La responsabilità che il Centrosinistra deve assumersi, Daniele Borioli

Daniele Borioli (*)
Per quanto rapidamente smentito dal diretto interessato, il titolo dell’intervista di Cazzullo a D’Alema (“Corriere della sera” di martedì 27 settembre), “Mai con il Pd”, è pur sempre un gravissimo indizio. Esso delinea, infatti, una visione politica nella quale l’obiettivo primo è contarsi, misurarsi sottraendo forze al campo più vicino ed enfatizzando la propria radicale alterità a un partito che pure si è concorso a fondare. Anche forzando, tra il 2007 e il 2008, tempi e modi di una discussione e di un percorso che hanno lasciato aperti molti nodi mai risolti.
Merita un piccolo richiamo il nesso, quasi sempre trascurato, tra quella stagione e le difficoltà in cui oggi si trova il Pd. Lungi da me il non vedere i limiti politici e i difetti nel modo di declinare la leadership palesati di Matteo Renzi. Li ho presenti al punto di aver deciso di sostenere una candidatura alternativa, quella di Orlando, all’ultimo congresso, e di essere tuttora impegnato insieme a molti altri nel Pd, proprio per correggere quelli che considero errori, non solo di posizionamento tattico, ma anche di visione strategica circa la funzione riformatrice del centrosinistra in Italia e in Europa.
Ciò non mi impedisce, tuttavia, di vedere come molti dei guai odierni derivino dall’irresolutezza in cui sono stati lasciati incancrenire i problemi complessi, e inevitabili, sottesi alla costruzione di un nuovo soggetto politico dalla fusione (“a freddo”, qualcuno disse allora) di due esperienze storiche prevalenti e tra loro molto diverse, e a lungo persino antagoniste. Quella che doveva essere la costruzione di un soggetto politico nuovo, alimentato da una cultura politica che non fosse la semplice e pasticciata somma algebrica delle culture originarie, si è risolta in un edificio incompiuto, per quanto non privo di imponenza e di una sua forza.

Il recente richiamo di Veltroni all’abbandono da parte del Pd di una vera e profonda opzione ambientalista evidenzia uno degli elementi più macroscopici di tale incompiutezza. Ma anche i ritardi e le difficoltà nel far avanzare una rinnovata cultura dei diritti civili e di cittadinanza, che vanno giustamente e criticamente sottolineati nella cronaca, trovano in molta parte radice nei lunghi anni che abbiamo alle spalle, ben prima che Matteo Renzi si affacciasse alla guida dei democratici. E sarà ben un paradosso se una riforma (per l’Italia epocale) come quella delle unioni civili sia arrivata a compimento nel corso di una legislatura nostro malgrado “coabitata” con il centrodestra.
Infine, ancora uno scorcio sul passato. L’attenzione che oggi la sinistra a sinistra del Pd, e una parte significativa dello stesso partito democratico propongono di porre in cima all’agenda politica (il rilancio di un’Europa dei popoli e dei diritti, il contrasto all’ingiustizia e alle diseguaglianze, la centralità e dignità del lavoro, la lotta a ogni forma di discriminazione, il perseguimento di un nuovo modello di sviluppo ecocompatibile), emerge da una lunga e brumosa stagione in cui lo stesso Partito Democratico è apparso troppo spesso afono o subalterno di fronte alle mitologie della globalizzazione magnifica e progressiva.
Insomma, per segnare davvero una discontinuità rispetto al passato occorre maggiore consapevolezza anche dei propri errori. Evitando di incorrere nel paradossale strabismo per cui, proprio nel momento in cui si dice di voler contrastare un modello di leadership fondato sull’”uomo solo al comando”, si cerca di attribuire a quel solo uomo tutta la responsabilità di ogni cosa che non va. Al punto di pretendere la sua defenestrazione dalla guida del Pd quale condizione per la ripresa di un dialogo. E glissando su un fatto incontrovertibile: l’affermazione delle nuove leadership nella vita delle formazioni politiche è sempre, in qualche modo, anche il prodotto dei meriti e/o degli errori delle leadership uscenti.
Ci sarebbero molte altre cose circa le contraddizioni ravvisabili nei giudizi di uno dei padri fondatori del Pd, nei confronti della creatura che egli ha concorso a mettere al mondo. E che ora egli ripudia, rifuggendo l’assunzione di una qualunque forma di “responsabilità genitoriale”.
Ma molto più grave e incombente è il rischio che le posizioni espresse da D’Alema proiettano sull’immediato futuro. Proprio nel momento in cui le stesse recentissime elezioni tedesche confermano come, in tutta Europa, il primo insidioso avversario da fronteggiare ha il volto oscuro dell’ultranazionalismo, di un rigurgitante neofascismo di impronta xenofoba e razzista, di un populismo antieuropeo e sprezzante verso le regole della democrazia rappresentativa.
Posizioni che, in primo luogo, rischiano di abbassare ulteriormente il “saldo” degli elettori che alle prossime elezioni sceglieranno qualcuna delle forze presenti nel campo del centrosinistra. Il calcolo di chi, in Mdp, pensa di passare all’incasso dei voti persi dal Pd è destinato a rivelarsi drammaticamente sbagliato. Intanto, con inspiegabile snobismo selettivo, l’appello al “popolo che ha abbandonato il Pd” trascura completamente il popolo che, comunque molto numeroso, nel Pd continua a riconoscersi, a muovere da posizioni certamente non “meno di sinistra” di quelle che D’Alema dice di voler interpretare.
È molto probabile che, al contrario, il risultato finale dia conto di un’ulteriore emorragia di consensi, semplicemente scivolati fuori, verso il rifugio dell’astensione o la deriva dei populismi. In questo senso, l’atteggiamento di chi a sinistra afferma che non ci possa essere spazio per un’alleanza con il Pd, se non eventualmente dopo le elezioni, è del tutto speculare a quello di chi nel Pd predica il “vangelo” astratto e irrealistico dell’autosufficienza. E quanti, sempre a sinistra, denunciano la propensione del Pd a un prossimo inciucio con Berlusconi, finiscono con la loro chiusura a ogni ipotesi di alleanza e di coalizione per favorire di fatto quella prospettiva. Giochi tattici che si svolgono nel contesto di una guerra guerreggiata tra spezzoni, ex o in carica, di gruppo dirigenti del Pd, che si esibiscono in una specie di arena di wrestling, nella quale le ridondanti mosse virtuali si svolgono per lo più nella totale dimenticanza dei problemi reali del Paese e dei cittadini italiani.
Laddove il tentativo di ricucire un dialogo costruttivo tra le parti, che certo non sottovaluti le differenze alla base della scissione, ma le renda occasione di un serio confronto e, auspicabilmente, di un onorevole compromesso in vista di un programma di governo che sappia dare speranza all’Italia, l’avanspettacolo messo in scena dalle risse quotidiane prepara una tragedia che, alla fine, rischia di affossare definitivamente una storia che ha coinvolto milioni di donne e di uomini.
Sui gruppi dirigenti del centrosinistra italiano, per quanto oggi scomposto e in guerra civile, grava dunque la duplice responsabilità di fare ogni cosa per non consegnare oggi l’Italia: o a una destra ben peggiore e più inquietante di quella del ventennio di Berlusconi e Bossi, nella quale si candidano ad assumere posizione egemonica le pulsioni xenofobe e sovraniste; o a un populismo irresponsabile, senza bussola e ormai lacerato al proprio interno da incipienti lotte di potere, abbinate a un devastante grado di incompetenza e di volatilità delle posizioni politiche su temi di grandissimo rilievo, come quello dei migranti, dei diritti civili, dell’Europa.
Con tutto il rispetto dovuto a una personalità politica che pure ha avuto un ruolo di grande rilievo nella sinistra italiana, l’intervista di D’Alema è esattamente un vademecum degli errori che il centrosinistra deve evitare, se non vuole perdere e perdersi. Naturalmente, spetta al Pd muovere con più decisione verso una ricostituzione unitaria del campo riformista e progressista, togliendo ogni alibi a chi vuole invece solo giocare una competizione tutta interna alla sola metà campo del centrosinistra.
Ma dirigenti come D’Alema e Bersani, nella cui storia si ritrovano passaggi nei quali hanno digerito e fatto digerire ai propri elettori accordi molto ardimentosi con forze politiche del tutto ostili al progetto progressista, in nome dell’interesse nazionale e della tenuta democratica del sistema, farebbero molta fatica a spiegare, il giorno dopo un’eventuale catastrofe elettorale generata anche dalle nostre divisioni, che valeva la pena abbattere Renzi e il Pd a costo di consegnare il Paese a Salvini e Grillo.
(*) Senatore della provincia di Alessandria


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