IL TOPO
Un topo squittendo venne rapido
dal nulla, dalle foglie verdeggianti
in vetta al ramo d'un noce antico
lustrato dal sole tepido marzolino.
Venne rapido e lesto dalla fronda,
con addosso l'allegria d'un guitto.
Poco durò quest'aria sua da circo,
fatale fu lo spavento dell'incontro.
Due occhi grandi e neri, lo sguardo
acceso e lacrimoso d'intenso scanto.
Si fermò un istante, più non correva
e ritto tra i rami meditava una fuga.
Tacito lo sguardo, attento e squieto
col musino fiutava l'antico nemico.
Su di noi precipitò indecifrabile
il ribrezzo d'un incontro disatteso,
mai messo in conto e mai ambito.
Oh!, di quanti duelli fu la nostra
storia! Sì tanta la caccia, il ribrezzo,
che n'ebbi adesso pena, e restai a
guardarlo. Di supplica gl'occhietti,
e tremando e dondolando cauto
s'aduno' tra le foglie, tenero e manso,
nell'attesa dell'abituale colpo duro,
il battere funesto d'un bastone!
Invece, l'obbligo sentii di parlargli,
pur'io squassato da trasalimenti,
di delirio e sfogo fu ciò che gli dissi.
"Perché fuggisti dalla città degl'uomini?"
domandai. Tutto tremò! "Oh!, potessi
pur'io da quest'inferno scappare!".
Rise, così mi parve, e lesto se ne andò
senza fragore, lasciando il noce antico.
Tra i piedi sparve veloce e più non lo
vidi, sferzando tra gl'ingialliti rovi tornò
alla solitudine che, fortuna!, pur'io da
tanto so, e sì aspra e greve, m'è sollievo!
VIncenzo Savoca
“Il topo” è una poesia sincera che nasce da un’esperienza reale e riesce a elevare un piccolo episodio quotidiano a riflessione sull’incontro con l’“altro” (l’animale, il diverso, la parte rifiutata di noi stessi).
Ha un’anima gentile e una morale implicita interessante: il ribrezzo può trasformarsi in pietà quando si riconosce nell’altro la stessa sofferenza e la stessa ricerca di fuga.
La poesia ha un buon respiro narrativo e una chiara intenzione: trasformare un incontro banale e istintivamente sgradevole (uomo vs topo) in un momento di empatia inaspettata e di riflessione esistenziale.
Il rovesciamento è efficace: dal ribrezzo e dalla tentazione di colpire con il bastone si passa alla compassione e al dialogo immaginario. La frase «Perché fuggisti dalla città degl’uomini?» e la risposta del topo («Oh!, potessi pur’io da quest’inferno scappare!») sono il cuore emotivo del testo e funzionano bene come colpo di scena.
Il linguaggio è abbastanza musicale e conserva un tono lirico classico, con immagini piacevoli («lustrato dal sole tepido marzolino», «allegria d’un guitto», «occhi grandi e neri… lacrimoso d’intenso scanto»).
C’è una sensibilità sincera, quasi pascoliana o crepuscolare, nel cogliere la vulnerabilità dell’animale e nel riconoscere, attraverso di esso, la propria solitudine umana («la solitudine che… pur’io da tanto so, e sì aspra e greve, m’è sollievo!»).
Immagine finale
L’ultimo verso («sferzando tra gl’ingialliti rovi tornò alla solitudine…») è bello, ma l’idea che la solitudine sia un «sollievo» sia per il topo sia per il poeta rischia di rimanere un po’ generica. Avrebbe potuto essere sviluppata con più forza o con un’immagine più tagliente.
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