Esse non riguardano certamente la ferma e totale condanna dell'orribile e insensata violenza commessa verso un diciottenne del Fronte della Gioventù da suoi coetanei di Avanguardia Operaia.
Le perplessità e le obiezioni riguardano in realtà il fondato sospetto che questa iniziativa, invece della solenne iscrizione nella toponomastica cittadina della condanna e del rifiuto definitivi della violenza politica in sé, sia piuttosto uno strumento per tentare la revisione della storia a favore della destra-fiamma tricolore.
Ne è conferma il fatto che analoga intitolazione è già stata da questa destra promossa in varie città nel passato e che in altre lo viene nel presente.
Non v’è dubbio che le vittime della violenza politica, di qualsiasi parte siano, devono essere accomunate in un’unica umana pietas; tuttavia, non per questo, qualsiasi loro appartenenza diventa accettabile; nemmeno ricorrendo retoricamente a una pretesa pacificazione che mai potrà esserci prima del ripudio esplicito e praticato del fascismo, di quello storico e di quello riemergente.
Così cinque anni fa l'intitolazione di uno spazio cittadino a Norma Cossetto fu il tentativo di far dimenticare le atrocità fasciste commesse nelle zone del confine orientale; così oggi l'assassinio di Sergio Ramelli viene utilizzato per allontanare l’attenzione dal ruolo che, in quegli stessi anni, ebbe il neofascismo come reazione contro le conquiste sociali e civili che la lotta democratica delle forze popolari stava realizzando.
Sebbene la destra di provenienza missina e oggi al governo affermi di avere definitivamente reciso le radici con dell'ingombrante passato, emerge tuttavia, dalle loro stesse affermazioni, che così non è.
Leggiamo infatti su Il Monferrato del 24 u.s. che la destra cosiddetta meloniana ha preso "definitivamente le distanze da ogni totalitarismo» e che condanna «l'infamia delle leggi razziali e la sciagurata alleanza bellica».
In tale dichiarazione la trita formula “ogni totalitarismo” evita di dichiarare la netta e specifica condanna del fascismo e rinnova, di conseguenza, l’usuale rifiuto della pregiudiziale antifascista che fonda la Costituzione repubblicana; il dissociarsi dal fascismo solo ed esclusivamente nella condanna delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler suggerisce la tuttora mancata presa di coscienza che quelle nefaste decisioni non furono prese in seguito a un'errore che poteva essere evitato ma come il conseguente compimento della intrinseca natura razzista e imperialista del fascismo.
In più, sempre su Il Monferrato del 24 u.s., si afferma di «riconoscere il ruolo storico della vittoria alleata a guida anglosassone per la costruzione della nostra democrazia»; rimuovendo ogni riferimento alla Resistenza nella costruzione dell’Italia repubblicana, emerge chiaramente il pregiudizio ideologico e/o l’ignoranza storica che rifiuta l’evidenza che fu solamente l’insostituibile esperienza della Resistenza a evitare all’Italia, sconfitta militarmente dagli alleati, la stessa sorte subita dalla Germania e dal Giappone e a porre le basi per scrivere in piena autonomia la propria Costituzione.
Fu infatti solo la lotta vittoriosa partigiana - questa sì autenticamente patriottica! - che consentì agli Italiani la “costruzione” della Repubblica democratica fondata sul lavoro.
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