Pubblicato su agosto 7, 2016 da robertoplevano
Così Luca P. aveva una moto. Cocco di mamma, gliela
avranno regalata per avere fatto il minimo di quel che si aspetta: uscire dal
liceo. Come se fosse una cosa difficile, un merito speciale. Li conosco IO, i
viziatissimi fighetti paraculi del centro… Bella gente, simpatici, sì… come un
morso di vipera sulle palle. IO, a sedici anni, ho passato un’estate miserabile
a fare il cameriere in pizzeria, da solo, mica mi sono mai aspettato qualcosa
dagli altri, o dal cielo. I miei amici? A Iesolo, dietro le tedeschine! Bitte,
bitte, Fräulein… Tutto per una Lambretta di quinta o sesta mano, che neanche
Mandrake ci avrebbe rimorchiato, con quella.Luca P. è un fighetto, ma è mica
tanto furbo, e non la conta giusta. Dovrebbe sapere che un’ultima parola con
Anna G. non servirebbe a niente. Le parole fungono tutt’al più da coordinate di
alcuni punti delle traiettorie delle vite, formate dalla somma di tutti i
movimenti. Puntini piccolissimi, caccole di mosca sul bianco della carta,
sporcizia, ronzio, fastidio. Quel che vale davvero è l’insieme delle posizioni,
la curva e la direzione risultante del movimento. Per ogni vita, in linea di
principio le coordinate sono infinite, ma non arbitrarie, la traiettoria è una.
Solo in letteratura le coordinate possono essere poste a discrezione, ma la
letteratura non è vita, è rapresentazione immaginifica, fiction. Non necessità
di vita ma capriccio d’autore. Alla base della fiducia di Luca P. nel potere di
quell’ultima parola di raddrizzare le curve c’è un equivoco. Ah, già, lui è appunto
l’Autore (termine che denota fruste e poco utili convenzioni testuali, ma per
ora non ce ne sono altri). Uccidiamo subito fiducia e speranza (IO sono una
cosa che uccide): Luca P. non vedrà mai più Anna G., non di persona, ve lo dico
subito.
MOTOCICLETTA s.
f. Veicolo di cilindrata superiore a 50 cm3, con telaio chiuso e due ruote di
grande diametro complanari, che si guida stando a cavalcioni, in grado di
trasportare una o due persone. Forma accorciata: moto.
Certi fatti della vita, anche quelli che Luca P.
rievoca e consegna a un vagheggiamento struggente e crepuscolare –
sentimentalismo, manipolazione del lettore, se me lo chiedete, e anche di se
stesso –, hanno delle cause che si dovrebbero imparare, con umiltà e studio,
una dopo l’altra. Se fosse davvero intelligente, Luca P. avrebbe dovuto
considerare che Anna G. non era – e, per quel che si può dire, non è – un
essere umano facile. Per cominciare, ha fatto anche lei studi di filosofia, la
qual cosa denota un’attenzione per se stessa che non viene mai meno – pure IO
dovrei aver capito una cosa o due di Descartes –, e se anche gli studenti di
filosofia hanno un’idea poco realistica di sé, come sostiene il racconto di
Luca P. (genitivo oggettivo), Anna G. ha sempre mostrato di conoscere bene il
conto del dare e dell’avere, quando invece Luca P., come pare, coltiva il
romanticismo dell’abbandono e del fallimento. Luca P. pensava
approssimativamente di fare colpo con i suoi modi affettati, di lasciare un
qualche segno con i suoi trucchetti, e non considerò mai i silenzi di Anna G.,
che sono la sua più vera espressione. I silenzi sono espliciti come nessuna
parola.Riguardo a questi fatti della vita, lei aveva un programma che seguiva
con teutonica precisione. Lui fu tagliato fuori con una rasoiata, senza tante
storie. Zac! Ah ah! Asportato come una cisti dall’organismo dell’esistenza di
lei, resiliente e reattivo. Era un destino segnato. Ma Luca P. non ha mai
rinunciato alla suggestione dell’incontro fatale di anime elette, quello che dà
senso a un’intera fase, o all’intero, della vita. Il suo personaggio è un
malato di nostalgia di quello (persona, stato o cosa) che non è mai veramente
esistito.
NOSTALGIA s. f.
[comp. dal gr. nóstos ‘ritorno’ e algia ‘dolore’] Stato d’animo corrispondente
al desiderio pungente o al rimpianto malinconico di quanto (persona, stato o
cosa) è trascorso o lontano.
È un po’ come con gli eroinomani di lungo corso. La
dipendenza diventa un’abitudine e una seconda natura, non impedisce una certa
funzionalità sociale, ma si nasconde e non se ne parla volentieri. Luca P. è un
tossico, dipendente dal sentimentalismo. Se ne vergogna come un lebbroso. Che
piuttosto si dia, fuoritempo e fuorietà, all’ero. IO ho vergogna di lui – e
imbarazzo per lui – come con un parente appunto tossico.I silenzi pesano, si
estendono. Il silenzio è come il mare, tutto ritorna al silenzio, nel dovuto
corso del tempo. La prospettiva più giusta è quella dell’occhio che scruta
all’altezza del pelo d’acqua, altitudine zero, la fine dell’attesa, le cose che
giungono a quiete. Al silenzio tutte le storie ritornano, chi è consegnato al
silenzio ha smesso di aspettare. E perché allora, perché IO aspetto sempre
qualcosa?Come quando avevo sedici anni, attesi appunto un’intera estate per una
Lambretta di terza, quarta mano, ma allora i mezzi meccanici erano costruiti
con una certa cura – con un certo orgoglio operaio – e la Lambretta, prodotta
dall’industria Innocenti di Milano, quartiere Lambrate, non si fermava. Una
specie di sottoprodotto della progettazione aeronautica, la Lambretta aveva il
telaio in tubi, bello rigido, e il motore in posizione centrale, mica come la
Vespa che ce l’ha a destra, e su strada si sente, e come! La Vespa ti tira
fuori curvando a sinistra, la Lambretta fila sui binari. È una faccenda di baricentro,
distribuzione dei pesi, stabilità, appoggio in curva: di guida insomma. Attesi
con impazienza di usarla bene, quella Lambretta.Era affidabile quel tanto che
basta per portare attraverso l’Italia due persone, IO e la mia bella, che mia
non era – per la semplice ragione che a sedici anni si è minorenni, e quindi su
una Lambretta il sedicenne può soltanto essere passeggero, nell’eventualità di
due persone a bordo, mentre IO, in quell’occasione, ero il conducente. Ahi,
ahi, illegale –, fino a Perugia, un’unica tirata per Dizzy Gillespie e Lionel
Hampton, arzillissimi sul palco, e nella piazza e nelle vie tutti, proprio
tutti, ballavano. Che bel rumore! Su quel veicolo IO ero inarrestabile,
valicavo passi appenninici (al culmine della strada lei chiedeva di spegnere il
motore – la marmitta l’avevo un po’ aperta; si sa, ai sedicenni piace il
fracasso… – e godere del rumore del vento), pianure, fiumi. Attraversavo le
verdi valli del nostro entusiasmo, entravo nelle piazze dei paesi.Molte cose di
quei giorni non ci sono più, a cominciare dalla Lambretta e dalla musica, per
non parlare della mia bella, che mia veramente non è mai stata (bella sì, e
rimorchiabile su una Lambretta, per una sola estate), ma IO, IO sono ancora
qui, c’è un senso preciso di continuità tra il sedicenne in infrazione del
Codice della Strada di allora e questo tipo sotto il cappelino da baseball
seduto e pensante e inosservato (sono una cosa che siede e passa inosservata).
E anche, ma è già stato scritto, un senso di pesantezza, un’inerzia in tutto
questo. Tout cela est si lent, si lourd, si triste… Bientôt JE serai vieux. Et
ce sera enfin fini.
– Dio, le
persone, le cose che mi mancano, in modo terribile! È come se portassi con me
tanti buchi scavati nel tessuto della vita, buchi che si allargano ogni giorno
che passa e in cui finirò col cascare dentro, inesorabilmente. –
Nessuno qui che spieghi questo fenomeno strano, che
la materia di cui sono fatto, ogni cellula del mio corpo, viene e va
incessantemente, a cominciare dagli atomi di sodio, cloro, acqua, potassio
delle molecole di mielina, acetilcolina, acido aminoglutammico degli assoni
all’interno del mio cranio – eccheccazzo fanno gli assoni? –, e IO sono ancora
e sempre qui. E IO penso di essere qualcosa, nel flusso della materia che mi
forma. La scienza è davvero un atto di fede.
MATERIA s. f.
[dal lat. materia] 1. a. Nell’accezione più generica, ciò che costituisce tutti
i corpi, la sostanza fisica dotata di peso e di inerzia, che può essere oggetto
di esperienza sensibile, assumendo forme diverse nello spazio, ed è in generale
concepita come esistente indipendentemente dalla coscienza individuale; il
termine è talvolta contrapp. a spirito, oppure, per influsso della tradizione
aristotelica, a forma: come forma non s’accorda Molte fïate a l’intenzion de
l’arte, Perch’a risponder la materia è sorda (Dante). b.
Nella storia del pensiero filosofico e scientifico, la sostanza primordiale
indifferenziata che, per l’intervento di un principio determinante variamente
inteso, dà luogo alla molteplicità del mondo reale; in partic., in Aristotele,
la materia è mera potenza, ed è contrapposta alla forma, che sola può renderla
intellegibile. 2. a. In astrofisica, m. oscura (calco dell’ingl. dark matter),
la porzione della massa totale dell’universo che sfugge agli attuali mezzi di
osservazione. b. Nell’industria, m. prima (spesso al plur., materie prime),
quella fornita dalla natura, che serve di base a successive lavorazioni. c. In
grammatica, complemento di m., il complemento che indica la materia di cui è
fatto un determinato oggetto: si esprime in italiano con la prep. di (pennino
d’oro; statua di marmo) e talora con la prep. in (lampadario in ferro battuto).
3. a. Argomento in genere, soggetto di cui si tratta in una conversazione, in
una conferenza, in un libro, ecc.: Di nova pena mi conven far versi E dar
matera al ventesimo canto (Dante); non divulghi, o per altro effetto o per aver
materia da favellare o da ostentarsi, il segreto commessogli (Leopardi). b.
Occasione, motivo, pretesto: dare, offrire m. a questioni, liti, querele; il
suo modo di agire dà m. a sospetti. Quindi, le condizioni necessarie perché una
cosa avvenga, sia fatta: qui c’è m. per un processo, per una denuncia.
Nell’ordinamento scolastico e universitario: m. facoltative e obbligatorie;
materie d’esame; m. letterarie, m. scientifiche; essere promosso in tutte le
materie. M. medica, insegnamento (oggi corrispondente in gran parte alla
farmacologia), compreso nella «medicina pratica»Penso di essere qualcosa perché
attendo qualcosa, aspetto che accada qualcosa. Qualcosa deve pure accadere, se
no, tutto è avvenuto invano. Ecco, questo forse è il punto. Mi piace il rumore,
il fracasso (eccomi sedicenne), mi accontento anche del brusio, ma il silenzio
no, il silenzio mi annienta.Ecco il punto. IO dovrei vivere nel silenzio, non
attendere nulla. Prendere atto dell’invano. Come gli dei. Ma IO sono una cosa
che attende. Luca P. invece è ancora una cosa che spera, questo glielo devo
concedere, e ve lo devo dire.

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