Al lavoro
estate e inverno con mani e piedi sempre in acqua
il delta del Po, con le sue valli e le sue «sacche»,
come le chiamano qui, è un dedalo di grandi specchi d’acqua salmastra e canali
dove il grande fiume incontra l’Adriatico. Ogni mattina, centinaia di pescatori
battono queste zone alla ricerca di vongole, cozze, cappesante, canestrelli,
telline, granchi e lumachine sono i 1.500 soci del Consorzio del Polesine che
raggruppa una dozzina di cooperative. Un lavoro pesante, che si svolge in ogni
stagione dell’anno a bordo di barche leggere attrezzate.
Marito e moglie
Manfredo Crivellari, 54 anni, e sua moglie Simonetta
Marangon, di quattro anni più giovane, lo fanno dal 1990, da quando la pesca
delle vongole si è aggiunta ad altre attività più tradizionali per il delta,
affermandosi nel corso del tempo come una delle più diffuse. Lui indossa la
muta e scende in acqua, che nelle zone di pesca ha una profondità di circa un
metro, poi si lega al barchino e perlustra il fondale, mentre lei resta a bordo
in attesa che il marito le passi il pescato. «Tutte le mattine d’estate, dalle
6 alle 9, usciamo con la barca. D’inverno l’orario cambia con la luce, e
peschiamo fra le 7 e le 11. E’ più dura, col freddo e il ghiaccio, ma non ci
lamentiamo», racconta la donna. L’orario dev’essere rispettato, così come il
quantitativo di prodotto assegnato la sera prima dal consorzio a ogni
cooperativa, perché le vongole una volta pescate vanno ripulite dalla sabbia,
dunque nel pomeriggio vengono portate a un centro di depurazione, prima di
essere caricate sui camion che le trasporteranno sui banchi dei mercati
italiani, ma soprattutto spagnoli, che assorbono il 70% della produzione. «Nel
delta del Po la pesca c’è sempre stata, qui si campa di questo o di agricoltura
– dice il marito -, mentre le vongole sono cominciate negli Ottanta per
svilupparsi in seguito. Noi abbiamo un barchino, facciamo pesca nel fondale
basso. La vongola piccola viene prima allevata negli orti e poi viene messa
nella laguna. Può essere pescata da quando raggiunge le dimensioni di 16
millimetri».
La fatica
Le lagune sono tre: la sacca degli Scardovari, dei
Canarini e di Pila, o Barba Marcu, il nome del posto. «Noi siamo contenti del
lavoro, anche se è più agevole farlo durante la bella stagione. Ci basiamo
sull’andamento delle maree, per raggiungere meglio le zone di pesca». Si
comincia alle 6, nella parte di laguna dove la pesca è consentita: in acqua,
Manfredo aziona una pompa alimentata da un compressore che aspira l’acqua e la
rigetta nella rasca, una sorta di rastrello dove vengono raccolte le vongole.
«Quando sento che il prodotto è dentro, lo butto nella barca». Qui entra in
azione la moglie, che le passa al setaccio in modo che restino soltanto i
molluschi delle dimensioni giuste. Chiuso dentro un sacco contrassegnato da un
numero che identifichi il socio della cooperativa, il pescato a questo punto
può raggiungere il consorzio per le operazioni di pulizia dalla sabbia. Quanto il lavoro sia remunerativo, lo
stabilisce l’andamento del mercato, strettamente legato alla stagionalità. Ora
che siamo a Ferragosto, con le vongole che vanno a ruba, i pescatori lavorano a
pieno regime: «In questo periodo il consorzio fissa in circa 30-40 chili al
giorno il quantitativo, perché c’è più richiesta – spiega Crivellari -.
Altrimenti, in media, la quota è di circa 20 chili al giorno». Per i prezzi, valgono i soliti criteri della
domanda e dell’offerta: «E’ un mercato giornaliero che ora sta andando
abbastanza bene, perché non c’è tanto prodotto di pezzatura piccola, dunque il prezzo
raggiunge i 6,50 euro al chilo (rivenduto successivamente a circa 8,50, ndr),
mentre d’inverno scendiamo a 3-4 al kilo.

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