by, Agostino Pietrasanta
Scontato un impossibile percorso per la ricompattazione della presenza cattolica nella costruzione della città dell’uomo, residuano alcuni gruppi che non solo richiamano la validità attuale di alcuni principi di valore, ma ne cercano le conseguenti vie di realizzazione. Non mancano neppure interventi autorevoli di quotidiani laici che si interrogano sulle prospettive ancora aperte per i cattolici e, con sempre maggiore frequenza, indicano nella Chiesa una risorsa possibile.
La strada che ne deriva presenta difficoltà, in modo specifico per rimozione e/o indifferenza rispetto alle ispirazioni di fondo che ne rendono difficile un recupero adeguato ad ogni contestualizzazione nel passaggio che stiamo vivendo.
In tale ottica sarebbe utile qualche richiamo. Esiste una costante di tutto il Movimento Cattolico (M.C.) e della sua ricaduta politica: il primato della società civile sullo Stato. Si tratta di argomentazione ripetuta, perché costitutiva. Nella cultura del popolarismo e poi della Democrazia Cristiana (D.C.) una linea di pensiero ha sempre promosso convergenze significative, nonostante le varie componenti correntizie che venivano poste in essere. Non c’è mai stata, neppure nelle espressioni della destra cattolica, la riduzione del rapporto politico tra regole ed individuo; non c’è mai stata acquiescenza ad uno Stato che, pur in una dimensione liberal/democratica, riconoscesse solo le presenze individuali ed i relativi diritti assicurati da regole istituzionali adeguate.
Per i cattolici (e Sturzo lo definì al Congresso di Torino del 1923) lo Stato ha un senso strumentale, per quanto indispensabile ad assicurare non solo i diritti individuali, ma anche quelli collettivi. Non si limita a prendere atto dei succitati diritti, ma ne promuove le condizioni propositive. La costante si ripete per l’attività politica di cattolici nel secondo dopo/guerra e si realizza in quella dimensione di democrazia progressiva che la Carta ribadisce, con costante richiamo, nella parte dei “Principi fondamentali”.
Sta qui la prima caduta di una rimozione la più devastante. La deriva populista (sul suo significato abbiamo detto altra volta e non insistiamo), la promozione di un consumismo senza freni, di una esaltazione del benessere indipendente dalle risorse, han fatto strage delle premesse essenziali per una democrazia reale, in cui anche i più deboli siano in grado di esprimere un contributo alla ricaduta collettiva.
La seconda rimozione attiene la laicità. A seguito dei falliti patti clerico/moderati, il popolarismo ha ritenuto che la politica fosse assolutamente aconfessionale, che il coinvolgimento del messaggio universale del Cristianesimo non fosse compatibile con la scelta di parte della politica. Certo l’ispirazione evangelica era fondativa, ma non poteva conseguirne che la Chiesa fosse coinvolta nel confronto dialettico tra i partiti; l’universalità della Religione non soffriva riduzioni alla sfera del particolare.
Sta qui la seconda rimozione rovinosa. Dopo che la Democrazia Cristiana (D.C.) aveva preservato alcune forme della laicità popolare sia pure compatibilmente ad una diversa contestualizzazione, dopo che De Gasperi aveva saputo resistere a ben note pressioni, dopo alcuni lucidissimi richiami anche da parte della Chiesa del Concilio (il discorso di apertuta di Giovanni XXIII sulla inaffidabilità di certe compromissioni), caduto il partito anche per vergognose derive interne, l’età berlusconiana si è trascinata per un periodo di una surrettizia presenza che ha distrutto il difficile impianto della aconfessionalità fondativa della presenza politica di cattolici.
La terza ferita, nella tradizione popolare e democratica, sta nella rimozione del merito nella sua valenza democratica. Eppure sarebbe stato sufficiente riprendere la Parabola dei talenti e la coerente declinaziomne laica della nostra Costituzione. Il fatto è che c’è stata un’omologazione non solo alle istanze anti/meritocratiche, ma anche una banalizzazione del merito ridotto a privilegio. Nella costante tradizione, al contrario, il merito costituiva la risorsa per la crescita di tutti nelle logiche della solidarietà.
Di qui le radici di un disastro, senza aggettivi; di qui consapevoli valutazioni per ogni ripartenza. Sarà sufficiente un’età della preparazione sia pure nella prudenza indispensabile e conseguente una rimozione evidente? Nel nostro spazio limitato, ne stiamo ragionando da dieci anni.
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