Famiglia e parità di genere, Riccardo Lera

Famiglia e parità di genere.
Ad onor del vero va riconosciuto a mio padre il fatto che non sia mai sottratto alle necessità domestiche imposte dalla quotidianità familiare. Agli inizi degli sessanta si era ancora agli albori della battaglia condotta dal mondo femminile volta alla parità di genere, ma al di là delle possibili e per me insondabili dinamiche intercorse a livello di coppia fra i miei due genitori, indubbiamente posso classificare con sicurezza papà fra i primi soggetti maschili affacciatisi in una qualsiasi italica cucina, in ruoli diversi da quello di semplice e taciturno pater familias masticatore-deglutitore. 
Tuttavia il suo voler trasportare a domicilio la tecnica siderurgica solo per scaldare un po' di latte o, più arditamente preparare un caffè, si è spesso rivelato non scevro di tonalità tragicomiche. Mamma ammutoliva quando le capitava di ascoltare il proprio uomo, bardato di grembiule e mestolo di legno, proferire frasi del tipo: 
"Conoscendo la massa dell'acqua e la sua temperatura iniziale Ti, posso calcolare la quantità di calore da somministrare per portarla alla temperatura di ebollizione Te!". 
Il problema era che, quando lui ingranava la marcia, non lo fermavi più nemmeno a cannonate. Inutili erano gli appelli materni volti ad una ricomposizione della pax augustea domestica con inascoltati appelli del tipo: "Cesare lascia stare, faccio io!" niente, non c'era più nulla fare, quello avanzava come un carro armato teutonico Panzer Kampfwagen Tiger nelle campagne francesi delle Ardenne: 
"Nota la potenza P, erogata dal fornello, se tutta la potenza fornita va a scaldare l'acqua senza che vi siano perdite di alcun genere, allora il tempo richiesto è: Δt = Q fratto P!" declamava quello con fare soddisfatto di fronte ad un'incolpevole pentola a pressione.

Insomma eravamo spacciati. Quel giorno la nostra voglia di pasta asciutta al ragù si sarebbe stemperata nell'assaggio di qualche triste fetta di prosciutto di spalla, fortunatamente da accompagnarsi con i fenomenali grissini all'olio delle Albinio. Il problema era che, pur essendo, il mio vecchio intendo, emotivamente sensibile alle istanze di una nuova civiltà da consumarsi all'interno dei muri di casa propria, queste novità lo innervosivano terribilmente. Perché si ha un bel dire di dover applicare al meglio nella quotidianità gli scritti di Harriot Taylor Mill sul femminismo liberale, o altre pubblicazioni del genere a questa successiva, ma l’omo è omo, e fin dall’antichità la componente maschile del genere umano ha la necessità di manifestare la propria essenza nell’ostentazione di oggetti, di per sé utili, ma soprattutto con una forte valenza simbolica. Insomma l’uomo delle caverne brandiva la clava, il legionario romano sguainava il gladio, il cow boy estraeva la colt. Via via che lo sviluppo tecnologico è andato avanti, accanto ad un uomo c’è sempre stato un qualche oggetto, un fido compagno di avventure, pratico, adatto all’uso che se ne voleva fare, ma al tempo stesso carico di significato. Tornando al mio genitore, è del tutto evidente che l'impugnare a casa un mestolo o un trinciapollo gli creava, in primis indubbi problemi psicologici di identità personale, ma soprattutto alcune patologie a carattere internistico. 
Papà ha sempre sostenuto di soffrire d’ulcera e ritengo che, effettivamente, qualche incazzatura la sua mucosa gastrica l’abbia pure sofferta, poiché solo recentemente ho scoperto che, in mancanza di mia madre, era solito prepararsi per pranzo un brodino con un litro d’acqua e tre dadi Knorr dentro. Insomma, l’incertezza del suo ruolo in famiglia creava disagi, non solo a lui e alla sua tribù, ma persino agli oggetti. 
Ora io faccio male a fotografare mio padre solo in sfortunati accadimenti. Credo sia l'uomo più intelligente e curioso da me conosciuto. Ancor oggi mi stupisce la sua straordinaria capacità di entusiasmarsi di fronte ad un qualsivoglia articolo scientifico o anche, più semplicemente, il disegno dei petali di un fiore o il cinguettare di un uccellino. Purtroppo per lui, la mia capacità dissacratoria è troppo potente per lasciarmi sfuggire l'occasione di esercitarla in tutte le sue sfaccettature. Dunque caro padre che ti devo dire? Sopporta!
Un giorno in cui eravamo in casa solo io e lui, sulla base di alcune note lasciate per iscritto da mia madre, fui spedito a comprare una mezza dozzina di uova. Mio padre, in uniforme domestica completa di 'skusò ' e guanti di plastica arancioni, era intento a lavare i piatti. Consegnatimi i soldi necessari all'acquisto, fradici di sapone, mentre mi avvicinavo alla porta di casa, fui richiamato con un urlaccio ad un improvvido quanto inaspettato contrappello. Lo ricordo uscito dalla cucina, con fare livoroso e irritato. Teneva le braccia flesse ed i guanti appoggiati sulle spalle nel vano tentativo di non inzaccherare il pavimento del corridoio.
"Mi raccomando" sentenziò aulico "non fare come al tuo solito, quando ciondoli per strada..." e cercando di rendere più penetrante il suo intervento educativo volto a correggere un per lui evidente figlio massacratore di uova di gallina, iniziò una manovra a zigzag lungo il corridoio, colpendo alternativamente con le spalle i muri alla sua destra e alla sua sinistra. Giunto al termine della sua discesa, degna di un Garrincha in gran spolvero, si produsse in una spallata assai ricca di forza ed energia contro l'angolo della specchiera del settecento, orgoglio del nostro ingresso in generale e di mia madre in particolare. Ora, quando tu colpisci con vigore un altro uomo, quello può emettere un suono un po' inarticolato come "Ahia!", se lo fai con un cagnolino quello mugula un soffocato "Cai cai!" e un gatto "Mmiaow!"; tutti e tre i soggetti, successivamente o si danno alla fuga, oppure, ponendosi in posizione di contrattacco, provano a restituirti con gli interessi il colpo con il quale sono stati offesi, magari con un pugno oppure con un morso. In quel mio giorno di attento discente, io appresi che invece una specchiera del settecento fa semplicemente "Crash!" e non potendo reagire ulteriormente si frantuma disegnando sulla sua superficie vari segmenti non proprio artistici di rottura.
Tuttavia lui rimase granitico di fronte allo stupore della famiglia e in risposta alla allibita espressione di disapprovazione manifestata da mia madre davanti a quella specchiera irrimediabilmente martoriata, lui chiuse la faccenda con un lapidario, quanto strepitoso: 

"Così gliel'ho spiegato meglio!"

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