L’inquietudine all’ombra dei libri, di Leonardo Migliore

Foto n.2
L’inquietudine all’ombra dei libri, di Leonardo Migliore
POEMETTO CON IL QUALE TRASGREDISCO AGLI SCHEMI POETICI CLASSICI E ALLA METRICA TRADIZIONALE, ESPRIMENDOMI, NEL PIENO RISPETTO DELLA TRADIZIONE LINGUISTICA ITALIANA, CONTEMPORANEAMENTE CON LE FORME DELLA PROSA E DEL VERSO LIBERO.
– L’INQUIETUDINE ALL’OMBRA DI UN CIELO DI LIBRI –
di Leonardo Migliore
Più avanzo e più mi trovo a cianchettare nella mestizia delle tenebre.
Sul mio capo presto incomberanno monumenti distrutti e statue abbattute.
Il mio animo gramo s’addormenta in un’infingarda inazione,
le mie giornate evocano grottesche profusioni di complimenti,
le mie mani una situazione che non si sana con impiastri.
Il mio viso cangiante
è una fascia di mussolina di seta attorta più volte 
che, svolgendosi,
rivela riflessi e celate ambizioni.
L’ombra mi snatura e mi seppellisce,
il cielo è del colore della polvere,
desidererei almeno vivere sul primo gradino della notte,
quello abitato dagli uccelli notturni.
Mi rassegno a non attendere più l’alba
e, come nell’Ade, l’oscurità non muore mai.
La mia lunga notte riposa nel canto dei miseri.
Nel buio fan ghirlanda per le vie,
inaugurano un carosello d’immagini
e, fregandosi attorno l’un l’altro, 
come invisibile fogliame s’accendono.
Luce rara e magica,
flutti caldi d’esseri beffati dagli accadimenti  
mi costringono, 
con la palma della mano,
a fare solecchio. 
Incarognito come un vecchio barbogio, 
burberamente stretto nelle spalle e soggiogato dal livore,
prendo l’ambio 
lungo un diverticolo che ingoia la mia ombra e la mia vita.
II
Sono il sentiero e il viandante,
la visione e l’antico vate,
è me stesso che cerco.
Il tempo mi volta le spalle,
è sabbia fra le mani che si deposita nel mio stambugio,
verità che ha sembianza di menzogna. 
Nei luoghi più caliginosi del mondo
affronto i mostruosi costrutti del vuoto,
rivolgo il pensiero all’escatologia collettiva, 
all’ecosofia, all’ecologia profonda e alle riflessioni filomatiche.
Col terzo occhio percepisco,
fra l’azzurro della morte e il sogno,
una violetta digradare i colori.
Il piccolo globo dorme nelle mie palme,
la notte, custodendo il suo bottino, 
giace su un guanciale imbottito di corolle appassite.
Levarsi in orbita sopra i lai della Terra morente
configura la mia faccia e la Terra in un aspetto planetario trigono.
Nasce un legame che, per la meravigliosa bellezza che s’apre allo sguardo, inebetisce,
che induce a spalancare le finestre, 
riversando acqua straripante d’amore nei chiostri dell’anima,
a sviluppare un senso materno di protezione,
ammiccando a un fiore che chiude le sue foglie per riparare i fiorellini dalla pioggia.
È dondolare d’astri che si tengono per mano,
è lo specchiarsi negli oceani,
è l’occhio che assurge a viso,
riportando, nel sonno, mio padre in vita
e al migrante il cielo del suo Paese,
è porsi in ascolto di tinnule campane,
l’abbeverarsi alla dolcezza infinita di labbra di rosa dischiuse.
III
Ho descritto un tramonto vestendolo con l’abito della festa.
In realtà, 
il mio cielo è soffocato dai libri.
Le loro lettere rapiscono i corpi
e la scrittura, col morso del vampiro, 
ne succhia il sangue.
Sembra, a tratti, di attraversare la vicenda patologica del triangolo
che si delinea fra Hester, Roger e Dimmesdale 
nel romanzo storico <<La lettera scarlatta>> di Nathaniel Hawthorne, 
un classico della letteratura statunitense pubblicato nel 1850.
Io,
il cielo,
i libri.  
Ho preferito l’esilio al dramma della condizione umana,
ho sostituito il bagliore dei lampi, aguzzi denti di livide nubi,
con macchie d’inchiostro.
Abbiosciate dall’amarezza,
le felci e i gigli a terra si torcono,
sillabando sul letto di torrenti prosciugati.
La deiscenza di una ferita che s’infetta,
i dermatoglìfi dei polpastrelli per identificare le impronte digitali,
una spirale di dolore nel vetusto grido di un’ammonite,
il vortice di una tromba d’aria,
l’allontanarsi delle galassie.
Come sono volati gli anni belli!
Ricordo un mondo passato basato su equilibri geopolitici differenti.
In quel periodo, 
quando la serranda non era completamente avvolta nel vano chiuso dal cieletto,
penetrava ancora la luce nella mia stanza:
scrivevo correnti d’aria,
leggevo l’età dei palazzi,
i miei sogni formicolavano di stelle fra le nervature delle volte d’ogiva,
sposavo con nastri i colori,
dipingevo i giorni che si susseguivano uno diverso dall’altro.
Ora, isterico, rido per una giornata che non è arrivata,
per una storia che si è interrotta.
Il pozzo delle parole è una fonte che incupisce sempre più il mio umore,
sono schiavo nella tenda della memoria,
uno spettro vagante nel deserto
e il sole piange e l’acqua non disseta.
Ecco le tenebre,
fianchi flosci e logori come un libro scompaginato costipato di note e citazioni.
Sparisce tutt’intorno il paesaggio,
ho eretto muri d’ombra,
non posso più anelare alla notte.
Con un sussulto tento di risalire l’abisso ferale di un incubo,
urge compiere un passo indietro 
incontro al rifiorire delle civiltà, delle arti e degli studi. 
Il pensiero va alla genialità di Leonardo di ser Piero da Vinci
e degli altri uomini definiti <<universali>>,
rifletto su come Albert Einstein abbia influenzato 
il modo di vedere l’Universo, 
ritengo, facendo un riferimento storico e mitologico, 
che il futuro non sia per tutti affine ai responsi delle Sibille.
Può quindi essere sognato, felicemente intuito e mirato. 
Perché taluni neonati e bambini manifestano la sindrome di ruminazione?
Una delle spiegazioni principali attribuite al disturbo
conferma che, sovente, la loro mente elabora azioni 
che il loro corpicino non consente ancora di eseguire.
Il malessere si risolve spontaneamente con la crescita, 
quando i due fattori in squilibrio diventano armonici.
Nel solco tracciato dal romanzo di Jules Verne <<Dalla Terra alla Luna>>,
esempio di narrativa fantastica su base scientifica,
m’immergo nel mondo dei film distopici.  
Guardando oltre il loro carico allegorico e simbolico,
è possibile trovarvi molto di quel futuro indesiderato 
che va combattuto nella dimensione del presente.
Per coerenza, non trascurerò lo stretto legame che sussiste
fra filmografia fantascientifica e libri.
<<L’esercito delle 12 scimmie>>, film del 1995 diretto da Terry Gilliam,
propone una trama fantascientifica post-apocalittica con risvolti 
che hanno un nesso circoscritto con l’attuale emergenza Covid-12.
La scrittrice statunitense Elizabeth Hand, 
a partire dalla sceneggiatura del film sopraccitato, 
ha pubblicato nel 1996 una novellizzazione con l’identico titolo.    
Altri film assolutamente da non sottovalutare per i loro contenuti
caratterizzati dal prevalere di un’accentuata utopia negativa sono:
<<Brazil>>, film del 1985 diretto da Terry Gilliam;
 <<Nineteen Eighty-Four>>, noto anche come <<1984>>,
film britannico del 1984 sceneggiato e diretto da Michael Radford
ispirato all’omonimo romanzo di George Orwell pubblicato nel 1948;  
<<THX 1138 L’uomo che fuggì dal futuro>>, 
diretto e sceneggiato da George Lucas, è un film del 1971
presentato, sempre nello stesso anno, anche in versione di romanzo fantascientifico 
col titolo <<THX 1138>>, per merito della trasposizione letteraria 
della sceneggiatura originale, tratta dal soggetto del celebre regista californiano, 
effettuata dall’autore di fantascienza e sceneggiatore Ben Bova;
<<Mad Max 2 – The Road Warrior>>, è un film del 1981 
con trama che attinge principalmente all’Iliade
dalla quale riprende tutti i personaggi principali.
In questi film e nei rispettivi libri
c’è il fragore del tuono, 
una famiglia discendente da nobile prosàpia che bramisce come le bestie furiose, 
frenetico trepestìo di passi che decreta il tempo dell’apocalisse. 
La mia donna ha i capelli color zucchero filato,
qualche lacrima le scende lungo il viso,
rigagnolo nero di mascara.
Lei inginocchiata,
io disteso al suo fianco sul pavimento di un balcone.
Ho fame d’aria, soffro.
Alzo la mano
sfiorandola a fatica 
con le estremità distali delle dita.
Sulla sua guancia depongo piccoli boccioli rossi.
La mano ricade sul mio petto.
Ivi entro fioriscono altri boccioli
che, umidi e rigogliosi,
macchiano di rosso la mia nivea camicia.
Spirando,
in una conchiglia eburnea mi chiudo.
È sangue, 
la mia amante capisce che ho esalato l’anima.
Sconsolata, 
non sa darsi ragione,
alla balaustra si sporge,
un volo,
il tonfare di un frutto dal ramo,
tragico silenzio.
Non demordo, nonostante tanta crudeltà.
Inizio a chiedere fiorita carità.
Sono un bambino che scaglia sassi contro il cielo,
che cerca di pescare un orizzonte più vasto con la rete delle lacrime.
Sono un ramo ritorto con una sola gemma
e sono contento perché posso riprodurmi per talèa.
È bello come deflorare una donna
che poi si ricompone in volto e torna vergine.
È bello come avere languidezza di stomaco
e raccogliere a man salva quaglie alla griglia,
divorarne la carne 
e vederle, rigenerate, spiccare il volo.
Determinato, 
disegno la luna nei fogli che opprimono il mio respiro,
seguo voci prodighe di consigli che provengono da altri uomini.
È così che noto l’aria evaporare dagli alberi,
barche e intere città galleggiare e affondare nell’etere stellato,
assisto alla piuma della notte, stracca nel suo calamaio,
all’alba lasciar bere il liquido nel qual s’intinge.
È nuova scrittura che come l’anima di un bimbo esce dal limbo,
è quella lettura che apre spazi di libertà
e crea, nel frusciare delle pagine, 
il rapporto interiore col mondo che un buon libro ci svela.
Non ci si può privare dei libri,
della loro voce sommessa e indistinta,
della loro atmosfera di pace raccolta o della loro sottile pena.
Non dimenticare è importante!
Quanti scoliasti hanno consentito con scoli alle opere più arcaiche, 
specialmente greche e latine, 
di dare fondamento storico o sollevare dubbi 
relativamente a popoli, culture, tradizioni, eventi e autori di antichi testi classici.
La prima casa editrice sulla quale abbiamo notizie dettagliate, 
grazie alle lettere di Cicerone, 
fu fondata a Roma verso il 50 a.C. da Tito Pomponio Attico. 
Diffondeva classici greci e novità latine avvalendosi di un gran numero di scrivani. 
IV
Il sole e l’anima, finalmente, nei miei spazi si spandono,
la luce s’alza accarezzando la mia fronte,
pioggia dorata bruisce e col suo tepore ama e appaga.
Il fuoco colpisce per la prima volta il mare,
è tempo d’amare.
I miei pensieri sono fiamme che conquistano il mondo,
stretto fra le tue braccia, riassaporo i tuoi baci caldi,
nel brivido di una carezza i tuoi occhi rifulgono di gioia,
le parole, battito d’ali, disperdo in palpito d’amore,
sei il sogno che sogno.
Ti immagino tutta nuda,
il linguaggio dei baci non inganna
e sulle labbra, 
incanto d’intesa,
affiorano sorrisi e intimi segreti.
Durante i nostri continui vezzi d’innamorati sei madre dispensatrice,
Demetra che porta le stagioni,
dea del grano e dell’agricoltura,
nutrice della gioventù e della terra verde.
Mi apri le porte del paradiso 
affinché sorga il sole e scenda il sipario della notte.
Rubo la rugiada per regalarti all’aurora una collana con opale nobile,
un “Moro con piatto di smeraldi” e una “Volta Verde”,
alludendo alla “Gruene Gewoelbe” del castello di Dresda,
non sono che prati e foglie d’alberi,
la pandiculazione origina la virgola d’insetti impollinatori e nidi d’uccelli.
Felino che appetisce la carne e annusa pure le ossa 
alla mia donna mi unisco,
per restituire l’acqua, come elemento del piacere,
alla mia dimora:
zampilla, 
intende l’udito, 
si riempie di emissioni vocali e spasmi muscolari.
Le unghie piantate nei punti che prudono,
i polmoni soffiano come mantici per scaldare i cuori,
il collo, regione anatomica periscopica, 
accresce il ricordo di un volto che non sia fugace diletto.
Il tempo scorre ebbro fra la radice del membro e l’orifizio dell’atto.
Preso come un animale dalla foia,
una preghiera rivolgo:
“Sole rallenta il tuo rapido bruciar, mantieni a lungo il nostro ardore.”
V
Il fuoco colpisce per la seconda volta il mare,
è al tramontare.
È bene che in una casa avvezza ai voli di gabbiano si accetti che i venti dividano.
Un uomo e una donna condividono la stessa afflizione che separa un ciglio dall’altro.
Non è parere avventato supporre che anche fra i rami più fitti di una foresta
un uomo innamorato non smarrisca le tracce che conducono all’amata.
Ostinato, come l’erba che ostacola il mio incedere,
corro dietro al sole, mentre si spegne il braciere,
implorando come un matto, fino all’ultimo rigo, ancora un sorso di gioia.
L’astro, similmente a un veliero senza porto che procede veloce in mare aperto,
abbandona inesorabilmente la scena del tempo.
Il cielo per rive e onde 
trascina il sole da un orizzonte già frequentato a un altro da conoscere.
La nostra stella madre, giunta in prossimità di una nuova casa,
sale e scende da un arcobaleno che si presta volentieri a farle da scala.
La morte bussa nel cielo cinereo,
spegne impietosamente il nostro orizzonte rosso fiamma,
una pianta d’olivo davanti al mio tugurio piange.
Un fulmine, che zigzaga nel buio, 
scolpisce sul marmo di una statua una citazione di Euripide: 
“Chi può sapere se il vivere non sia morire
e se il morire non sia vivere?”. 
La goccia di vita di un feto cessa a causa di un aborto spontaneo 
e il ventre della mia donna, planando con ali spiegate come un uccello, 
un libro figge con la sua cuffia.
È un breve romanzo biografico di Oriana Fallaci 
intitolato <<Lettera a un bambino mai nato>>, 
pubblicato nel 1975 dalla casa editrice Rizzoli.
La ferita si slabbra per la seconda volta,
sangue e pus ne fuoriescono.
VI
Quando un lettore legge un libro cerca se stesso in un mondo di riflessi senza fine.
Leggere un libro non implica che ci si isoli dal mondo, bensì che vi si acceda con le bianche pagine di un libro ancora da scrivere e con uno stuolo di interrogativi. 
_ Dipinto di Alteride Peintre Turchi 
denominato “Lo scrittore” (acrilico su telato 70×50 cm, anno 2017).

Commenti