Oggi 26 aprile 2026 è una domenica come tante, eppure ogni gesto che facciamo oggi come bere un caffè, leggere queste righe, dire la nostra, ha radici profonde nel rumore di ieri e nel silenzio di ottant'anni fa. Il 25 aprile non è un pezzo d'antiquariato da lucidare una volta l'anno: è l'aria invisibile che respiriamo mentre camminiamo per strada senza dover abbassare lo sguardo.
Ieri abbiamo festeggiato la nostra Liberazione: il momento in cui l'Italia ha riconquistato la sua dignità, mettendo fine a vent'anni di regime fascista e all'oppressione nazista. Non è stata solo una vittoria militare, ma la nascita di un’Italia nuova, democratica e libera. Ma il difficile non è scendere in piazza quando la musica suona forte, il difficile è ricordarsi di essere liberi oggi, quando le bandiere sono state riposte e le luci della festa si sono spente.
Anche quest'anno le cronache ci hanno restituito piazze elettriche, fatte di tensioni e contrapposizioni feroci. Dagli spari con pistole ad aria compressa a Roma alle contestazioni violente contro la Brigata Ebraica a Milano, abbiamo assistito allo stesso, amaro paradosso: trasformare in un ring l'unica data che dovrebbe essere un terreno comune.
Il 25 aprile non è nato per darci il diritto di cancellare chi non ci piace, ma per garantirci il dovere di ascoltare tutti senza paura. Se la memoria diventa solo un pretesto per colpire gli altri, stiamo svendendo un'eredità immensa,gli ideali della nostra Resistenza.
E Il rischio è che, passata la ricorrenza, torniamo a essere spettatori passivi, convinti che la democrazia sia un "servizio garantito" a vita. Ma la libertà non è un oggetto che si possiede: è un atto che si compie ogni singola mattina.
Il 25 aprile è stato il momento in cui l'Italia ha smesso di aspettare il permesso per esistere. Il 26 aprile è il momento in cui tocca a noi dimostrare di meritare quel coraggio. Non cercare nuovi eroi nei libri; smettere solo di essere indifferente nelle nostre scelte di oggi.
Ieri abbiamo celebrato la fine di una dittatura. Da oggi, assicuriamoci di non essere noi i nuovi prigionieri dell'indifferenza.
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