AL MARACANÃ:
Olimpiadi di Rio 2016, calcio
Tedeschi
battuti 6-5 ai rigori: il fuoriclasse del Barcellona segna il gol del vantaggio
e il rigore decisivo. Poi annuncia: «Non sarò più capitano»
di Tommaso Pellizzari,
inviato a Rio de Janeiro
Adesso il Brasile non ha solo (e finalmente) il suo
primo titolo olimpico. Un titolo firmato Neymar, migliore in campo per
distacco, autore del gol e poi del rigore decisivo con cui la Seleção batte la
Germania (6-5, dopo l’1-1 al 120’) nella finale del torneo di calcio. Adesso il
Brasile ha molto di più: ha, di nuovo, una nazionale. O qualcosa che un giorno
lo diventerà. Succederà, perché comunque questa terra non ha smesso di produrre
campioni e perché adesso sarà più facile prendere sul serio le parole del c.t.
Rogerio Micale: «Non guardate i nostri risultati, ma il nostro gioco». Ci
voleva coraggio, a dirlo prima. Ma soprattutto a farlo, dopo tutto quello da
cui veniva il Brasile, tra disastri mondiali e di Coppa America. Micale, ex
portiere piuttosto scarso (lo avevano ribattezzato «Ragno», ma ha smesso a 23
anni) era ed è convinto che il Brasile tornerà a essere il Brasile solo
passando dal bel gioco, dal «jogo bonito» che negli ultimi vent’anni e presso
tutti i c.t. (vincenti o meno) sembrava essere diventato sconveniente anche
solo da nominare. Micale invece ha due stelle polari: il 4-2-4 del Brasile più
grande che si ricordi e il possesso palla del Barcellona, la più grande squadra
contemporanea.
Vasto
programma, gli avrebbero detto se avesse perso. Ma ha vinto,
sanando una ferita storica, un buco nel medagliere calcistico brasiliano (e
peraltro pure tedesco, visto che l’oro della Germania Est a Montreal 1976 non
vale). E lo ha fatto smettendo di difendere gli 0-0 con mediani dai piedi
discutibili davanti alle difese. Ci sarà una ragione se il Maracanã non ha
smesso nemmeno per un momento di crederci, neanche quando la Germania ha
segnato l’1-1, peraltro nel momento in cui non stava facendo nulla per
riuscirci. Mentre nel primo tempo aveva preso tre traverse, due in proprio
(Brandt e Bender) l’altra made in Brasil (tocco di Marquinhos su corner).E la
ragione era che, in qualche modo, è come se le cose a poco a poco stessero
tornando al loro posto. A giocare a calcio era il Brasile, mentre la Germania
sembrava proprio una squadra del suo c.t. Horst Hrubesch, nel senso che della
Mannschaft ha l’antica solidità ma non la predisposizione al gioco che
teoricamente è la caratteristica di tutte le nazionali tedesche, dalle giovanili
fino alla maggiore. Come quella che, in questo stesso stadio, due anni fa vinse
il primo Mondiale di una squadra europea in Sudamerica, dopo quel 7-1 di cui
nella notte olimpica del Maracanã - guardate, la cosa che conta è questa - non
si è avuto il minimo sentore.Il Brasile ha giocato meglio sempre, dall’inizio
alla fine. O meglio, ha giocato. Non ha mai smesso, non si è spaventato quando
ha subito il pareggio, anzi è ripartito più e meglio di prima. Se non ha vinto
è perché Gabriel Jesus e Gabigol sono piuttosto lontani dalle cifre per le
quali vengono comprati o proposti in Europa e perché la fase difensiva è da
sistemare: il gol del pareggio tedesco al 13’ del secondo tempo nasce da due
disastri su palla in uscita, prima di Wallace e poi di Marquinhos. Bender apre
per Toljan, palla in mezzo e Meyer (tutto solo) gira un rasoterra facile.In
fondo, parliamo pur sempre di una squadra di ragazzi, con un unico, solo e
forse da stanotte grande leader. Neymar non solo ha segnato il gol del
vantaggio, con una punizione perfetta al 26’ del primo tempo e poi ha messo
dentro il quinto rigore, quello che non si poteva sbagliare dopo l’errore di
Petersen. Ma per tutta la partita ha corso e soprattutto messo lì palloni che
se giochi con Messi e Neymar sono una cosa, con Gabigol e Gabriel Jesus un po’
meno.Ma c’era lui, quattro anni fa a Londra, giovane promessa di fuoriclasse,
nell’assurda finale contro il Messico che se quel Brasile rigiocasse 100 volte
rivincerebbe 99 e mezzo. E c’era di nuovo lui stanotte, forse non ancora
fuoriclasse come vorrebbe essere, ma di certo differenza (non solo tecnica) di
questa squadra. E pazienza se a fine gara annuncerà il suo addio alla fascia di
capitano, si presume in polemica con tutti quelli che dal 7-1 in poi hanno
attaccato a testa bassa. Anche il suo amico Leo Messi aveva annunciato l’addio
alla nazionale, ritrattato neanche due mesi dopo.Il titolo olimpico è arrivato
dai piedi, dal cuore e dal cervello di Neymar. Sembrano passati non tre ma
trent’anni da quando la Seleção, proprio qui al Maracanã vinceva la
Confederations Cup da dominatrice assoluta. E con Neymar suo giocatore
migliore. Adesso sappiamo che fu una parentesi in un quadriennius horribilis
iniziato proprio a Londra. Tanto che non ci si riusciva a spiegare (se non con
la carenza di allenatori) come tanta pochezza calcistica fosse possibile. Sarà
bene che Tite, nuovo c.t. della nazionale maggiore, faccia vedere qualcosa in
tempi brevi. Perché il Ragno la sua tela l’ha tessuta così bene da essere
comunque già entrato nella storia. Ma potrebbe non bastare a lui, ma
soprattutto al Brasile intero.

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