Alluvioni e incuria, Agostino Pietrasanta

Tutto è stato detto e valutato e io non farei che riproporre una litania ormai inutile, se non lo facessi per introdurre una testimonianza personale; e poiché si tratta di ricordare episodi e vicende dell’adolescenza, un minimo di commozione resta inevitabile.
Si è giustamente osservato che le case non possono essere costruite al livello dei fiumi o addirittura a ridosso delle loro sponde; è stato osservato che si sta modificando il corso di vari fiumiciattoli per costruire abusivamente, ma col beneplacito tecnicamente supportato degli organi competenti; è stato rilevato e testimoniato che si tombano, al livello del suolo, torrentacci e fossati; è stata criticata la cattiva abitudine delle caditoie (tombini) intasate nel totale disinteresse di chi dovrebbe provvedere. 
Tutto è stato detto e si potrebbe aggiungere che sul letto dei fiumi si creano, anche per effetto delle piene, autentici isolotti sempre coperti di ogni pianta ornamentale che, alla bisogna, impediscono il normale deflusso delle acque con le conseguenze che si potrebbero prevedere: ovviamente col permesso degli ambientalisti, i quali, anche loro qualche volta, stoppano i loro stessi meriti.
Tuttavia se tutto è stato detto, permettetemi un ricordo/testimonianza personale. Qualcuno potrebbe confermare, ma non molti: sarebbero come me, molto avanti negli anni e l’anagrafe non fa sconti. Vivevo, al tempo dell’adolescenza, in un meraviglioso paese dell’alessandrino la cui Amministrazione comunale aveva assunto un cantoniere: uno solo, conosciuto da tutti e non controllato da nessuno se non da sé stesso, puntuale e rigorosissimo nel pulire i fossi lungo le carreggiate e le strade in parte non asfaltate.

Faceva il suo lavoro con calma, continuità ed impegno. Tagliava gramigne, portulache, fiordalisi camomille (queste ultime raccolte con cura dalle donne lungo tutto il percorso). Si chiamava Tullio Branca (nome fittizio), ma nel paese veniva salutato da tutti col soprannome Spagnò (soperannome reale) e qualche contadino andando o tornando dai vigneti, si fermava a far chiacchiere, mentre lui, già sul posto di lavoro, continuava la sua operazione di pulitura. Non conosceva orari: da maggio a settembre lo si poteva trovare alle cinque del mattino, senza alcuna imposizione da parte di nessuno; alle dieci col caldo si ritirava per ritornare ai fossi alle cinque del pomeriggio (diciassette) e fino alle nove (ventuno). Durante l’inverno lavorava di meno e se il freddo pungeva oltre la norma, decideva lui di rimanere a casa e nessuno gli muoveva rimprovero. Era come se i fossi gli appartenessero ed agiva con la cura conseguente. Dopo il taglio delle erbacce con una zappettina raschiava le sponde ed il fondale del torrentello e lasciava un percorso talmente pulito che nessun impedimento polteva frapporsi al deflusso delle acque. Ricordo temporali violentissimi (in verità più rari di oggi) e mai una pozzanghera sulla strada. Dopo la tempesta più devastante, se si percorrevano le strade si notava uno scorrimento abbondantissimo, ma rapido e fluente dei diversi torrentelli o fossati.
Spagnò lavorava a ritmo lento, ma continuo e…ciclico; finito il giro, senza soluzione di continuità, ricominciava da capo. Non conosceva ferie, ma se aveva bisogno di riposo e di sbrigar faccende, nessuno gli imponeva di lavorare e la storia finiva lì. Un pizzico di utopia? e chi lo nega?

Nessuno pensi che io voglia proporre una simile soluzione: sarei fuori d’ogni contesto, un pericoloso schiavista e incapace a capire o anche solo valutare i problemi di oggi. Voglio solo dire che sono gli uomini e le loro libertà, accompagnate ai loro diritti, che creano i problemi, li possono valutare e li possono risolvere.

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