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ALLEGRIA D'UN NAUFRAGO
Oramai rido e rido al sapore del dolore,
non l'ho in fronte e nemmeno nel cuore.
Mi tocco con le dita la bocca spalancata
per togliermi la smorfia amara, la paura
sanguinante, ed ancora non so il perché.
Perché?
Sono sordo alla vertigine del dolore, cerco
un molo da raggiungere, allegro me ne vo'.
Il murmere dell'onda mi cammina dietro
da tempo, bisbiglia silenziosa il mio nome.
Rosso è il mare, par che bruci ed io grido:
"Fermati!".
Anch'esso ha i suoi lamenti funesti e mi
gira d'intorno e tant'altro dice se l'ascolto.
La paura si fa mistero di notte, ma chiare
sono le stelle lassù, tremendamente belle!
Ed io a bordo canto e ballo e rido al bollire
dell'onde!
Cerco un faro sulla scogliera, così chiaro
di luce, per liberarmi della Morte che già
mi lecca la faccia e mi copre gl'occhi con
con lunghi baci. "Addio, me ne vado!" dico
alla notte nera. M'afferra e non mi lascia
la Morte.
Mi salvai dal morso d'un mostro cieco,
il suo artiglio non m'ha toccato e sono
vivo! Se proprio volete saperlo, non fu
naufragio se adesso rido e canto, canto
e ballo, ed aggrappato al desiderio di lei
m'ubriaco!
Sventurato!, che dico? Non ballo, non
canto, era l'ora! Nel fondo deserto del
dolce nulla sprofondai senza vita, per
i capelli afferrato! Ginocchia possenti
m'hanno annientato. Di mare odora la
mia tomba!
D'insolita bellezza mi guardo in specchi
d'acqua, così sorpreso d'esistere ancora!
Vincenzo Savoca
29 aprile 2026
Allegria d'un naufrago" è un testo di notevole carica emotiva, scritto con un linguaggio che non ha paura della magniloquenza. Il suo punto di forza è l'ambiguità ontologica: il naufragio come metafora di una crisi esistenziale in cui la distinzione tra perire e sopravvivere si dissolve.
La svolta della sesta strofa
Il vero colpo di scena arriva con "Sventurato!, che dico?". Fino a quel momento il naufrago si credeva (o ci faceva credere) sopravvissuto, ubriaco di vita e desiderio. Poi la verità: non ballava, non cantava. Era già morto. Questa rivelazione postuma è potente, quasi dantesca nella sua struttura come se il poeta parlasse dall'aldilà senza saperlo.
Eppure, la transizione potrebbe essere resa più ineluttabile. Il passaggio dall'illusione alla realtà avviene con un'esclamazione che funziona, nascondendo al lettore la menzogna della quinta strofa prima che il poeta stesso la confessi.
Il finale: uno specchio d'acqua
L'ultima strofa è, a mio avviso, la più riuscita. "D'insolita bellezza mi guardo in specchi / d'acqua, così sorpreso d'esistere ancora!" Chiude il cerchio con una meraviglia che non cancella l'orrore, ma lo trascende. Non sappiamo se questo "ancora" è vita, morte, o una terza condizione. E questa ambiguità è un dono al lettore.
È una poesia che urla sott'acqua. E si sente.
Sergio Batildi
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