Mi sveglio. Sono assonnato. Vado in bagno per lavarmi il viso. Ho la bocca impastata. Mi lavo i denti. Sputo nel lavandino per vedere se mi sanguinano le gengive. Soffro in questi ultimi tempi di parodontite. Avevo fissato un appuntamento con la dentista ma poi la pandemia si è messa di mezzo. Ho rimandato a data da destinarsi. È da due anni che devo farmi la pulizia dei denti. Prima del Covid me la facevo ogni sei mesi. Mi passo il filo interdentale. Mi faccio la barba. Non posso canticchiare per non svegliare i miei e mia sorella. Ho finito. Ho la pelle sensibile, ho degli arrossamenti e dei piccoli tagli. Uso la matita emostatica. Ritorno in camera. Mi vesto. Mi metto i calzini, i jeans, la maglia. Accendo il tablet. Mi connetto ad Internet per vedere se sono stati spediti i libri acquistati. Ne ho comprati 7 online. Tutti di critica letteraria. Non sono ancora pronti. Alcuni devono ancora reperirli. Di solito li acquisto scontati al 50%. So bene che acquistando online si fa crescere i posti di lavoro in America o in altre azioni più industrializzate e si fa perdere posti di lavoro in Italia, ma è molto più comodo. Prima del Covid ero abituato a prendere a prestito i libri dalla biblioteca. Ne prendevo anche circa 150 l’anno ed era tutto gratuito. Voi mi direte che sono senza cuore perché le piccole librerie falliscono. I librai in fondo si adegueranno alla crisi economica così come mi sono adeguato io. Se ne faranno una ragione. Io di certo non posso mantenerli. Inventeranno qualcosa. Si inventeranno nuovamente. Chiusa parentesi. Vado in cucina a bere un bicchiere d’acqua fresca. Devo dare da mangiare al mio lagotto. Mi viene incontro. Mi fa le feste. Sa perfettamente che mangerà. Aspetto che finisca. Gli ritiro il ciottolo. Vuole i complimenti. Vuole giocare. Lo accarezzo. Mi salta addosso. Dò una rapida occhiata alla mia casetta: è una villettina unifamiliare da poco ristrutturata con un giardino scarsissimo. Ci sto bene perché c’è il cappottino, è un rivestimento particolare: d’inverno non è mai troppo freddo e d’estate non è mai troppo caldo. Qui non mi manca niente. C’è anche qualche frutto. Ci sono le pere, le mele, gli aranci amari. Mi incammino. Mi ricordo di prendere le chiavi di casa, il cellulare, la mascherina. Cerco di fare meno rumore possibile per non svegliare i vicini. Apro il cancellino. Cammino veloce. Voglio dare una rapida occhiata ai camper che pernottano nel parcheggio davanti casa. Non mi curo di niente. È l’alba. Vado al bar della stazione perché è uno dei pochi che apre alle 5. Attraverso sulle strisce. Nonostante ciò prima faccio passare le macchine che vanno di fretta verso la zona industriale. È un punto pericoloso. La prima persona in cui mi imbatto è una signora anziana che porta a spasso il cane. È senza mascherina. Il cane è docile e mansueto. Mi faccio da parte nella strettoia. La faccio passare. Sto attento a non pestare gli escrementi delle bestiole, portate a giro dai padroni. Spesso e volentieri lasciano i resti sui marciapiedi. C’è il padrone di una villa che già annaffia le piante. La seconda persona che trovo è un operaio che si reca al lavoro in bicicletta. Lo trovo spesso. Abbiamo gli stessi orari. Percorro qualche centinaio di metri senza trovare nessuno. La terza persona che incrocio è una donna che molto probabilmente ha passato la notte con il fidanzato o l’amante ed adesso esce dalla sua abitazione, prende la sua macchina e se ne va al lavoro. Attraverso la strada. Fortunatamente ci sono due dissuasori, che frenano la velocità delle auto. Scanso i rami secchi e bassi degli alberelli. La quarta persona che trovo è una infermiera, che lavora in una casa di riposo e che sta aprendo col telecomando il cancello della struttura. Incrocio anche una comitiva di turisti stranieri, che ha parcheggiato la macchina a poche centinaia di metri dalla stazione e va a prendere il treno per fare un giro a Firenze e a Pisa. Mi distraggo un attimo e per poco non finisco addosso ad una studentessa, che forse aspetta il suo ragazzo o una amica. Sotto ai loggiati dorme a quest’ora un senzatetto onesto e fuori da giri particolari, che cerca di vendere le sue poesie alla gente. Poi più tardi staziona in prossimità dell’edicola. Basta niente, un brutto tiro della sorte per finire in estrema indigenza. Negli anni del boom economico vivere in strada era talvolta una scelta di vita. Oggi è sempre più spesso l’ultima spiaggia. Certe persone non hanno alternative. Sono impossibilitate ad affittare una casa o ad acquistarne una. La vita in Italia è sempre più difficile. Ad alcune persone non viene data un’altra opportunità, ad altre addirittura non viene mai data nessuna occasione. Ci sono sempre più povertà, precariato, sfruttamento. Non vedo realisticamente parlando come possano cambiare le cose. Fiancheggio lo stabilimento della Piaggio. Escono i turnisti. Prendo il sottopassaggio. Lo percorro. Alcuni venditori ambulanti immigrati sentono l’annuncio del loro treno che sta arrivando. Si mettono a correre a perdifiato e per poco non perdono la merce. Sono arrivato nella piazza della stazione. Faccio pochi passi e sono arrivato al bar. Nei tavolini fuori c’è già gente. Come ogni bar della stazione che si rispetti è un vero porto di mare, un crocevia, un via vai continuo di persone. Qui si può vedere il campionario di umanità più vario. Ho la vaga sensazione che forse per ripartire e fare qualcosa di nuovo in questa società bisogna prendere questa umanità, considerarla pienamente senza cercare di ingannarla o ammaestrarla. Ma poi penso subito dopo che è una utopia, una astrazione, peggio ancora una idea totalmente astrusa. Forse è inutile invocare la palingenesi. Poi è l’ora di finirla con i sogni o le aspirazioni individuali o collettivi: sono già maturo, troppo in là con l’età per credere a qualcosa o a qualcuno. I miei sogni sono già stati abbattuti a suo tempo. Forse resta solo qualche scampolo di tempo. Forse non resta che vivacchiare, rimpiangendo i bei tempi andati. Forse vi aspettavate un racconto con raffinata psicologia dei personaggi o del milieu, cioè del contesto come dicevano i francesi? Niente di tutto questo. Siete rimasti delusi? Ritorniamo al bar. Ci sono gli avventori abituali. C’è un uomo che soffre di ludopatia ed ogni giorno spende i soldi nei gratta e vinci. In realtà perde sempre. C’è chi alza la voce, chi scherza, chi impreca contro il governo. Il bar della stazione è la luce mattutina, i raggi di sole che scendono obliqui, i toni, il vocio indistinto. Il bar della stazione è una routine, una abitudine rassicurante. Fino a quando starò bene e le cose andranno bene mi potranno trovare qui all’alba o in prossimità dell’alba. Saluto le bariste cinesi. Loro sanno già che io prendo il cappuccino. Non c’è bisogno che lo chieda. Il bar è molto frequentato. Al banco c’è sempre qualche cliente. Mi faccio più in là. Aspetto in disparte il mio turno. Mi metto a guardare tutti i vini esposti in vetrina. Prendo una bustina di zucchero semolato. Mi gusto il cappuccino. Pago. Prendo gli spiccioli. Saluto. Esco di fretta. Per il ritorno a casa faccio una strada diversa. Passo dalla strada che costeggia la ferrovia. C’è una nigeriana, forse una prostituta, che passeggia. Faccio finta di niente ed alzo la mia mascherina come al solito quando incontro qualcuno. Cammino per duecento metri. C’è un uomo di colore che fa footing. Sopraggiunge all’improvviso una ragazza in bicicletta che, incurante del fatto che sono sulle strisce, per poco non mi investe. Trattengo il fiato, abbasso lo sguardo. Sono davanti all’ospedale. Ci sono due bar già aperti dirimpetto. Vi fanno a fare colazione i medici, le infermiere, chi fa le nottate all’ospedale. Svolto alla prima a sinistra. Cammino per centinaia e centinaia di metri senza trovare anima viva. Sono quasi a casa. È presto, ma è già caldo. Sono tutto accaldato. Ormai è già mattina. Sono arrivato a casa. Anche stamani ho fatto la mia camminata e la mia colazione.
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