RACCONTO: L'ISOLA DEL FARO, DI STEFANIA PELLEGRINI

 


Un suono sordo, continuo, agita la notte buia e senza luna; mentre il cielo imbronciato nasconde la prima stella.
Ruggisce furioso il mare, percuote le alte scogliere con gigantesche onde, che a tratti nebulizzano in nuvoloni di candida spuma, e ricadono scivolando sulla roccia.
Il silenzio non ha pace, non trova cavità dove sostare. L’uomo ricorda altre notti cupe come questa, cariche di inquiete visioni.
Pare che tutti i demoni si siano svegliati, si convince di sentirli vicino, li immagina con le larghe ali distese come grossi aquiloni al vento, di vederli volare in tondo… inquieti, cercando vittime da sacrificare.
-Via - Via. - Non vuole diventino padroni della sua mente…
Il rumore assordante lo disturba.
Farnetica, si sente in trappola, una preda facile, chiuso in uno spazio senza tempo. Gli oggetti nella stanza sono immobili, assopiti in un sonno profondo, le lancette dell’orologio abbandonate ad un suono inerte di cui sente di far parte.
Un forte ronzio nelle orecchie lo destabilizza. Quanto vorrebbe controllare la mente.

Il mare è una creatura strana, spesso generoso, ma imprevedibile e con un pessimo carattere. In queste notti, meglio non farsi trovare a largo, assicurare bene la barca agli ormeggi e chiudersi in casa.
Un vento selvaggio fa scendere i demoni dal cielo senza preavviso: insieme urlano, percuotono, sbattono a chilometri di distanza ciò che trovano sulla loro strada.
L’uomo vorrebbe tanto essere a casa sua, se solo ricordasse dove trovarla.
Invece è lì, su quell'isola deserta, chiuso in un vecchio faro dismesso, in mezzo a un fortunale.
Non ricorda come sia arrivato su quelle coste, né ricorda quanto tempo sia passato da allora.
Sull’isola vive i giorni lasciandosi portare dai movimenti del cielo, dalla rotazione del giorno e della notte.
Galleggia, sospeso in una dimensione fuori dai ricordi.
A giorni si direbbe chiuso in una bolla, immerso nelle tenebre. Vorrebbe mutare quella sensazione, la dimensione scomoda. Liberarsi.
Ma il corpo pare essersi imposto di nuotare contro corrente, lasciando a terra la mente.
Forse è stato un'altra persona, un tempo.
Ha avuto una famiglia, una casa, forse un cane, o forse no. Le immagini vaghe, nebulose, di quando si affida alle braccia del sogno, non danno certezze.

Spesso l’uomo riesce ad avventurarsi da una parte all'altra dell'isola, ma il panorama è sempre una distesa azzurra che si confonde con il cielo; mai un cenno, una parola, i suoi pensieri, le domande finiscono nel riflusso della corrente.
Seduto su un poggiolo… parla all’asino che ha trovato sull’isola…
Parla… racconta… racconta storie che la povera bestia non può capire… Forse fantasticherie senza senso che nascono da una necessità, dal bisogno di viaggiare con la mente, di credere che non si è perso, di sentirsi vivo.
Altre volte, disteso sull’erba, abbandonato in uno spazio senza pensieri, né confini, la pace lo raggiunge: quieta… accomodante. È una piacevole sensazione che prova, come di nuotare leggero nella distesa azzurra… o, di lasciarsi portare dalla corrente.
L’isola è una piccola oasi, un nido accogliente fuori da itinerari turistici; attraverso vecchie mappe, rinvenute nella torretta del faro, l’uomo è pure riuscito a localizzarne la posizione.
All’isola non è solo. C’è quell’asino vecchio e malandato e i gabbiani… quelli sono dappertutto.
Volano, garriscono tutto il giorno. Scendono a gruppi, camminano, si avvicinano per niente intimoriti.
Non sa bene dove abbiano i nidi, ma la loro compagnia rende più piacevole il giorno.
È affascinato dalle candide ali che abbracciano l’aria… ammira la leggerezza con cui sfiorano l’acqua e risalgono con il cibo.
Disteso al sole… il calore che bacia la pelle… il suono del movimento dell’acqua nelle orecchie… nel suo trasporto… segue le nubi sfilare in cielo, e i movimenti dell’elegante volo.
Vorrebbe tanto affrontare il vento come loro. 

Poi c'è il faro.
Un tempo in uso e abitato.
Un diario, rinvenuto in uno degli alloggi dei guardiani, gliel’ha confermato. Lì si racconta che all’epoca una nave arrivasse ogni quindici giorni con viveri e giornali e caricasse uno dei quattro addetti per il turno di riposo.
In uno scantinato annesso al faro, in una specie di stanza senza finestre, chiusa da una vecchia porta in legno, ha rinvenuto delle patate, farine e scatolame vario.
L’uomo è convinto che prima o poi qualcuno tornerà a prendere quella roba, e lui potrà lasciare quel luogo. Ma dove andrà? Se non ricorda.
E poi: è proprio sicuro di volersene andare?
Tutto sommato stare su quell’isola non è poi male. C’è tranquillità, l’armonia di cui ha bisogno, in esse legge promesse rassicuranti, trova stadi di profondo benessere.
Nessuno lo costringe a parlare, se non ne ha voglia e può liberamente fare quello che vuole.


“Ciao papà, come stai oggi?”


L’uomo si gira di scatto verso la voce, contrariato. 
Non riconosce la donna che ha davanti.
Non ci sono pagine di memoria da sfogliare, non ne trova e naviga a vista. Delle volte, come adesso, in un mare oscuro, sbalzato da una parte all’altra senza alcun punto di riferimento.
Nella sua confusione sente di vivere un tempo inutile, sprecato, che non lo lascia godere, approfittare dei giorni; in un’estraneità che a volte toglie il fiato e annebbia la mente.
Quando ne prende coscienza arriva a sentirsi poco più di un guscio in mezzo all’oceano sconfinato: ondeggia, vaga scombussolato dal rollio… inquieto… spaesato…
Un viaggiatore senza passato… che non vede il futuro.


“Papà, mi senti? Sono Luisa, tua figlia”


Si guarda attorno, è seduto su una poltrona di stoffa grigia a disegni geometrici rosa, la stanza è anonima, incolore: una donna bionda gli sorride.
Cerca di mettere a fuoco la figura, la osserva meglio in viso: ha splendidi occhi azzurri, una fossetta sul mento e un sorriso dolce. È decisamente carina. 
Eppure è certo di non conoscerla.
- Perché lo chiama papà? -
E poi c’è quella stanza che non gli piace, e lo fa sentire a disagio.
Tutto sommato stava meglio prima.
Rivuole la sua isola, vorrebbe averla lì, adesso. Potrebbe chiederlo, magari anche gridarlo, ma preferisce non dire niente. Lo sguardo manifesta però il suo dissenso, l’inquietudine che cerca di contenere.
-Dove gliel’hanno nascosta? Ne rincorre il pensiero, ma è… svanito.
Decide di non rispondere alla sconosciuta, tanto non capirebbe.
È sua la colpa se non trova più l’isola.
Gira lo sguardo verso la finestra: fuori il sole splende luminoso, non vede gabbiani, ma solo dei passerotti che svolazzano su alberi in fiore di un grande giardino.
-Sarà primavera – pensa.
- Chissà che giorno è, oggi? Magari più tardi esco a fare una passeggiata. -

Stefania Pellegrini ©

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