Alzheimer, l’orgoglio di essere malati

da: http://www.lastampa.it/ Pubblicato il 28/08/2017
GIANLUCA NICOLETTI
Quanti di voi scuoteranno il capo leggendo che a Gavirate qualcuno sta organizzando un Alzheimer Fest? Eh già, penserete che con certe disgrazie non si scherza. Invece c’è chi ha deciso che per un problema di salute, che comunque lambisce tre milioni di persone nel nostro Paese vale la pena di alzare i bicchieri, fare musica e cantare.  
E allora? Che succederà mai? Piangerà l’angioletto custode? Come ci dicevano da bambini per inculcarci ben bene il concetto che, in questa valle di lacrime, la sofferenza e la malattia vadano tenute celate con pudore, come fossero lo stigma di una colpa di sicuro commessa e quindi da espiare. 
A Gavirate invece qualcuno porterà suo nonno in carriola, anche se parla a vanvera e non riconosce nemmeno i figli, magari riesce a farci apprezzare di più il nostro privilegio di pensare articolato, ma meglio ancora prende aria invece che starsene rinchiuso in quei bei posti dove, in nome della carità, si ribadisce il concetto che ogni malattia sia da vivere nell’umbratile pudore della riservatezza.  
Stiamo scherzando? Questo non deve più accadere in un Paese civilizzato, soprattutto tra gente capace di vivere con serenità il fatto che siamo meccanismi fatti di carne, ossa e viscere, che qualche volta possono accusare malfunzionamenti. 


Vogliamo fare un passo avanti rispetto a quel mormorio da vecchie zie che segnava l’anatema sociale per chi avesse una «brutta malattia»? I maschi si toccavano le palle, le donne si facevano il segno della croce; per il «poveretto» (o poveretta) iniziava l’inesorabile scomunica di chi non è più socialmente compatibile con la comunità dei sani e savi.  
A Gavirate invece si celebrerà con intrepida sventatezza il pride dei dementi, sarà un evento ancor più rivoluzionario e anticonformista di ogni sfilata di carro allegorico con drag queen impennacchiate. 

Provate a fare coming out delle avvisaglie di uno svampimento precoce, come di una depressione, di una neurodiversità, di una qualsiasi condizione fortemente invalidante all’essere sempre confondibile nella bella marmellata del vivacchiare comune…  
Vi si farà il vuoto intorno, i vostri stessi familiari vi rinnegheranno perché avete osato gettare il dubbio sull’integrità della vostra linea di sangue. 

Eppure siamo un popolo d’ipocondriaci, ovunque pullulano rubriche di medici che rispondono a ogni pressante quesito su sintomi di ogni tipo. La rete è diventata un’immensa espansione della cara enciclopedia medica che, assieme al libro delle novene, rappresentava l’esorcismo più potente alla dannazione di potersi mai ammalare.  
Ebbene, voi tremebondi cittadini del Paese dei più sani e più belli, preparate il sale benedetto, tirate fuori i vostri santini, le madonnine con l’acqua di Lourdes. Soprattutto chiudetevi in casa a doppia mandata e non uscite più… 

E’ davvero un rischio per voi che, iniziando dai cervelli ribelli di Gavirate, vorranno fare festa anche quelli che hanno perso i capelli per la chemio, quelli cui hanno amputato qualcosa, quelli che devono prendere medicine, stare attaccati a delle macchine, camminare con qualcuno che li spinge sulle ruote o li tiene per il braccio.  
Anche se non c’è niente da ridere, è sacrosanto che tutti i diversamente scoppiati di salute d’Italia comincino a pretendere di stare in mezzo alla gente, non solo per essere compatiti, ma per non essere trattati da clandestini e farsi finalmente riconoscere il loro Ius soli. 






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