da "Lobelia cardinalis - vacanze veneziane"

Un racconto breve di Lucia Lanza
Forse era il quarto anno al Lido, una visita inaspettata, un comandante di non so cosa doveva arrivare, amico caro dell’Ingegnere. Li sentivo parlare nel salottino del balcone, dove potevo entrare di rado, dove c’era il pianoforte a muro.
Dalla cucina arrivava una conversazione vivace, con voci baritonali, adulte. Poi qualcuno, un bambino rise e mi incuriosì. Mi avvicinai lentamente, di lato, la grande porta a vetrata era aperta e mi scorsero subito. Ecco Lobelia!
Disse l’Ingegnere. Così entrai per salutare e, … sorpresa!

- Lobelia cosa fai qui?
- Marino, tu che fai qui? Non sapevo che venivi al Lido, credevo a Venezia, non so!
Era a scuola con me, Marino, bello e antipatico, un po’ cicciottino, ma bello, occhi azzurri e capelli biondo-bianchi …platino, mossi.Ne approfittò suo padre, mandandoci a giocare nel patio, non era tempo da giardino.
Così passammo il pomeriggio a parlare del libro da leggere durante le vacanze: “Sette piedi in cerca di Tulì” e visto che lui a scuola era molto bravo mi spiegò un po’ di cose, e mi chiedeva se mio zio, l’ Ingegnere, così credeva, era il padrone di tutto, perché loro avevano l’abitazione estiva al lido, ma era un appartamento, e moderno per giunta, e la villa lo aveva molto colpito. Potevo credergli, avevo visto come, stranamente anche al Lido vi fossero abitazioni moderne e me ne ero stupita quando mi portarono la prima volta dalla pediatra.

Rispondevo a Marino, non so, non dissi che non era mio zio, non sapevo come spiegare e mi vergognavo un po’, forse avrei detto cose che i bambini imparano poco per volta, come stava accadendo a me, forse avrebbe disprezzato la mia compagnia e on saremmo più stati compagni.
Volevo capire invece il senso, i tratti salienti, la trama del libro che stavamo leggendo, perché si chiamava così. Mi spiegò chiaramente, con semplicità che i piedi erano sette perché la storia narrava di un gruppo di quattro bambini, di cui uno privo di una gamba e che usava la stampella e che Tulì era il soprannome di uno di loro, che la sua mamma spesso da piccolino diceva: cosa fai tu lì e il fratello, poco più grande credendo fosse il suo nome lo chiamò Tulì e gli rimase questa etichetta. Altri giochi non vi erano se non contare i cocai dalla
finestra del soggiorno, dove si pranzava. E commentava estimando la proprietà, valutava già. A scuola l’anno che seguì, diede una festa di compleanno,
invitando una stretta selezione di amici-top, io non c’ero nella lista che lesse l’insegnante in classe. Noi esclusi constatammo che aveva invitato solo i “ricconi”.
Ma quel pomeriggio eravamo ancora ignari della differenza di status e quando se ne andarono, suo padre, molto gioviale, mi salutò amabilmente. Di lui ho saputo dopo molti anni che aveva sposato la figlia di una fabbrica di marmellata molto nota. Di Augusto, il regista ebbi notizie dopo vari anni quando, ancora frequentavo l’Accademia, mi assoldò per un particolare scenografico del suo primo ed unico, credo, cortometraggio a sfondo sociale, contro l’alcool. Era una scultura, quella che dovevo fare, che poi avrebbe ripreso illudendo dimensioni da monumento,

“L’aquila etilica”, in due fasi, prima con le ali dispiegate, regale, poi accfflosciata e ubriaca. Non ho visto il cortometraggio ma deve essere nell’archivio del comune di Milano, il committente.
da : "Lobelia cardinalis - vacanze veneziane"
di lucia lanza



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