Io e Lele a Fucecchio (racconto di Davide Morelli)


 Mi ricordo ancora quando Lele qualche anno fa faceva il rappresentante di gelati ed io andavo ad aiutarlo. Partivamo alle sette di mattina ed arrivavamo a casa alle nove e mezzo di sera. Andavamo con la sua macchina. Mi veniva a prendere davanti casa e mi riportava la sera davanti casa. Lasciavamo la macchina a Certaldo, dove prendevano il furgoncino carico di gelati. Lele li vendeva ai bar di Fucecchio, San Miniato e zone limitrofe. Quando c’era il palio delle contrade a Fucecchio c’era tanto da fare. Tutti ordinavano gelati. Lele in quel periodo era sovraccarico di lavoro. Tutti volevano tutto subito e non aveva un attimo di tregua. La sua era una professione che risentiva molto del clima e delle stagioni. D’autunno e di inverno era poco occupato. Nelle altre due stagioni invece lavorava molto. Certe giorni di estate era un vero caos. Era molto caldo e grondavamo di sudore. Nel furgoncino non c’era l’aria condizionata e stavamo tutto il tempo con i finestrini aperti. Io a quel tempo fumavo sigarette ultraleggere. Non avevo ancora smesso. Ad ogni bar dovevamo scaricare la merce. Specialmente nei giorni estivi io non ce la facevo più. Lele era più abituato. Aveva più resistenza. Io mi stancavo prima. In ogni modo cercavo di fare il possibile per dargli una mano. Quel lavoro lo trovavo faticoso non tanto dal punto di vista fisico ma dal punto di vista psicologico. Ogni giorno andavamo da più di trenta clienti diversi. Ogni volta Lele doveva essere sorridente e gentile. Non doveva rispondere alle battute. Una volta un cliente gli disse che prima era da solo a non fare un cavolo ed ora che aveva l’aiutante eravamo in due a non fare un cavolo. Un’altra volta una proprietaria di un negozio di alimentari gli disse che era un cretino perché non aveva i prodotti che aveva ordinato. Lele cercava di spiegarle che l’azienda non li faceva più quei gelati. Ma lei aveva letteralmente perso le staffe e aveva dato del cretino anche a me. Ce ne andammo e lei continuava a riempirci di insulti. Una volta la responsabile di un circolo telefonò a Lele e gli disse di andare subito da lei perché il frigorifero non funzionava più. Quando arrivammo iniziò ad offenderlo e disse che era colpa dell’azienda per cui lui lavorava se non faceva più. Dopo qualche giorno si scoprì che il frigorifero non era assolutamente difettoso ma era stata lei a romperlo. Tutto ciò era dovuto alla sua imperizia e alla sua negligenza. Una volta Lele andò a parlare con un cliente che non voleva o non poteva pagare migliaia di euro. Gli disse che non gli avrebbe dato più gelati ma questo uomo gli rispose che era da anni che si serviva da loro, che gli avrebbero dovuto fare un monumento e che un pezzo dell’azienda dovevano darlo a lui dalla quantità inenarrabile di gelati che aveva comprato. Dei soldi nemmeno l’ombra. Un’altra volta un suo cliente ci portò in uno sgabuzzino del locale e ci fece vedere il suo arsenale di armi, tutte del dopoguerra ma ancora funzionanti. Si raccomandò. Ci disse di non dire niente a nessuno e ci disse anche che di noi si fidava e che eravamo i tipi giusti per farla pagare a quei mangiapane a tradimento dei politici che stavano a Roma. Una volta Lele era da solo. Lasciò incustodito per qualche minuto il furgoncino ma lo parcheggiò comunque davanti al bar dove entrò. Bastarono pochi minuti nella zona più malfamata del paese per constatare che dei ragazzacci sbandati gli avevano rubato diversi gelati. Lele aveva come cliente moltissimi bar di Fucecchio, anche quelli della parte alta della cittadina dove era cresciuto Indro Montanelli. A onor del vero Fucecchio più che una cittadina era un paesone. Noi conoscevamo sporadicamente i titolari dei bar ed i frequentatori più assidui di quei locali. Sapevamo tuttavia abbastanza delle loro storie. Sapevamo che alcune bariste andavano a letto con i proprietari dei bar. Così dicevano. Sapevamo questi aneddoti ma non sapevamo assolutamente se corrispondessero al vero oppure fossero frutto di invenzione. Di una cosa eravamo certi: noi eravamo sfigati e nessuna barista ci considerava. Erano sempre gli altri che concludevano qualcosa dal punto di vista amoroso o quantomeno prettamente sessuale. Almeno lui aveva sua moglie. Io invece ero sempre solo. Mi ricordo anche che andavamo in un bar di un anziano calabrese a pranzare. Prendevamo sempre come primo una pastasciutta che era stata messa a nome “La lupara”. Spendevamo poco e sia il titolare che la figlia erano molto simpatici ed accoglienti. Il vecchio calabrese da giovane era stato in Germania a lavorare e ci parlava di quei tempi. Noi ascoltavamo attentamente i suoi racconti e le sue vicissitudini. Tra un cliente e l’altro ci mettevamo a parlare dei tempi della scuola, delle volte che andavamo a giocare a pallone in un campetto improvvisato oppure nel campo di pallacanestro delle scuole superiori. Tutti quei maltrattamenti e quelle piccole vessazioni giornaliere non spaventavano assolutamente Lele, anzi lo fortificavano. Lele ed io eravamo d’accordo che i gelati li faceva più buoni la ditta concorrente e anche più nota in tutta Italia. Non ci piaceva neanche la pubblicità che facevano alla televisione. Parlavamo di tutto insomma in quei giorni. Io allora ero da poco tempo senza lavoro. Cause della disoccupazione? La crisi, la globalizzazione, la scarsa innovazione e l’automazione. Cercavano persone qualificate: segretarie navigate e scafate o manodopera con esperienza. Negli annunci scrivevano di astenersi privi di requisiti ed anche perditempo. Non ero più in età di apprendistato. Non c’erano concorsi nello stato. Contavano conoscenze, competenze e affinarsi nelle nuove scienze. Ormai ero tagliato fuori. L’autogogna era già implacabile. La sentenza era inappellabile. Confidavo nel fato imperscrutabile. Scrivere era un fatto privato: anche Marx ormai ci aveva lasciato. Il mercato non era punto di incontro e nemmeno territorio di scontro: era soltanto il gioco delle parti. Datori di lavoro e sindacalisti non si scontravano. Domanda e offerta non si incontravano. L’economia da tempo non girava. Molti volevano ancora la lira. Ed io allora che facevo? D’altronde il falco volava alto. Io come un pollo invece facevo qualche salto. Ma anche quel periodo era destinato a finire. L’azienda diede il benservito a Lele e lui si trovò un altro lavoro. Nessuno ascoltò di nuovo quelle voci e rivide quei volti. Nessuno di noi due ritornò più a Fucecchio, che divenne un luogo della nostra memoria. In fondo quei baristi vanno scusati perché le arrabbiature sul lavoro sono all’ordine del giorno. Fucecchio è una amena località, una ridente cittadina. Forse un giorno io e Lele andremo a mangiarci una pizza. 

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