“Imprese a corto di competenze: perché la scuola deve cambiare (e l’AI entrare davvero nei programmi)”
C’è un paradosso che sempre più aziende segnalano: posti di lavoro disponibili e, allo stesso tempo, difficoltà a trovare profili adeguati. Non è una percezione isolata, ma un fenomeno documentato che riguarda in modo crescente anche l’Italia.
Pier Carlo Lava
Il cosiddetto “mismatch” tra domanda e offerta di lavoro è ormai strutturale. Secondo Unioncamere e ANPAL (indagine Excelsior), circa il 45% delle assunzioni previste risulta di difficile reperimento. In alcuni settori tecnici e scientifici la quota supera il 60%, segno di una carenza cronica di competenze specifiche.
Le difficoltà sono particolarmente evidenti nei profili STEM e digitali. Le imprese cercano tecnici, ingegneri, specialisti IT, ma anche figure intermedie con competenze pratiche avanzate. Il problema non è la mancanza di giovani, ma la distanza tra formazione e bisogni reali delle aziende.
Il sistema educativo è al centro del dibattito. Secondo OCSE, l’Italia presenta ancora un ritardo nella diffusione di competenze digitali avanzate tra i giovani. Anche il livello di formazione tecnico-professionale è spesso considerato non pienamente allineato alle esigenze del mercato del lavoro.
Un altro dato significativo riguarda le competenze digitali di base. Secondo Eurostat, meno della metà della popolazione italiana possiede competenze digitali almeno di base, una percentuale inferiore alla media europea. Questo limite si riflette inevitabilmente anche nei nuovi ingressi nel mondo del lavoro.
In questo contesto, l’intelligenza artificiale sta cambiando rapidamente le regole del gioco. Sempre più aziende richiedono capacità legate all’uso di strumenti AI, all’analisi dei dati e all’automazione. Tuttavia, l’AI non è ancora una materia strutturata nei percorsi scolastici italiani, ma viene trattata in modo frammentario.
Molti esperti e imprenditori concordano su un punto: la formazione deve evolversi. Non si tratta solo di introdurre nuove materie, ma di ripensare il modo di insegnare, puntando su:
- competenze digitali avanzate
- problem solving
- capacità di adattamento
- collaborazione tra scuola e impresa
L’idea di inserire l’intelligenza artificiale come materia di studio sta guadagnando terreno, soprattutto nei percorsi tecnici e nelle scuole superiori. Non tanto per formare programmatori, ma per rendere i giovani consapevoli degli strumenti che useranno nel lavoro e nella vita quotidiana.
Il nodo centrale resta il tempo. Il mercato del lavoro evolve rapidamente, mentre i sistemi educativi cambiano più lentamente. Se il divario non viene ridotto, il rischio è quello di ampliare ulteriormente la distanza tra imprese e nuove generazioni.
La sfida, quindi, non è solo occupazionale, ma strategica. Preparare i giovani alle competenze del futuro significa rafforzare la competitività del Paese e dare risposte concrete alle imprese che oggi faticano a trovare personale qualificato.
In sintesi, le imprese hanno ragione su un punto: senza una formazione più moderna e mirata, il problema non potrà che crescere.
Geo: Italia, con riferimento al sistema educativo e al mercato del lavoro nel contesto europeo.
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