Dentro-Fuori-Altrove
(prosa poetica)
Si partiva per smarrirsi, ovunque la via conducesse — dentro, fuori, altrove. Era un abbandono intenso e lieve, un silenzio sulla soglia dell’impossibile dove i fremiti si svelavano nudi. I sentieri a volte sbiadivano: l’effimero diventava rifugio, custodito da un mistero profondo. Sembrava un sogno, o la nebbia che quietamente avvolgeva tutto e bussava alla porta.
Il filo, dentro e fuori, si annodava intrecciandoli: una sorgente, una radice d’esistenza sotto la cortina, una pelle che chiamava. Sussurri lenti aprivano una danza segreta. Un palcoscenico dell’impossibile affiorava in quell’abbandono — occhi chiusi per ascoltare l’intimo. Sulla soglia, la nebbia era fiducia: un lasciar andare senza timore.
Un filo teso tra polso e distanza tirava piano; il sentiero smarrito era forse soltanto un respiro che cambiava direzione. Il silenzio lo accompagnava. La luce, enigmatica, inclinava. Il filo tremava ancora e ancora; la soglia alle spalle pareva una casa — la nostra casa.
Tracce e orme portarono alla foce. Il sole restò intero; la luna, paziente, lo guidò al mare. Il fiume tacque e si smarrì oltre il giorno e la notte, oltre il loro tocco. Nei riverberi riemersi, i nomi presero fiato e si riconobbero. Un ultimo gesto — una mano sfiorando la riva — chiuse il cerchio.
Dalla raccolta < Frammenti >
@Silla Maria Campanini - Tutti i diritti riservati
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