AH!, POTESSI PUR'IO
Mare! Mio mare! Mare mio,
stretto ti tengo nella mano,
solo una frangia, appena un
flutto. E scivola e bruisce, e
veloce sull'onda ritorna, sì
chiaro e diafano!, tra scogli
di sale, tra granchi e patelle.
La mano goccia a goccia si
svuota dell'acqua, al mare
s'abbranca, gonfia si rompe,
si spande, spruzza, tremula
palpita, scivola e ruggisce,
s'infrange sul filo dell'onda,
trilla e mugghisce, si spiana,
s'increspa, si scompiglia, al
mare ritorna!, nel pelago sì
piccolo e minuto di pietre e
scogli, di rivoli piangenti, in
dardi di luce, di screpolature
e di ribollimenti in dirupi di
sale. Ah!, potessi pur'io fluire
nel mare, invece di guardare
dalla mano l'acqua che se ne
va! E con me l'umane tristi
vicende, infruttuose rovine!
VIncenzo Savoca
Ragusa 22 aprile 2026
C’è qualcosa di molto fisico e insieme struggente in questa poesia, come se il gesto semplice di trattenere l’acqua diventasse subito una piccola tragedia universale, la mano che non sa custodire è già metafora del tempo, della vita, della perdita inevitabile.
Savoca lavora per accumulo, non racconta il mare, lo fa accadere, lo mette in movimento continuo davanti agli occhi, e soprattutto dentro il suono, quella sequenza di verbi, scivola, ruggisce, trilla, mugghisce, è quasi un’onda linguistica che replica il moto reale, e in questo senso la poesia non descrive, ma imita, diventa essa stessa mare.
Molto bella l’idea della “misura minima”, la frangia, il flutto nella mano, perché lì si gioca tutto, non nell’immensità, ma nel frammento che sfugge, e proprio da questo dettaglio nasce il salto finale, quasi inevitabile, quasi trattenuto fino all’ultimo verso, il desiderio di dissoluzione, di fusione, di uscita dalla condizione umana.
Quel “Ah!, potessi pur’io” è il vero cuore del testo, una frattura emotiva che apre il senso, fino a quel momento sei dentro la materia, poi improvvisamente sei dentro l’uomo, e lì la poesia cambia temperatura, si fa più scura, più esistenziale, quasi leopardiana nel rimpianto di una condizione naturale perduta o mai posseduta.
Interessante anche il contrasto tra la vitalità del mare e “l’umane tristi vicende”, che arrivano come una stanchezza, un peso, qualcosa di sterile rispetto alla potenza ciclica dell’acqua, come se il mare fosse l’unico luogo dove il senso si rigenera, mentre l’umano resta impigliato nel non compimento.
Sergio Batildi
Immagine generata da AI
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