Daniele Borioli (*) da: https://appuntialessandrini.wordpress.com
L’autunno in arrivo mette di fronte alla politica italiana questioni di primaria importanza: dal modo in cui saranno affrontate e, si spera, risolte dipendono molto del futuro prossimo e delle prospettive di più lungo periodo per il nostro Paese.
La prima di esse riguarda l’imminente legge di bilancio, che rispetto a quella degli anni trascorsi, assume una valenza politica ulteriore. Non c’entra la propaganda (o meglio, c’entra ma in modo non banale e strumentale), ma da essa deriverà quota rilevante del prossimo risultato elettorale.
La legislatura che si avvia alla conclusione è stata connotata da un andamento a due facce. Il sostanziale nulla di fatto sul fronte delle riforme costituzionali e istituzionali, nonostante gli sforzi compiuti dal Parlamento e dal Governo. Una mole molto significativa di risultati sul piano delle misure dedicate ai diversi ambiti della vita economica, sociale e culturale.
Sul fronte della ripresa economica, il Governo guidato da Gentiloni sta raccogliendo i frutti del lavoro “lungo” della legislatura. Un lavoro non esente da limiti ed errori, ma certo contrassegnato da un importante tasso di innovazione degli strumenti che regolano le dinamiche dell’economia, del lavoro, della scuola, della pubblica amministrazione, del mondo del volontariato.
Al tempo stesso, questa legislatura consegnerà alla storia alcune pagine decisive sul fronte dei nuovi diritti: le unioni civili, la legge sul “dopo di noi”, le norme a contrasto del cyberbullismo; insieme ad altre importanti riforme nel campo della giustizia, in primis la riforma del processo penale.
Alla luce di queste considerazioni, la prossima legge di bilancio sta allo snodo di un’azione che, da un lato deve intervenire a “manutenere” e, dove serve, correggere ciò che è stato fatto, completando il percorso di attuazione rimasto incompiuto (ad esempio nel Jobs Act sul fronte delle politiche attive del lavoro); dall’altro deve coniugare gli interventi di sostegno alla crescita e all’occupazione con un più deciso e robusto disegno di intervento sul fronte del contrasto alla povertà e dell’inclusione sociale.
I dati positivi della produzione e i discreti fondamentali che il Paese espone ormai da alcuni mesi consentono qualche spazio finanziario più agevole, che la stessa Europa ci riconosce e dei quali dobbiamo fare buon uso. Le misure allo studio del Governo per favorire l’ingresso del lavoro, in particolare dei giovani e delle donne, vanno nella direzione giusta. Non solo per ciò che riguarda in generale l’obiettivo di far crescere il tasso di occupazione, ma anche per qualificarlo quale strumento di incisione di una delle ingiustizie più marcate nel campo del lavoro.
Altrettanto importante dovrà essere l’impegno a incrementare e rendere strutturali le politiche di contrasto alla povertà, in particolare attraverso l’introduzione di quel reddito di inserimento che riallinea l’Italia agli altri Paesi europei. Una cosa molto diversa dal “reddito di cittadinanza”, che al contrario di quest’ultimo prevede l’impegno di chi ne usufruisce a sottoscrivere un progetto di formazione e inserimento.
Alla base di questa impostazione sta, finalmente, la consapevolezza che la condizione di disoccupazione, di espulsione o di esclusione dal mercato del lavoro, in un contesto di rapida successione delle innovazioni tecnologiche, dei processi e dell’organizzazione dei sistemi produttivi, non può essere più considerata come un incidente episodico e residuale, ma è una prospettiva incombente, dalla quale i lavoratori o chi è in cerca di lavoro vanno assolutamente protetti.
Le aspettative sono alte e bisognerà saperle cogliere, se vogliamo provare a ricucire, almeno in parte, le lacerazioni che la crisi ha prodotto tra la politica e le istituzioni da un lato e milioni di italiani dall’altro, aprendo le porte, e più di una concreta chance di successo elettorale, al populismo grillino, sempre più in scivolamento sul tema migranti verso le derive leghiste, e a un raccogliticcio centrodestra, sempre più a trazione sovranista nonostante l’ostentato protagonismo di Berlusconi.
Gli ultimi scampoli di legislatura incombono perciò sul futuro del Paese in modo dirimente. A Gentiloni e al suo esecutivo sono affidate le residue possibilità di garantire all’Italia una prospettiva riformista, in grado di fare argine all’ondata antisistema che rischia di investirla e che, stando ad alcuni sondaggi, potrebbe anche sommergerla.
Restano aperte, e in cerca di soluzione, tra le molte cose che ancora ci sarebbero da fare, due questioni assolutamente rilevanti: la legge elettorale, e la legge sulla cittadinanza, impropriamente definita “ius soli”. Sulla prima, i termini sono noti: si rischia di andare a votare con due leggi diverse, una per la Camera e uno per il sopravvissuto Senato. Due leggi di matrice extraparlamentare, determinate dagli interventi della Consulta. Il rischio di paralisi e implosione legato connesso a questa grave anomalia è noto. Ad esso si aggiunge quello dell’ulteriore disdoro che ricadrebbe sul Parlamento e sulla politica, incapaci di fare almeno il “minimo sindacale”
È auspicabile, perciò, che si trovi una soluzione, e che il Pd per primo abbandoni i giochi tattici, che non lo salveranno, in caso di fallimento, dalla responsabilità primaria che gli spetta come principale partito della maggioranza in carica, a Montecitorio e Palazzo Madama.
Per quanto riguarda lo “ius soli”, non possiamo dimenticare che tanto Bersani nel suo programma del 2013, quanto Renzi successivamente, hanno fatto del riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli degli stranieri, nati nel nostro Paese e formati nelle sue scuole a conoscere e condividere la lingua, la cultura, i valori civili fondativi italiani, uno dei punti maggiormente qualificanti la XVII legislatura.
Certo, è difficile non vedere come su questa importante conquista di civiltà giochino le strumentalizzazioni di chi ha scelto di usare la questione “migranti” e le paure generate dal terrorismo dell’Isis, e come da tali strumentalizzazioni scaturiscano le esitazioni e le fratture presenti all’interno della stessa maggioranza. Si comprendono in questa chiave i prudenti passi che lo stesso Gentiloni sta muovendo, evitando di forzare i tempi al fine di salvaguardare la tenuta del Governo in vista dei passaggi legati ai provvedimenti di bilancio.
Forzare in questo momento rischierebbe di portare a una duplice Caporetto: niente “ius soli”, che stante la contrarietà del neo-destrismo grillino al Senato non avrebbe i numeri; e possibile implosione della maggioranza di Governo, disastrosa per tutti. La strada molto saggia che Gentiloni tenta di percorrere consiste perciò nel lavoro paziente che occorre per portare a meta la legge sulla cittadinanza con la stessa maggioranza che l’ha già approvata alla Camera. Non è scontato che ci si riesca, ma non ci sono alternative.
Aggiungo una postilla, in conclusione, dal punto di vista di chi crede nell’esigenza di rifondare un centrosinistra plurale, di conio ulivista. Se Alfano e i suoi collaborassero, infine, per dare approdo alla legge sullo “ius soli”, convergendo con il Pd e con le altre forze di sinistra a battere in testa i venti xenofobi della peggior destra italiana, quali sarebbero le ragioni per escluderli da una futura alleanza?
(*) Senatore della Provincia di Alessandria

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