CATULLI CARMINA, Versioni di Maurizio Donte
Catullo, Carme II
Passero, dolce delizia d'amore
mio: con te gioca sempre
la mia fanciulla, tenendoti in seno,
e porge le sue dita al tuo assalto,
causando delle furiose beccate.
Come si possa divertire l'anima
mia in questo gioco in cui trova conforto
al suo dolore, non lo so davvero;
ma come lei, al placarsi
dell'affanno d'amore,
vorrei anch'io giocar con te
e strapparmi dal cuore
questa malinconia.
Catullo, carme III
Venere pianga e con lei pianga Amore
e gli uomini dall'animo gentile:
morto è il passero che la mia amata
amava ancor di più
della luce dei suoi occhi.
Dolcissimo era, e la riconosceva
come una bimba fa con la sua mamma.
Non si staccava mai
dal suo grembo, e d'intorno le saltava,
solo per lei cantava...
ed ora se ne va per quella strada
oscura, da cui, giurano,
non torna mai nessuno.
Siate voi maledette,
o tenebre dell'Orco,
voi che ogni cosa bella divorate:
un delizioso passero, m'avete
strappato, maledette;
passerotto infelice.
Per te ora gli occhi, perle del mio amore,
un poco s'arrossano,
gonfi di pianto.
Catullo, Carme V
Viviamo, Lesbia mia, e sia l'amore
per noi la vita stessa;
e valga, il mormorio, la parola
dei vecchi inaciditi,
per noi, nemmeno un soldo.
I giorni spenti possono tornare,
ma se la nostra breve luce muore,
dormiremo noi un'unica
notte che non ha fine.
E dammi mille baci, e ancora cento,
ed altri mille, e poi ancora cento,
e mille, e ancora mille, e ancora cento.
Quando saranno infine così tanti,
per dimenticar tutto
imbroglieremo i conti,
in modo che nessuno
possa dire malignità di un numero
di baci così grande.
Catullo, Carme VII
E mi chiedi con quanti baci, Lesbia,
tu possa mai saziarmi:
ma dimmi, quanti sono
i granelli di sabbia
che assediano, a Cirene,
i filari di Silfio
tra l'altare arroventato di Giove
e l'urna sacra dell'antico Batto,
o quante, nel silenzio della notte,
son le stelle che vegliano
da lassù sopra i nostri amori ardenti.
Se tu mi baci,
con così tanti baci
che i curiosi non possano contarli,
o i maldicenti poi dirne male
soltanto allora finirà il delirio
del misero Catullo.
Catullo, carme VIII
O misero Catullo, non illuderti,
se l'amore finisce,
sulla parola credimi,
ogni cosa è perduta.
Furono come una fiamma di gioia
i giorni dove tu correvi a lei,
quando l'amata l'anima voleva;
amata, come amata
non sarà mai nessuna:
erano allora i tempi in cui nascevano
tutti i giochi d'amore
che tu volevi e lei non si negava.
Una fiammata di gioia, quei giorni.
Ora non vuole più:
e tu, fatti coraggio
e più non la volere,
non inseguirla come un miserabile
se fugge; cerca, invece
con ogni volontà
possibile, di resistere, senza
mai cedere davvero.
Addio, anima mia.
Catullo più non cede,
non ti verrà a cercare,
né ti vorrà per forza:
ma credo soffrirai,
di non essere più desiderata.
Guardati dunque, cosa
mai ti darà la vita?
Chi ti vorrà? a chi mai sembrerai bella?
chi amerai ancora? da chi sarai amata?
E chi bacerai, mordendogli il labbro?
Ma tu, Catullo mio,
fatti forza, e resisti senza cedere.
Catullo, carme 85,
la più commovente, la più nota delle sue poesie (distico elegiaco)
Odi et amo,
quare id faciam, fortasse requiris,
nescio, sed fieri sentio, et excrucior.
L'odio e l'amo,
come questo sia mai possibile
forse ti chiederai.
Mi è impossibile dirlo,
ma sento che è così
e sono crocifisso
da questa sofferenza.
Gaio Valerio Catullo
Versioni di Maurizio Donte

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