Fare il punto: era per noi un’esigenza prioritaria e propedeutica rispetto a ogni altra scelta. Lo scenario si andava chiarendo sempre più: confusione e ignoranza la facevano ormai da padrone, mentre un panico inconscio s’insinuava nel cuore della gente.
Le notizie di basi terroristiche in Italia si moltiplicavano, e non era più logico pensare che tanto avrebbero colpito qualcun altro: volenti o nolenti, si era costretti a vederci nella stessa barca.
Teoricamente, ciò avrebbe dovuto favorire la solidarietà e la condivisione; praticamente, accentuava ancor più il ripiegamento su se stessi, il proprio clan, l’interesse personale.
Forse proprio tale ostinazione rendeva necessario lo sconvolgimento degli schemi, il rimescolamento di tutti gli elementi della società. Si capiva, anche, come solo da questa prova estrema potesse sorgere un modo nuovo di giudicare la realtà, emancipato dagli oggetti, daglistatus symbol, dai trucchi vecchi e nuovi per uscire vincitori nella competizione globale, che l’Occidente aveva assunto come criterio guida.
Eravamo coscienti della missione assegnataci in questa giungla inestricabile di pseudo valori: mostrare le chiavi per aprire la porta della vita, tornando a concepire qualcosa di umano e di divino: le virtù teologali di fede, speranza e carità, l’insegnamento inossidabile del nostro don Mario che ci assisteva dall’alto giorno dopo giorno, al punto che sembrava di avvertire ancora lo scricchiolio della sua sedia, il segnale acustico con cui ogni volta ripartiva nelle scorribande dell’ultima dozzina d’anni della sua incredibile esistenza.
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