by Paolo Baratto: "Muore a 83 anni uno dei criminali italiani più conosciuti al Mondo, per il potere e la sua crudeltà. Bernardo Provenzano era malato da tempo, indicato come il Capo di Cosa Nostra venne arrestato dopo una latitanza di 43 anni".
Agli
uomini che dopo un'indagine lunga e metodica lo stanarono in una
masseria di Montagna dei
cavalli, nelle campagne di Corleone, la
mattina dell'11 aprile 2006 si presentò un uomo minuto e dimesso. Il
fantasma di Bernardo Provenzano si materializzava dopo 43 anni di
latitanza. E subito colpì il contrasto tra il mito di un boss astuto
e sanguinario, che da tempo lo inseguiva, e la vita spartana di una
persona all'antica che apprezzava ricotta e cicoria. Lo circondava la
fama del capo inafferrabile che aveva eretto attorno a sé una
barriera invalicabile. Sospettava di tutto e di tutti. Raccomandava
agli amici di parlare a bassa voce e di controllare la presenza di
"cimici" e telecamere nascoste. Mandava i suoi ordini con i
celebri "pizzini" codificati e vergati, in una lingua
approssimativa ma molto espressiva, con l'inseparabile macchina per
scrivere. In quei foglietti era rappresentato tutto il mondo di
Provenzano, quello che il pentito Angelo Siino ha descritto come un
"sistema" di imprese, appalti, affari, soldi riciclati nei
canali dell'economia legale. E sullo sfondo una rete di relazioni e
mediazioni con la politica. Il vero ruolo di Provenzano era stato già
ricostruito da decine di collaboratori ma molti tratti della sua
carriera criminale sono rimasti sempre in ombra.
Il fatto certo è
che era arrivato ai vertici della holding mafiosa imponendosi nelle
file della cosca di Corleone e crescendo con l'amico d'infanzia Totò
Riina all'ombra di Luciano Liggio. Per la
determinazione con cui si
muoveva si era guadagnato l'appellativo di "Binnu u tratturi".
Sparava, secondo Liggio, "come un Dio" pur avendo un
"cervello di gallina". Per questo veniva utilizzato
soprattutto per le operazioni più sanguinose. Da questa strada era
arrivato in alto nel sistema di comando di Cosa nostra. Al fianco di
Riina, da tutti consacrato come "capo dei capi", gli era
toccata la parte del secondo. E nella stagione delle stragi quella di
comprimario. All'esterno la sua lealtà cementava l'immagine di
compattezza di Cosa nostra. "Riina e Provenzano sono la stessa
cosa" si diceva. In realtà esprimevano due diverse visioni del
governo mafioso: irruento e sbrigativo Riina, accorto e riflessivo
Provenzano. Quest'anima "moderata" poté emergere solo dopo
l'arresto di don Totò, il 15 gennaio 1993. Era il colpo più duro
per la mafia giunto al culmine di una controffensiva dello Stato
innescata dalle inchieste di Falcone e Borsellino e consolidata dalle
condanne del maxiprocesso. La mafia aveva reagito scatenando
l'offensiva stragista del 1992-93. Ma, come diceva Riina, "faceva
la guerra per potere fare la pace". Toccò a Provenzano gestire
questa fase dello scontro. E fu lui a correggere l'originaria
strategia del terrore. Indossò i panni del "traghettatore",
fermò gli attacchi, fece tacere le armi. La tecnica della
"sommersione" serviva a cogliere due obiettivi: consentire
alla mafia di tornare ai suoi affari tradizionali e aprire una
"trattativa" con lo Stato anche a costo di "consegnare"
Riina, come lo stesso boss era propenso a sospettare durante le sue
confidenze in carcere intercettate. Nelle mani di Provenzano
l'organizzazione cambiò pelle relegando in secondo piano la sua
forza militare per dare spazio alla cooptazione di fiancheggiatori e
professionisti insospettabili e ampi settori della politica. Le
inchieste hanno messo a fuoco questa rete di interessi, che spaziano
dalle opere pubbliche alla sanità, e si sono concluse con numerose
condanne. Tra i "prestanome" di Provenzano c'era anche il
"re" della sanità privata, Michele Aiello. Il sistema di
relazioni del boss è da tempo messo a fuoco in varie indagini ancora
aperte. Un filone è quello che ipotizza "coperture" anche
negli apparati investigativi. A lui faceva capo una rete di "talpe"
alla Procura di Palermo. E il generale del Ros Mario Mori è finito
sotto processo, ma poi assolto con il suo braccio destro Giuseppe De
Donno, con l'accusa di avere protetto la latitanza di Provenzano. Il
boss corleonese era certamente depositario di tanti segreti che si
porta nella tomba. I magistrati hanno tentato di stimolare i suoi
ricordi. Fedele alla sua storia, Provenzano si è presentato come un
vecchio confuso e smemorato. E in effetti alla perdita di potere dopo
l'arresto si è aggiunto il lento declino fisico culminato ora con la
morte. La sua uscita di scena consegna ora il testimone della
continuità a Matteo Messina Denaro, con il quale scambiava messaggi
e "pizzini", che della mafia interpreta la versione più
moderna e più spregiudicata.

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