Ci risiamo, verrebbe da dire. Il testacoda della
delegazione Cinquestelle guidata da Luigi Di Maio in Israele merita di essere
valutato con attenzione perché, al di là dell’episodio in sé, racconta molto
della natura del Movimento politico che si candida a guidare l’Italia (ancora
una nazione del G7, tra i maggiori contributori della Nato come truppe sul
terreno, fondatrice dell’Unione europea) e delle pulsioni che animano nel
profondo alcune frange neppure troppo minoritarie dell’elettorato.
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L’amicizia
verso Israele, avamposto democratico in un Medio Oriente sconvolto dalla
guerra, dal terrorismo e da dittature brutali, ora ci appare scontata.
Centrodestra e Pd – vale a dire forze che ancora rappresentano il baricentro
della politica italiana – hanno introiettato questa amicizia (che non significa
chiudere gli occhi di fronte a scelte controverse come gli insediamenti) nel
loro Dna costitutivo. Ma è necessario ricordare che non sempre è stato così,
questa simpatia verso gli ebrei è un sentimento recente, diciamo degli ultimi
vent’anni. Basta avere un po’ di memoria storica per ricordare che tutto l’arco
politico italiano, con l’eccezione dei radicali, dei repubblicani e dei
liberali, è stato completamente sbilanciato a favore della causa palestinese.
In anni in cui, oltretutto, l’Olp e tutte le varie frange del nazionalismo
palestinese ammazzavano civili in Europa, Italia inclusa. Nemer Hammad,
ambasciatore Olp in Italia, era di casa al Sismi e alla Farnesina di Giulio Andreotti
ed Emilio Colombo.
Per non parlare del Psi di Craxi e, soprattutto, del Pci
berlingueriano. Proprio nella sinistra comunista si consumò la frattura più
profonda e dolorosa con l’ebraismo politico, fino ad allora (e a ragione)
considerato una costola del movimento socialista e democratico internazionale,
dai tempi di Herzl e Mazzini. Un trauma che ebbe origine dalla guerra del 1967
e dalla decisione del Pci, presa a Mosca, di schierarsi con i Paesi arabi che
provavano a cancellare un giovane Israele dalla mappa geografica. Da allora e per merito anche di personalità
come Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Piero Fassino, Walter Veltroni,
Umberto Ranieri, quella ferita è stata rimarginata e la sinistra italiana del
Pds e poi del Pd è tornata amica di Israele. Così come, grazie a Silvio
Berlusconi e Gianfranco Fini, lo è stata la destra, Lega compresa. Ma con
l’attuale declino, anzitutto culturale, degli schieramenti tradizionali, è
venuta meno anche la loro «pedagogia» politica sull’elettorato. Così possono
tranquillamente essere rimesse in circolo tesi unilaterali sul conflitto fra
israeliani e palestinesi, un membro del direttorio M5S può dire che con l’Isis
si deve trattare senza che questo implichi la sua espulsione dal consorzio
civile e dai salotti televisivi, il futuro ministro degli Esteri grillino,
invitato dal governo Netanyahu, può minacciare il riconoscimento della
Palestina e l’apertura di un’ambasciata italiana a Ramallah. Se la missione in
Israele di Luigi Di Maio era stata concepita come un primo passo del Movimento
verso la maturità politica, anche in vista della visita negli Usa a settembre,
si può dire che per il momento l’obiettivo è stato mancato. 
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