Il topo, una poesia di Vincenzo Savoca

 IL TOPO


Un topo squittendo venne rapido
dal nulla, dalle foglie verdeggianti
in vetta al ramo d'un noce antico
lustrato dal sole tepido marzolino.
Venne rapido e lesto dalla fronda,
con addosso l'allegria d'un guitto.
Poco durò quest'aria sua da circo,
fatale fu lo spavento dell'incontro.
Due occhi grandi e neri, lo sguardo
acceso e lacrimoso d'intenso scanto.
Si fermò un istante, più non correva
e ritto tra i rami meditava una fuga.
Tacito lo sguardo, attento e squieto
col musino fiutava l'antico nemico.
Su di noi precipitò indecifrabile
il ribrezzo d'un incontro disatteso,
mai messo in conto e mai ambito.
Oh!, di quanti duelli fu la nostra
storia! Sì tanta la caccia, il ribrezzo,
che n'ebbi adesso pena, e restai a
guardarlo. Di supplica gl'occhietti,
e tremando e dondolando cauto
s'aduno' tra le foglie, tenero e manso,
nell'attesa dell'abituale colpo duro,
il battere funesto d'un bastone!
Invece, l'obbligo sentii di parlargli,
pur'io squassato da trasalimenti,
di delirio e sfogo fu ciò che gli dissi.
"Perché fuggisti dalla città degl'uomini?"
domandai. Tutto tremò! "Oh!, potessi
pur'io da quest'inferno scappare!".
Rise, così mi parve, e lesto se ne andò
senza fragore, lasciando il noce antico.
Tra i piedi sparve veloce e più non lo
vidi, sferzando tra gl'ingialliti rovi tornò
alla solitudine che, fortuna!, pur'io da
tanto so, e sì aspra e greve, m'è sollievo!

VIncenzo Savoca
Ragusa 7 aprile 2026

“Il topo” è una poesia sincera che nasce da un’esperienza reale e riesce a elevare un piccolo episodio quotidiano a riflessione sull’incontro con l’“altro” (l’animale, il diverso, la parte rifiutata di noi stessi). Ha un’anima gentile e una morale implicita interessante: il ribrezzo può trasformarsi in pietà quando si riconosce nell’altro la stessa sofferenza e la stessa ricerca di fuga.

La poesia ha un buon respiro narrativo e una chiara intenzione: trasformare un incontro banale e istintivamente sgradevole (uomo vs topo) in un momento di empatia inaspettata e di riflessione esistenziale. Il rovesciamento è efficace: dal ribrezzo e dalla tentazione di colpire con il bastone si passa alla compassione e al dialogo immaginario. La frase «Perché fuggisti dalla città degl’uomini?» e la risposta del topo («Oh!, potessi pur’io da quest’inferno scappare!») sono il cuore emotivo del testo e funzionano bene come colpo di scena.

Il linguaggio è abbastanza musicale e conserva un tono lirico classico, con immagini piacevoli («lustrato dal sole tepido marzolino», «allegria d’un guitto», «occhi grandi e neri… lacrimoso d’intenso scanto»).

C’è una sensibilità sincera, quasi pascoliana o crepuscolare, nel cogliere la vulnerabilità dell’animale e nel riconoscere, attraverso di esso, la propria solitudine umana («la solitudine che… pur’io da tanto so, e sì aspra e greve, m’è sollievo!»).

  • Immagine finale L’ultimo verso («sferzando tra gl’ingialliti rovi tornò alla solitudine…») è bello, ma l’idea che la solitudine sia un «sollievo» sia per il topo sia per il poeta rischia di rimanere un po’ generica. Avrebbe potuto essere sviluppata con più forza o con un’immagine più tagliente.


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