IL PLATANO, by Devadatta Sk! Valmiki

IL PLATANO

by Devadatta Sk! Valmiki

E quindi infine son davvero cresciuto
e sono cresciuto avendoti in mente,
torpido pensiero d’un bimbo involuto
dentro cento fumate di pipe lente.

Torno dove urlavo in giovinezza,
venerando le cioppe di ribellione,
sbraitando l’importanza dell’ebbrezza,
tamburellavo ribollendo passione.

Questa landa non mi faceva sognare,
non tornavo a casa rinvigorito
né mi liberavo mai del mio penare,
amante vero d’un cielo scolorito.

Rimiravo il Platano da lontano,
amore che provi senza possedere,
lui centenario s’alzava sul pantano
e le mie nevrosi faceva cadere.

Così restavo nel giaciglio per ore,
stavo a fissare le macchine passare
sino al sopraggiungere del torpore,
finché non prendevo la via per tornare.


E dicevo – per quanto me ne possa fregare!-.

Il Platano sempre stava li a guardarmi.
-Hey-, il disait, - mais, qu’est-ce que vous dites?-.
Mi cresceva e non sapeva abbracciarmi.
-Aye-, je disais, - tombé ici entre les maudits!-.

Dimoravo allora nella Sua ombra,
la sera mi carezzava comprensiva.
Quando il vespro ritirava le sue membra
e la notte s’allargava remissiva,

la città s’avvicinava perigliosa,
fauci squadrate, cemento e quartieri
e soffrivo per la terra silenziosa,
percorrendomela tutta nei sentieri.

Ormai grande, ma ti vengo a trovare,
mi metto a temere quando lontano,
perché sempre noto la città avanzare,
ma tu t’ergi ancora, Signor Silvano.

E più mattoni ti crescono attorno
più m’accorgo che sei di molto più alto.
Passano infinite di notte e giorno,
ma sempre vinci le auto all’assalto.

Adesso non aspetto più le tue parole,
adesso capisco quanto poco si possa dire.
Come sassi ci scottiamo sotto al sole
e lottiamo inutilmente per l’avvenire.
Adesso me ne posso andare contento comunque 
e lasciarti dove sei, perché so di ritrovarti.
Cresciuto disilluso e senza un dunque,
degno tuo figlio, con un cuore e tanti arti.  


Devadatta Sk! Valmiki

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