on 24 settembre 2017 Il punto ● Marco Ciani
Le elezioni tedesche restituiscono un quadro più complesso della situazione politica sia teutonica che europea.
In estrema sintesi. I democristiani di Angela Merkel vincono ma con un notevole ridimensionamento. I socialdemocratici dell’europeista Martin Schulz, che solo qualche settimana fa pareva proiettato verso un luminoso risultato, incassano una delle più cocenti delusioni del dopoguerra. Bene i liberali, i verdi e la sinistra radicale.
Ma il dato veramente preoccupante è l’affermazione, a questo punto non episodica, di Alternativa per la Germania, partito xenofobo e antieuropeo di estrema destra che in meno di un lustro è passato dal 4,7% delle ultime consultazioni federali, al 7% delle europee, al 13% abbondante di questa sera.
La cosa che stupisce di più è il fatto che una forza del genere si consolidi in una nazione che viaggia con il vento in poppa, avendo registrato negli ultimi anni risultati economici invidiabili e un tasso di disoccupazione al 4%.
In queste condizioni sarebbe stato ragionevole attendersi una rielezione trionfale delle forze che hanno sostenuto il precedente governo. E’ avvenuto il contrario. Perché?
Probabilmente per più di una causa.
Innanzitutto, nella pur ricca Germania persistono sacche di marginalità sociale, soprattutto nelle regioni della ex-DDR che ancora non riescono a integrarsi pienamente e votano per la protesta. Anche se non in quantità sufficiente a spiegare il successo delle forze alternative.
Esiste poi una crisi, quasi globale, dei partiti tradizionali che anche dove rimangono maggioritari, arrancano e faticano a formare esecutivi stabili. Pensiamo ad esempio al caso della Spagna o del Regno Unito post/Brexit.
In molte nazioni si devono comporre inediti governi di coalizione, spesso spuri, per tentare di mettere una pezza. In questo quadro sono particolarmente penalizzati i partiti di sinistra democratica e socialista che stentato a trovare un bandolo della matassa.
Aggiungerei lo stato agonico delle ideologie che raccoglievano nei grandi partiti di massa le forze della società incanalandole entro un progetto collettivo e di norma democratico, all’interno di una dialettica destra/sinistra, libertà/uguaglianza, capitale/lavoro.
Ciò premesso però, a detta di tutti gli analisti maggiormente qualificati, il vero argomento dirompente delle elezioni tedesche è stato, come ormai abbiamo imparato a comprendere, l’immigrazione.
Piaccia o meno, il tema dei rifugiati siriani accolti a braccia aperte da Angela Merkel ha acceso una miccia destinata a innescare una risposta elettorale di notevole portata. E volenti o nolenti, l’afflusso nel Vecchio Continente di persone di razza, etnia e religione diversa da quella locale comporterà sempre più fenomeni reattivi da parte dei cittadini.
Ora si apre una fase difficile nella quale, avendo i socialdemocratici annunciato l’uscita dal governo, la cancelliera dovrà provare a formare un esecutivo di coalizione con liberali e verdi, assai laborioso considerate le posizioni distanti dei due partiti. Il rischio di una crescente instabilità del quadro politico è tangibile e preoccupa sia la Germania che il resto d’Europa.
Cosa ci dobbiamo attendere?
Probabilmente una stretta sull’immigrazione, se la nuova compagine vorrà almeno provare a coprirsi il fianco su un elemento tanto delicato e pericoloso.
Senza l’avvallo dei tedeschi però, la ricollocazione dentro l’Unione dei profughi sbarcati sulle nostre coste, che già ora si presentava molto difficoltosa, si farà ardua. Le tensioni derivanti ce le dovremo quindi risolvere, se riusciamo, da noi. Senza contare su improbabili solidarietà.
Non solo. I liberali, se entreranno al governo, chiederanno molto più rigore nei conti pubblici non solo a casa loro (dove forse non ce n’è nemmeno tanto bisogno), ma soprattutto agli altri Stati continentali. Il che non costituisce un viatico particolarmente positivo per le cicale, come l’Italia.
Ed è assai plausibile che anche la politica di Mario Draghi alla Bce ne verrà influenzata, riducendo le prospettive di finanziamento facile e a buon mercato del debito pubblico che ci avevano fin qui protetto da una nuova impennata dello spread.
Da ultimo ci si può provare a domandare quali riflessi per la costruzione di un’Europa più integrata. Che possa inserirsi negli attuali equilibri (ma forse meglio sarebbe dire squilibri) tripartiti di Usa, Cina e Russia.
Anche su questo fronte, un cancellierato indebolito nei numeri e appesantito dalla necessità di mediazioni significative, con il fuoco sotto i piedi della destra populista, potrebbe mostrare difficoltà non trascurabili nel procedere assieme alla Francia (l’Italia è e sarà sostanzialmente ancor più fuori gioco dopo le prossime elezioni) in una spinta maggiore verso l’integrazione.
Notizie non particolarmente buone, dunque. Che pongono la capacità di leadership dei maggiori paesi europei ad un bivio.
O rischiare, investendo la residua credibilità prima che sia troppo tardi, nel tentativo di completare la UE in senso federale. In modo che i cittadini si sentano in conclusione parte attiva di un’istituzione vissuta sino ad oggi come lontana e burocratica.
O la fine dell’Europa, destinata dopo l’uscita della Gran Bretagna e le ormai frequenti convulsioni, a perdere altro appeal e, molto verosimilmente, anche i residui pezzi.
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