(GOFFREDO DE MARCHIS)
20/07/2016 di triskel182
Dimissioni da capogruppo: “Il centro è fallito”.
Alfano: “Io vado avanti”. Renziani freddi sul Mattarellum 2.0.
ROMA. Renato Schifani considera chiaro «lo
sgretolamento del centro, il progetto è fallito. Prima il No dell’Udc al
referendum costituzionale, poi le mie dimissioni da capogruppo dell’Ncd al
Senato. È una brutta giornata per Alfano…». L’ex presidente del Senato ha
lasciato ieri il Nuovo centrodestra motivando il suo addio in una lunga lettera
ai senatori. «Il centro purtroppo non esiste, l’alleanza strutturale con il Pd
è sbagliata. Non potevo continuare a stare nella cabina di comando di una cosa
a cui non credevo», è la sua spiegazione in serata.
Il ministro dell’Interno
risponde con una nota in cui sostanzialmente dice che è meglio così, che chi
non ci sta è bene che lasci il partito. Il rapporto si era già rotto quando
Schifani aveva fatto visita ad Arcore al convalescente Berlusconi.Il segnale di
un ritorno alla casa madre, hanno pensato in molti. «Ci siamo lasciati male con
Angelino», ammette. Una telefonata nervosa. «Quando una coppia si separa non è
mai piacevole».Alfano è sicuro che lo seguiranno solo in due (su un gruppo di
31): Esposito e Azzollini. Gli altri ribelli, come Formigoni e Sacconi,
resteranno dentro. Già oggi il leader dell’Ncd riunirà i gruppi di Camera e
Senato. Al posto di Schifani verrà eletta Laura Bianconi. Ma l’ala centrista
del governo soffre. Con una certa malizia Gaetano Quagliariello, ex già da
alcuni mesi, commenta: «Ncd è uguale a Mps, il Monte dei paschi: ancora in vita
ma tecnicamente fallito. Non c’è spazio per il progetto di Alfano». Ovvero,
Matteo Renzi non accoglierà mai nel centrosinistra i fuoriusciti da Forza
Italia. E non gli darà mai una nuova legge elettorale che consenta a una
formazione centrista di coalizzarsi alle elezioni con il Pd. Alfano segue
un’altra rotta. Non forzare il premier, confermare l’alleanza di governo fino
al referendum votando Sì alle riforme e dopo chiedere un’intesa politica al
Partito democratico. Nel frattempo dovrebbe nascere il nuovo partito lanciato
dal ministro dell’Interno. «Come faccia a creare una nuova forza politica a un
anno e mezzo dal voto per me è un mistero», dice Schifani.Il posizionamento
dell’area centrale è comunque un dato di fatto che pesa sugli equilibri della
maggioranza. «I numeri non sono in discussione — ammette Schifani — nemmeno al
Senato. Il problema è solo politico ». Sono comunque numeri ballerini,
frenetici come dimostrano le vicende di ieri e la nascita del nuovo gruppo
verdiniano alla Camera con l’aiuto del viceministro Enrico Zanetti. Non aiutano
la stabilità del governo Renzi. Ma Renzi pensa che sia solo uno lo strumento al
quale affidare la sua forza: il referendum di novembre. Tutto quello che
avviene nel mezzo conta fino a un certo punto. Se vince il Sì, il renzismo
tornerà in auge. Se vince il No, si apre una partita completamente
diversa.Viene giudicata come una tappa intermedia anche la proposta di legge
elettorale presentata ieri ufficialmente dalla minoranza. Federico Fornaro e
Andrea Giorgis l’hanno chiamata Mattarellum 2.0. Turno unico, 475 collegi
uninominali e un premio di maggioranza di 90 deputati ai primi, fino al massimo
di 350 deputati per i vincitori. La soglia è bassissima (2 per cento), come
nella prima repubblica, per dare a 23 onorevoli il diritto di tribuna.
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