Carlo Baviera
Scrivo mentre si stanno sviluppando, fra dichiarazioni ufficiali, scomuniche istituzionali, ardui tentativi diplomatici, le fiamme che hanno portato una regione della Spagna a mettere in moto procedure che dovrebbero portare o all’indipendenza di chi si considera nazione autonoma e repubblicana rispetto allo Stato monarchico spagnolo; oppure ad un intervento pesante da parte delle autorità centrali in difesa dell’unità e indivisibilità del territorio spagnolo, secondo quanto previsto dalla Costituzione.
Non so come finirà la partita, ma in questo momento intendo partire da quelle vicende per considerazioni a margine, in quanto ne saremo (bene o male) contagiati o coinvolti in quanto europei,
Non conosco a sufficienza la storia della Spagna, nè tutte le motivazioni che hanno portato alla situazione odierna, ma ritengo (ad iniziare dall’infausto referendum sulla Brexit) che sia iniziato un percorso, in discesa, che ci porterà poco alla volta al ritorno delle piccole Patrie, ai piccoli staterelli. Mentre serve più Unione, nel rispetto delle autonomie e del pluralismo.
Però l’Europa, senz’anima, e incapace di procedere speditamente verso istituzioni solide comuni (un Capo dell’Unione, un Parlamento che legifera per tutta l’Europa, un Governo che gestisce la politica estera, di Bilancio, della Giustizia, del Welfare, dell’Istruzione, della Salute, del Commercio, dell’Ambiente, ecc.) ci farà arretrare (potrebbe essere questo il triste finale) alla situazione ante 1957.
Tutti ci sentiremo liberi, indipendenti e autonomi, senza accorgerci del potere invisibile del mercato, del grande fratello, del grande vecchio, del pensiero unico: che continuerà a farla da padrone e a dettarci le scelte e i comportamenti; senza noi avere strumenti per affermare il nostro punto di vista.
Tutto ciò anche per la cecità degli attuali (vecchi) Stati sovrani – che di sovrano non hanno più nulla se non l’eventuale uso della repressione poliziesca o di interventi statalisti – di affrontare nei lustri passati situazioni che richiedevano più autonomia e maggiore articolazione istituzionale, all’interno della nuova casa comune Europa Federale (vedi Paesi Baschi, Scozia, Irlanda del Nord, ecc.). Ormai è tardi, si è imboccata la discesa. Incrociamo le dita. Speriamo di non tornare ad essere granelli di polvere in mezzo a grandi e potenti nazioni. Quando si perde il treno della storia, quando si resta indecisi sulle scelte del destino non bisogna poi lamentarsi.
Ci sono di sicuro ragioni a favore dei catalani per vedersi riconoscere altri spazi, pur prevedendo (stando a quanto si dice) le leggi spagnole possibilità per un’ampia autonomia. Mi chiedo infatti se, oltre ad elementi che hanno travisato il concetto di autonomia e di campanilismo, non ci sia stata in anni recenti e meno recenti una serie di decisioni e comportamenti (vale per l’Europa, ma anche per l’Italia) troppo accentratrici, dando poco spazio alla reale partecipazione, non valorizzando le autonomie, non aiutando a crescere in un sistema unitario ma plurale che non penalizzasse territori e tradizioni. Sarebbe ora che almeno l’area cattolico democratica ritorni a ragionare su queste cose; legate anche all’impianto istituzionale (sia Europeo, che Italiano).
Ad esempio, e mi scuso per ritornare su argomenti “referendari” che più volte ho affermato andassero definitivamente accantonati, ritengo sia stato un errore prevedere la semplice abolizione delle Provincie (trasformate ora in una specie di aborto) senza rivedere alcuni comportamenti accentratrici delle Regioni e senza tenere conto (stante anche la presenza di tante piccole realtà comunali) della necessità di aree socio-economiche e storico/culturali (più piccole territorialmente dei territori di molte Province) di avere una rappresentanza, una voce, un livello di decisione autonoma su questioni turistiche, ambientali, urbanistiche, …). Poi a livello europeo permangono situazioni (come la Catalogna) dove tutto sarebbe più semplice, probabilmente, in una Europa federale, con Stati più “deboli” e con larghe autonomie. Comunque bisogna che si riprenda il discorso, per evitare che tutto si frammenti sempre più. Se ci vuole più Europa, e ne sono convinto anch’io, bisogna trasformare questa Europa, darle un’anima, far contare i popoli e non i Governi e gli Stati; chiedere più democrazia e solidarietà e non xenofobia, chiusure identitarie, integralismi.
C’è chi leggendo o ascoltando le notizie che venivano da Barcellona si è detto rattristato: “Avremmo bisogno di più Europa e assistiamo a processi di frammentazione che guardano al passato”. Altri hanno giudicato esagerato e discutibile l’intervento della Guardia Civil addirittura nei seggi per impedire il voto, e trattando le persone come pericolosi rivoluzionari. La legge va fatta rispettare sempre, e uno Stato ha il diritto di difendere la sua integrità territoriale; ma questa volta c’è stata sproporzionalità a detta di molti.
Però un commento mi ha colpito: “ Purtroppo è una continua frammentazione, che ormai coinvolge tutti i paesi europei e non solo. Questa nostra Europa se non ha valori solidali, etici…. non può che frantumarsi sempre di più”. La voglia di divisione si farà sempre più ampia, non solo per egoismi finanziari ed economici o per non dover rispondere a regole e direttive che percepiamo come assunte sempre più lontano dalle nostre realtà locali, ma anche perché non si sono sviluppati percorsi partecipativi che aiutino a far crescere una coscienza continentale; e soprattutto perché non si vedono quei valori solidali e di interesse comune che tengano insieme popoli con lingue, tradizioni, storie diverse.
Sapevamo che il processo sarebbe stato lungo e tormentato, che l’allargamento avrebbe portato difficoltà maggiori; ma l’obiettivo meritava il sacrificio, obbligava a compiere il tentativo di sentirsi ed essere uniti, con istituzioni comuni. Tutto rischia di allontanarsi, se non di esaurirsi definitivamente, visti anche recenti risultati elettorali in territori a noi vicini.
Ecco perché, come in Spagna, anche in tutta Europa è venuta l’ora di gridare: “Parlem, ablamos”. Torniamo a parlare parole di unità, di collaborazione, di integrazione; riprendiamoci l’Europa, perché sia davvero unita, basata sui valori iniziali, capace di integrare e di riconoscere una cittadinanza attiva.

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