"Io, Daniel Blake" di Ken Loach Patrizia Gioia

"Io, Daniel Blake" di Ken Loach
Se avete ancora il cuore andatelo a vedere "Io, Daniel Blake" perchè, se per un caso della vita come quello capitato a lui ( oggi non più un caso isolato, ma parte integrante della  nostra realtà) vi trovaste nelle sue stesse condizioni, potrebbe anche cedervi il cuore e potreste morire di un dolore indicibile). Blake, è sulla soglia dei sessant'anni e, dopo aver lavorato per tutta la vita, ora per la prima volta ha bisogno, in seguito a un attacco cardiaco, dell'assistenza dello Stato. Ed è in tale situazione che ognuno di noi potrebbe domani trovarsi.
Lo sguardo di Ken Loach ci offre un film carico di uno sguardo profondamente umano e contemporaneamente esprimente un grido che invita a ribellarsi a quello che sembra uno status quo impossibile da cambiare. Ma chi è cambiato è ognuno di noi, rimbecillito da una civiltà monoteista e tecnocratica che sempre di più tenta di strozzare anche l'urlo dei pochi che ancora non si adattano nè si arrendono e che, come Loach, da tempo ci mettono in guardia dalla non neutralità della tecnica: il cui spazio e il cui tempo sono indipendenti dallo spazio e dal tempo umani.
Loach per preparare questo film è ritornato nella sua città natale, Nuneaton, dove partecipa all'attività di sostegno di chi si trova in difficoltà, invitandoci - come scrive Zappoli -  a non cancellare la forza dell'identità individuale di coloro che stanno tornando ad assumere le caratteristiche di classe sociale dei diseredati come nell' '800 dickensiano. Perché è la dignità della persona quella che si vuole annullare grazie a un sistema in cui dominano i 'tagli' alla spesa sociale e in cui gli stessi funzionari, pur rendendosi conto della follia e della crudeltà del sistema , ammaestrati e ormai  disumanizzati aderiscono alle regole che si è loro ordinato di applicare.

Per fortuna c'è ancora qualcuno che non ha smarrito il senso dell'umana solidarietà e che non intende farlo dissolvere per colpa di chi ne ha volutamente smarrito qualsiasi traccia. La scena più intimamente toccante, in un film che provoca commozione senza però utilizzare alcun artificio, si svolge non a caso in un Banco alimentare. Si tratta di quelle realtà che un tempo si sarebbero definite caritatevoli e che oggi prendono il posto che dovrebbe spettare a uno Stato degno di questo nome, ma con tutta la precarietà che deriva dal volontariato. Non è necessario andare a Newcastle essendo sufficiente passare nelle prime ore del giorno dinanzi ai punti di distribuzione di associazioni anche laiche come, ad esempio, Pane Quotidiano a Milano per vedere lunghe file di persone che attendono di poter ricevere la razione alimentare. Il numero di coloro che non sono extracomunitari aumenta ogni giorno.
  Ken Loach continua a proporci le vite di persone comuni con la forza di chi partecipa attivamente al dolore di chi subisce una delle umiliazioni più profonde: la perdita o l'impossibilità del lavoro. Daniel, Daisy e i suoi due figli (i personaggi del film) si aggiungono alla galleria di persone di cui Loach ci ha mostrato una "tranche de vie" con la forza e la sensibilità di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi alla logica del liberismo selvaggio. Si deve reagire a ciò che sembra fatale, ma non lo è, come non lo sono neanche le stragi belliche. A questo proposito, se ne avrete voglia, vi unisco qui di seguito la lettera che Hermann Hesse scrisse nell'agosto del 1917: " A un Ministro".
Inviamola ad uno dei nostri e chissà che ancora abbia un cuore capace di ascolto.

"A un ministro
agosto 1917


Questa sera, dopo un’intensa giornata di lavoro, ho pregato mia moglie di eseguire per me una sonata di Beethoven. E le voci di quella musica, voci angeliche, mi hanno distolto dalle preoccupazioni e dalle cure, riportandomi nel mondo vero, il mondo dell'unica realtà che possediamo, da cui ci provengono gioie e dolori, nel quale e per il quale viviamo.
Ho poi letto qualche riga nel libro in cui si trova il sermone della montagna, e che contiene l'alto, antichissimo, fondamentale comandamento: «Non uccidere!».
Ma non ho trovato pace, non riuscivo né a dormire né a leggere ancora. Ero pieno di inquietudine e di angoscia e, mentre riflettevo cercandone la causa, all'improvviso mi sono ricordato, signor ministro, di certe frasi di un suo discorso che ho letto in questi giorni.
   Il suo discorso era ben congegnato, anche se non particolarmente nuovo, rilevante o stimolante. Lei ha detto, in sostanza, quello che si afferma, da un pezzo in qua, in tutti i discorsi di tutti gli uomini di stato; e cioè che così, in via generale, non si desidera nulla più ardentemente della pace, di una nuova armonia e di un fruttuoso operare per il futuro dei popoli, che non ci si vuole arricchire né si vuole soddisfare una brama di sangue, e che d'altro canto «l’ora delle trattative» non è ancora suonata, sicché per il momento non resta che continuare a battersi da valorosi. Suppergiù, e questo il discorso che ogni ministro di ogni nazione in guerra potrebbe pronunciare, e forse pronuncerà domani o dopodomani.
Il fatto che questo discorso oggi non mi lasci dormire, sebbene ne abbia già letto abbastanza spesso di assai simili, tutti con la stessa mesta conclusione, senza che ciò mi abbia poi impedito di dormire della grossa, lo si deve, adesso lo so con certezza, alla sonata di Beethoven: a essa e a quell'antico libro nel quale, dopo averla ascoltata, ho letto qualche riga, libro in cui si trovano i meravigliosi comandamenti del Sinai e le sublimi parole del Salvatore.
La musica di Beethoven e le parole della Bibbia per me dicevano esattamente la stessa cosa, era acqua di un'unica fonte, quell'unica fonte da cui sgorga il bene agli uomini. Ed ecco che all'improvviso mi sono reso conto che il suo discorso, signor ministro, al pari dei discorsi degli uomini di stato suoi colleghi in Germania e altrove, non sgorgava da quella fonte, e che in esso manca proprio quanto può rendere importanti e degne le parole degli uomini. A esso fa difetto l'amore, fa difetto l'umanità.
Il suo discorso testimonia un profondo sentimento di preoccupazione e responsabilità per il suo popolo, per l'onore della sua nazione. Ma in esso non trova espressione alcun sentimento per l’umanità. Insomma, esso significa alcune decine di migliaia di nuove vittime umane.
Lei forse definirà sentimentalismo il mio richiamarmi a Beethoven. Le parole di Gesù e della Bibbia, almeno pubblicamente, lei invece le considererà con un certo rispetto. Ma se lei crede anche solo a uno degli ideali in nome dei quali fa la guerra, si tratti della libertà delle nazioni o dei mari, del progresso politico o dei diritti dei piccoli popoli, se lei, dicevo, in cuor suo crede anche in uno solo di questi ideali, in uno di questi concetti non egoistici, rileggendo il suo discorso non potrà non riconoscere che esso non è stato al servizio dell'ideale in questione, che anzi non serve nessunissimo ideale. II suo discorso non è espressione e risultato di una fede, di un sentimento, di un'umana necessità ma, purtroppo, è solo espressione e risultato di uno stato di confusione perfettamente comprensibile, perché nulla può essere, oggi, più difficile che ammettere una certa delusione per i risultati del conflitto e cercare la via più diretta che porti alla pace.
D'altro canto, uno stato di confusione, si tratti pure di quello di dieci governi, non è cosa che possa durare a lungo. Sulle perplessità l'hanno vinta le necessità, e prima o poi per lei e i suoi colleghi in campo avverso diverrà necessario e ineluttabile confessare lo stato di confusione e mettervi fine mediante appropriate risoluzioni.
Perché dei risultati della guerra oggi, e anzi già da un pezzo, tutti i belligeranti sono delusi. Chiunque abbia riportato qua o là una vittoria, indipendentemente dal numero di prigionieri che si sono fatti o sono caduti in mano al nemico, dai territori che si sono occupati o ai quali si è dovuto rinunciare, il risultato non è stato quello che ci si attende da una guerra. Non si è avuta nessuna soluzione, nessun chiarimento, nessuna decisione; e ancora non se ne vedono.
Per nascondere provvisoriamente, a lei stesso e al suo popolo, questa situazione di grave imbarazzo, per procrastinare almeno momentaneamente cospicue e importanti decisioni (che costano sempre sacrifici), lei ha pronunciato il suo discorso, e per lo stesso motivo pronunciano i loro gli altri uomini di stato.
Perfettamente comprensibile. È più facile per un rivoluzionario o anche per uno scrittore riconoscere, in una situazione internazionale, il risvolto umano e trarne le debite conseguenze di quanto non lo sia per uno statista responsabile. E’ più facile per noi, che non dobbiamo sentirci personalmente responsabili della spaventosa depressione in cui precipita un popolo quando s'avveda di non aver raggiunto i propri obiettivi bellici, e che centinaia di migliaia di esseri umani e «valori» per miliardi sono stati forse sacrificati invano.
Ma non è solo per questo che a lei risulta più difficile riconoscere il disorientamento e promuovere, mediante le decisioni del caso, la fine del conflitto: no, per lei è più difficile anche perché ascolta troppo poca musica, legge troppo poco la Bibbia e i grandi poeti.
Quest'affermazione la farà sorridere; e magari dirà che lei nella sua vita privata con Beethoven e tutto quanto c'e di bello e di nobile ha rapporti intimissimi, ed effettivamente è così. Pure desidererei con tutto il cuore che in questi giorni le capitasse per caso di ascoltare una nobile musica e all'improvviso di tornare a udire le voci che provengono da quella sacra fonte! E desidererei con tutto il cuore che in questi giorni, in un momento di tranquillità, leggesse una parabola di Gesù, un verso di Goethe, un detto di Lao Tze.
Il momento in cui lo facesse, potrebbe essere di importanza incommensurabile per il mondo. Potrebbe darsi che lei trovasse la liberazione interiore. Potrebbe darsi che all'improvviso i suoi occhi e le sue orecchie si aprissero. I suoi occhi e le sue orecchie, signor ministro, da anni sono rivolti a obiettivi teorici, non però alla realtà; da lungo tempo - e del resto era necessario che fosse così - sono abituati a non percepire, ma anzi a trascurare, a negare a se stessi molti aspetti della realtà. Capisce quel che voglio dire? Certo che lo capisce! Sì, la voce di un grande poeta, la voce della Bibbia, l'eterna, chiara voce dell’umanità che l'arte fa risuonare alle nostre orecchie potrebbe forse renderla, per un momento almeno, davvero vedente e udente. Ah, e che cosa non vedrebbe e non udrebbe! Non più dati sulla carenza di mano d'opera e sul prezzo del carbone, non più questioni di tonnellaggi e alleanze, di prestiti, chiamate alle armi e tutte quelle cose che a lungo per lei sono state le uniche realtà. Al loro posto, lei vedrebbe il pianeta, il nostro antico, paziente pianeta, e lo scorgerebbe ricoperto di cadaveri di moribondi, sconvolto e distrutto, bruciato e violentato. Vedrebbe soldati che giacciono per giorni nella terra di nessuno, incapaci di allontanare, con le mani maciullate, le mosche dalle piaghe di cui muoiono. Udrebbe le voci dei feriti, le grida degli impazziti, i lamenti e le proteste delle madri e dei padri, dei fratelli e delle sorelle, sentirebbe il popolo gridare per la fame.
E se tornasse a udire ciò che per mesi e anni si è rifiutato di udire, forse considererebbe sotto un'altra luce i suoi obiettivi bellici, i suoi ideali e le sue teorie, li verificherebbe, tenterebbe di pesarne l'effettivo valore mettendo sull'altro piatto della bilancia la miseria di un unico mese, di un solo giorno di guerra.
Ah, se in qualche modo si potesse averla, quest'ora di musica, questo ritorno alla vera realtà! Io so che lei udrebbe la voce dell’umanità, io so che lei si chiuderebbe a piangere. E il giorno successivo andrebbe a compiere il suo dovere nei confronti dell’umanità. Getterebbe via un paio di milioni o di miliardi, non le peserebbe quella cosa da nulla che è una piccola rinuncia al prestigio, farebbe a meno di mille cose (tutte quelle cose, le uniche, per le quali lei in realtà ancora combatte), e se necessario anche della sua poltrona di ministro, e farebbe ciò che l’umanità, in preda a un'indicibile ansia e tormento, da lei spera e implora; lei per primo tra gli uomini di stato maledirebbe questa sciagurata guerra, lei per primo tra i responsabili darebbe espressione a quel che tutti segretamente già sentono, e cioè che un mezzo anno, un solo mese di guerra, costa più di quanto non valga tutto quanto può portare.
E allora noi non dimenticheremmo più il suo nome, signor ministro, e la sua azione sarebbe di maggior valore, per I’umanità, di tutti gli atti di coloro che mai abbiano condotto e vinto una guerra.
Hermann Hesse"


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