Quando Vincenzo Savoca scrive “Canto!, e canto!”, non ci consegna soltanto una poesia, ma un viaggio interiore potente e visionario, in cui la natura diventa specchio dell’anima e il canto si trasforma in resistenza, desiderio e destino. In questi versi si avverte fin da subito una tensione profonda tra luce e ombra, tra aspirazione e limite, tra slancio verso l’infinito e inevitabile caduta. L’insetto protagonista non è solo una figura naturale: è metafora dell’uomo, fragile e ostinato, che tenta di elevarsi, di raggiungere una forma di bellezza assoluta, anche a costo di consumarsi. Il paesaggio che lo circonda è vivido, quasi scultoreo, fatto di alberi antichi, cieli slabbrati e venti sospesi, e diventa parte integrante della narrazione, amplificando ogni emozione.
Pier Carlo Lava
CANTO!, E CANTO!
Un insetto, forse cicala
oppure grillo, a fatica
s'inerpica sopra un albero
centenario, forse carrubo
oppure ulivo, contorto e
rappreso d'antiche stagioni.
In cima arriva, s'abbruciate
chiome, pallido e lasso.
Il sole soltanto ad un palmo,
nel subbuglio di foglie mosse
dal vento. Ed il cielo come
un muro sbrecciato d'azzurro.
E canta!, canta!, con strenua
voce all'infinita coltre d'aria
immobile e di muto favellare.
Di questa mutezza, colpevole
è il vento che immoto ora sta
all'ascolto su cime di fronde,
del canto che la pace rompe.
Pallida una palma laggiù d'ansia
freme, ne aspetta una carezza.
Prigioniera ell'e' d'una bellezza
malata, d'aspide ebbe il morso!
Ed ancora canta!, e canta!,
l'ambito rude omaggio al giorno
armonico ed ancora accozzato
su slabbrati tremuli orizzonti.
Ma poco dura sì tanta bellezza!
Di larghe tenebre viene la notte
e tutto si fa alieno e distaccato,
l'insetto racchiude in bolle
di terrore, e più non canta!,
non canta! In silenzio guarda
il crine d'argento del firmamento.
La luna da nude matasse tesse
fili d'argento e d'artificio appare
una scala. E sale!, sale!, l'insetto
fra le stelle. Che meraviglia la
strada dove un tempo stavano
i sogni! E che brividi cova questo
silenzio! E tale fu lo spavento che
dall'orlo del cielo quaggiù cadde!
L'ho trovato al mattino nell'orto,
laceri gl'arti e con l'occipite rotto.
Più non canta!, più non canta!
Il vento ha raggiunto la palma,
e sottovoce parlano di suicidio.
La luna scaltra ha mutato i fili
d'argento in fremiti di stelle.
E mentre la morte muta rapisce
l'insetto, pian piano dal cuore
mi parla l'ardore d'un tempo.
Canto!, e salgo!, salgo!, e canto!,
fuori d'ogni gabbia, sulla strada
della processione dei sogni, tra
raggi di sole come lame, in mezzo
a disordinate illusioni consumate
da tempo, morte e sepolte. Che
meraviglia l'eternità!, e laggiù
l'impuro torto mondo d'uomini,
misero brillìo tra fiamme di luce.
Recensione
La poesia si sviluppa come una parabola esistenziale, in cui il canto rappresenta la voce dell’essere, il bisogno di esprimersi e di esistere pienamente. Nella prima parte domina la luce: intensa, quasi accecante, simbolo di una bellezza che affascina ma consuma. L’insetto canta con ostinazione, rompe il silenzio, sfida l’immobilità del mondo. Questo canto è un atto di coraggio, una dichiarazione di presenza contro il vuoto.
Poi arriva la notte, e con essa la frattura. Il silenzio prende il sopravvento, il canto si spegne, la paura si insinua. È il momento della crisi, della caduta, del confronto con il limite. Tuttavia, proprio qui Savoca introduce una visione sorprendente: la luna tesse fili d’argento, appare una scala, e l’insetto sale tra le stelle. È un’immagine di straordinaria potenza simbolica, che trasforma la morte in passaggio, la fine in possibilità.
Ma la poesia non si rifugia nella consolazione. Il corpo ritrovato nell’orto riporta tutto alla realtà, alla concretezza della caduta. Eppure, il canto non muore davvero. Si trasferisce, si rigenera nella voce poetica. “Canto!, e salgo!, salgo!, e canto!” diventa così una dichiarazione di rinascita, una sfida alla finitudine.
Dal punto di vista stilistico, Savoca costruisce un tessuto poetico ricco e vibrante, fatto di immagini incisive e di un ritmo sostenuto dalle ripetizioni. Il linguaggio è evocativo, mai gratuito, e la natura diventa elemento vivo, specchio delle tensioni interiori. Si percepiscono echi di Pascoli nella capacità di elevare il dettaglio naturale a simbolo universale, ma anche una tensione più drammatica, quasi contemporanea, che rende il testo profondamente attuale.
“Canto!, e canto!” è una poesia che parla di sogni, di cadute e di resistenza. È il racconto di un tentativo, di un rischio, di una perdita e di una rinascita. Vincenzo Savoca ci ricorda che anche quando il canto si spegne, resta la possibilità di ricominciare, di trasformare la caduta in nuova voce. E forse è proprio questo il senso più profondo della poesia: continuare a cantare, anche nel silenzio.
Geo
Vincenzo Savoca, autore di Ragusa, si inserisce nel panorama della poesia contemporanea con una scrittura intensa e simbolica. Alessandria today continua a promuovere la poesia come forma viva di espressione e riflessione, valorizzando autori capaci di raccontare il presente attraverso immagini potenti e universali.
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