Regione Lombardia, lo strano caso del consigliere Melazzini malato al Pirellone ma operativo all’Aifa
La marcia
indietro è arrivata solo dopo la denuncia del consigliere Stefano Buffagni in
un post su Facebook, dopo il quale il presidente dell'agenzia del farmaco non
ha più sfruttato il certificato medico, ma ha giustificato le sue assenze con
motivi personali. Ma non vuole rispondere alle domande del fattoquotidiano.it
Un certificato medico che fa discutere, quello
depositato in Regione Lombardia da Mario Melazzini. Perché da un lato
Melazzini, da anni su una sedia a rotelle dopo una diagnosi di Sla (sclerosi
laterale amiotrofica), partecipa a incontri pubblici e dibattiti in qualità di
presidente dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco. Dall’altro da settimane
non prende parte alle sedute del consiglio regionale, dove è stato eletto nella
lista del Pdl per poi confluire nell’Ncd. E proprio in virtù di quel
certificato medico, con cui ha chiesto al Pirellone tre mesi di riposo
continuativo, Melazzini può contare su tutto il rimborso forfettario per
l’esercizio del mandato, ovvero quella quota dello ‘stipendio’ dei consiglieri
regionali che si aggiunge all’indennità di carica e che dovrebbe servire come
rimborso spese per il lavoro in aula. La magagna l’ha denunciata una decina di
giorni fa Stefano Buffagni del M5S in un post su Facebook. Risultato? Melazzini
nelle sedute di dell’ultima settimana non ha più sfruttato il certificato
medico, ma ha giustificato le sue assenze con motivi personali.
A questo punto
dovrà rinunciare a 280 euro di rimborso per ognuna di queste sedute, ma viene
da chiedersi se la marcia indietro non sia un’ammissione di colpa per quanto
fatto in precedenza. Domanda che ilfattoquotidiano.it ha cercato di fare
all’interessato, il quale però ha preferito non rilasciare commenti sulla
vicenda.Restano però le parole di Buffagni che hanno spinto al ripensamento
Melazzini, che in passato è stato anche un importante assessore di area
ciellina sia della giunta Formigoni, che di quella Maroni, ruolo lasciato dopo
la nomina all’Aifa dello scorso dicembre: “Da ciò che emerge dai media – l’ha
accusato Buffagni – sembra che il certificato medico non gli impedisca di
lavorare, ‘continuativamente’, in Aifa, partecipando a eventi pubblici,
presiedendo incontri e rilasciando dichiarazioni. Questo è inaccettabile. E’ da
dicembre che Melazzini non si fa vedere né in commissione né in consiglio: se
le cose stanno così Melazzini dovrebbe mollare la poltrona e cedere il suo
posto a qualcuno in grado di svolgere il ruolo di consigliere regionale, di
presenziare in aula, nelle commissioni e sul territorio”. E ancora: “Se sta
male e chiede di riposare, perché riesce a lavorare a tempo pieno per l’Aifa?
Se è pagato dai cittadini lombardi per fare una cosa, come mai ha questo cumulo
di incarichi?”. A proposito degli incarichi, Buffagni tocca un altro punto
delicato, quello sul potenziale conflitto di interessi, parlando di
“inopportunità di un consigliere regionale che legifera sugli ambiti sanitari e
che è anche presidente di una agenzia legata al farmaco”. Critica analoga a
quella mossa lo scorso aprile anche nei consigli di alcune altre regioni, come
quello del Veneto, dove i consiglieri di Forza Italia hanno presentato
un’interrogazione sulla presunta incompatibilità tra il ruolo di consigliere
lombardo e di presidente dell’Aifa. Non è la prima volta che lo stato di salute
di Melazzini finisce al centro di un caso. Succede anche nel 2010, quando il
Comitato 16 novembre, un’associazione che riunisce malati di Sla e loro
famigliari, scrive una lettera aperta a Melazzini, che in quel periodo è
presidente dell’Aisla (Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica) e
dell’Arisla (fondazione italiana di ricerca per la sclerosi laterale
amiotrofica). “Come ha fatto lei, presidente, in una malattia che può
registrare solo il peggioramento, a migliorare così tanto?”, scrive la
componente del comitato Mariangela Lamanna, dopo aver notato “una potentissima
stretta di mano, piena di vigore e di energia” da parte di Melazzini. E gli
chiede conto della terapia che si è auto somministrato alla clinica Maugeri di
Pavia, dove è stato primario del day hospital oncologico: “Mi interessa ciò che
fu detto, e cioè che lei non aveva tratto alcun giovamento da quella
sperimentazione e che solo grazie all’eccesso di adrenalina che aveva in corpo
poteva articolare le braccia ormai immobili”. Melazzini risponde, parlando di
una cura che l’ha portato a passare “giorni pesantissimi in cui sono stato
molto male”, prima di vedere qualche risultato: “Dopo circa un mese notai che
il mio respiro, in particolare quando parlavo, era meno pesante (…) A distanza
di circa 8 mesi dal trattamento mi sentivo più forza nella mano destra”. La
risposta di Melazzini non dissipa però i dubbi del comitato, che nel 2013
presenta un esposto in procura in cui fa riferimento ai “visibili
miglioramenti” di Melazzini, “al contrario della degenerazione tipica della
malattia”. E ipotizza che Melazzini non abbia rispettato le rigide norme sulle
sperimentazioni in campo medico che prevedono l’ok dalle autorità sanitarie
prima di testare qualsiasi protocollo. Il pm di Pavia chiede l’archiviazione,
ma il comitato non ci sta e nell’atto di opposizione parla del “forte sospetto
che l’indagato non sia affetto dalla Sla, ma da sindrome evidentemente diversa”
e, ipotizzando il reato di abuso di credulità popolare, chiede al giudice per
le indagini preliminari di acquisire la sua cartella clinica, oltre che di
verificare eventuali spese di denaro pubblico per la sua auto sperimentazione.Secondo
il giudice, però, Melazzini “narrando della propria condizione e della cura
auto sperimentata è stato sempre molto accorto nel non sopravvalutare
l’efficacia terapeutica di questo nuovo protocollo, sottolineando che non vi è
allo stato nessuna evidenza scientifica che possa ricondurre i suoi limitati
miglioramenti alla cura e non ad un mero effetto placebo della cura o ad una
particolare forma della propria patologia ad oggi ancora poco nota”. Per questo
il gip ritiene che non è stato commesso alcun abuso della credulità popolare,
così come non c’è stata alcuna violazione delle norme sulle sperimentazioni,
visto che un ammalato ha il diritto “costituzionalmente tutelato” di scegliere
“come curarsi, quindi anche sperimentando su di sé”. Infine non viene rilevato
alcuno sperpero di denaro pubblico, dal momento che la Maugeri è “una struttura
che, se pure convenzionata, mantiene lo status di clinica privata”, si legge
nel decreto di archiviazione.Tutte ragioni che portano il giudice a negare
l’acquisizione della cartella clinica: “Effettuare altre indagini volte a
verificare se effettivamente egli sia o meno portatore di Sla, in mancanza di
fattispecie di reato ipotizzabili, non avrebbe alcuna effettiva utilità
investigativa e si tradurrebbe in un vano e quindi odioso vulnus al diritto
alla riservatezza della persona in un settore, come quello della salute,
particolarmente sensibile”. Melazzini ne esce dunque pulito, ma il Comitato 16
novembre lamenta di non aver avuto accesso alle documentazioni cliniche. Nel
frattempo sulla terapia proposta da Melazzini parte una sperimentazione
ufficiale, attualmente ancora in corso. “A quanto ci è dato sapere – dice
Marina Mercurio del direttivo del comitato – per ora non sta dando risultati
che possano fare sperare i malati di Sla”. Anche su queste vicende, Melazzini
non ha voluto rilasciare commenti a ilfattoquotidiano.it.
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