Un titolo esplicito, inequivocabile, che non lascia
spazio ad ambiguità, ma che a contrario, evoca parole sussurrate, immagini
intrise di vergogna e sensi di colpa.
Nel libro inchiesta della giornalista Angela Maria Fruzzetti, “non dire niente a nessuno” è la frase che esce dalla bocca del pedofilo verso la piccola vittima, è il tappeto sotto il quale si deve nascondere l’ennesimo sopruso ai danni di una donna.
Il libro si compone di più voci, testimonianze che l’autrice ha raccolto, alternate alle pagine del racconto di Adelina e Camilla, bambola e bambina, frutto della penna della giornalista.
Nel libro inchiesta della giornalista Angela Maria Fruzzetti, “non dire niente a nessuno” è la frase che esce dalla bocca del pedofilo verso la piccola vittima, è il tappeto sotto il quale si deve nascondere l’ennesimo sopruso ai danni di una donna.
Il libro si compone di più voci, testimonianze che l’autrice ha raccolto, alternate alle pagine del racconto di Adelina e Camilla, bambola e bambina, frutto della penna della giornalista.
Le voci delle donne rompono il silenzio, spalancando
la porta su una realtà spesso taciuta, addirittura omessa, pensando così di
potere andare avanti, di dimenticare.
Ma il disagio, il dolore, la vergogna si sedimentano, e prima o poi irrompono distruggendo ogni parvenza di equilibrio.
Ma il disagio, il dolore, la vergogna si sedimentano, e prima o poi irrompono distruggendo ogni parvenza di equilibrio.
I nomi sono di fantasia, ma i fatti accaduti sono
veri, come gli sguardi che le donne che hanno subito violenza hanno rivolto
alla loro ascoltatrice. C’è Laura, che a sette anni, in un giorno d’estate, in
una strada di campagna come ce ne sono tante, è stata oggetto della perversione
di un pedofilo, perdendo l’anima e la verginità in un casolare sconosciuto. La
madre le intimò di non dire niente a
nessuno, “perché se la gente avesse saputo, sarebbe stata una vergogna, un disonore”.
Ed è così che il mostro ha continuato a mietere piccole vittime, e Laura crebbe, oltre che con il proprio dolore, con il senso di colpa per non aver parlato, per non averlo fermato.
nessuno, “perché se la gente avesse saputo, sarebbe stata una vergogna, un disonore”.
Ed è così che il mostro ha continuato a mietere piccole vittime, e Laura crebbe, oltre che con il proprio dolore, con il senso di colpa per non aver parlato, per non averlo fermato.
Beatrice, da bambina preda delle mire oscene del
vicino di casa, che ancora oggi, a trentacinque anni, non riesce ad instaurare
un rapporto di fiducia con un uomo. Perché certe cose segnano, e creano una barriera
verso l’altro che è molto difficile da abbattere.
Paola, che scambia per amore la violenza del suo
carnefice.
Claudia, che dorme con un coltello sotto il cuscino,
per proteggere se stessa e i figli da un marito violento, fino a che, dopo
l’ennesimo trauma contusivo diagnosticato al pronto soccorso per percosse, riesce ad andarsene e a denunciarlo.
Ma spesso, la giustizia non agisce come dovrebbe, e
come nel caso di Martina, che addirittura si trova di fronte ad un giudice che
in aula ha l’ardire di pronunciare: “Le lesioni può essersele procurata da
sola, oppure causate da qualcun altro”. Già perché in Italia, spesso chi
dovrebbe amministrare la giustizia nelle aule dei tribunali, tende ad
“assolvere” il predatore, cercando di trovargli attenuanti, o mettendo in
dubbio la parola della vittima, ovvero della donna. Se non è misoginia questa!
Racconti che arrivano al cuore, che suscitano
rabbia, profondo senso di ingiustizia, ma che comunque rispecchiano la realtà
in cui viviamo, in cui spesso, troppo spesso, le cronache ci riportano la
notizia di donne violentate, uccise, distrutte da uomini che non hanno il
coraggio di essere tali, che non sanno accettare il confronto con una donna. Da
vigliacchi che non sanno accettare il rifiuto da parte di una donna perché non
la considerano un essere umano ma un oggetto di loro proprietà.
E infine la storia di Camilla, che dona la voce alla
sua bambola, Adelina, per denunciare alla psicologa le molestie sessuali da
parte del patrigno. Una storia toccante, narrata con delicatezza, in cui Angela
Maria Fruzzetti riesce a ricreare il mondo visto con gli occhi della bambina.
Un libro inchiesta che fa riflettere, scritto da una
donna impegnata attivamente sul fronte della lotta alla violenza contro le
donne, che ha fondato nella sua città, insieme alla sua amica Barbara Giorgi,
la RAM, rete antiviolenza a Massa. L’idea, le è nata dopo il femminicidio di
Sara, la ragazza arsa viva a Roma. Come afferma la stessa Angela Maria
Fruzzetti:
“Mi è venuta
tanta rabbia, senso di impotenza, vomito, sono stata male. Non è possibile che
in un Paese civile continuino ad accadere questi crimini contro le donne.
Contro donne che tentano di cambiare la loro vita, che dopo secoli di
annichilimento, soprusi e indifferenza,
hanno imparato anche a dire “NO”. Forse il femminismo ha insegnato
anche questo: a ribellarsi, a riprendersi cura di se stesse, ad avere
maggior autostima. La rabbia è stata tanta e
non volevo, non potevo stare ferma e zitta.”
L’iniziativa è stata un successo, ha dato luogo a
una manifestazione cittadina con i drappi rossi che ha coinvolto centinaia di
donne e uomini a sostegno.
Per fortuna, ci sono donne come lei.
https://bambolediavole.wordpress.com/2016/07/01/non-dire-niente-a-nessuno/


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