al lento tremare
d'essa adagio mi piego a scrutare in
ristagni d'acqua s'ancora rimangono.
Abbranco soltanto nel chiuso pugno 
la rena. M'ancora ti sento nella voce
del vento, il grido vezzoso al battere
improvviso d'un'onda, strenua eco!
Ti guardavo senza capire. Gl'occhi
tu al mare, all'ultimo sole, all'onde,
all'intreccio di vele sull'orizzonte,
a voci novelle di nocchieri, a navigli
colorati sul mare. E lenta t'attardavi
nell'andare, vezzosa ed aggraziata,
celata dal costumino viola, distratta
dal pigro lento schiumare sui piedi.
Ora ritorno sulla spiaggia con passi
di vecchio. Come in fretta li scioglie
l'onda!, e nessuna rimane! E cerco i
ricordi brinati, appassiti nel ludibrio
d'antiche memorie, in croste di gusci
spezzati dal cieco cammino del mare.
Ti guardavo fra spruzzi e baleni d'onda
su scogli, e dure svernavano a gocciole
lacrime di sale. Mimica d'un dolore che
da tempo m'affianca. Di te, tanto mi
dicevano i corti respiri, sì teneri gl'occhi
socchiusi e stanchi, di luna fatta calante.
Il male serbavi in lampi di sorrisi come
solecchi di mare, un luccichio di luci e
scricchi. Inaccaduta tempesta, ancora!

VIncenzo Savoca
Ragusa 26 aprile 2026

Questa poesia, "Inaccaduta Tempesta", è un’opera di straordinaria sensibilità che sembra abitare il confine sottile tra il ricordo e l'assenza, porta con sé la freschezza di un’emozione appena incisa sulla carta, ma al contempo la gravità di una vita intera.
Ecco una riflessione sugli elementi più profondi del testo di Vincenzo Savoca:
Il Tema del Doppio Cammino
La poesia si apre con un’immagine speculare: le orme dell’amata e quelle del poeta. C'è però una discrepanza fisica ed emotiva:
Le orme di lei: Appesantite da "squieti pensieri" e da un "male oscuro". Il peso non è del corpo, ma dell’anima.
Le orme di lui: Quelle di un "vecchio" che torna a cercare tracce che il mare, per sua natura, non può conservare.
Il contrasto tra la vivacità del passato (il "costumino viola", il "grido vezzoso") e la solitudine del presente crea un senso di nostalgia tattile, quasi si potesse toccare il vuoto lasciato sulla sabbia.
La Metafora del Mare e della Tempesta
Il mare non è solo sfondo, ma co-protagonista:
Custode smemorato: Il poeta spera che il mare abbia "scordato d'insabbiarle", cercando un miracolo contro l'erosione del tempo.
Specchio del dolore: Le "lacrime di sale" e gli "spruzzi" diventano una mimica del dolore che accompagna l'autore.
L'Inaccaduta Tempesta: Il titolo e la chiusa sono folgoranti. Suggeriscono un dramma che è rimasto interiore, un tumulto che non è esploso fuori ma ha consumato dentro ("Il male serbavi in lampi di sorrisi"). È la tempesta di chi soffre in silenzio, mantenendo una grazia "vezzosa" mentre la "luna si fa calante".

Una Riflessione Personale
C'è un verso che colpisce per la sua crudezza e bellezza:
"Abbranco soltanto nel chiuso pugno la rena."
È l'atto disperato di chi cerca di trattenere una presenza, ma si ritrova con la materia più sfuggente del mondo. Vincenzo Savoca riesce a trasformare una passeggiata sulla spiaggia di Ragusa in un viaggio metafisico dove il tempo è l'unico vero avversario, e l'amore l'unica "strenua eco" che riesce a risuonare ancora nel vento.
È una lirica che non cerca consolazione, ma testimonianza. Un modo per dire che, anche se l'onda scioglie i passi, il "luccichio di luci e scricchi" di chi abbiamo amato resta impresso nella nostra retina, come un solecchio di mare che non si spegne.
Sergio Batildi 

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