direttrice editoriale di LiberAria
Giorgia Antonelli
ha creato LiberAria nel 2009 con il bando di Principi Attivi della Regione
Puglia; nel 2012 la casa editrice si rinnova e diventa una s.r.l. Oggi tra le
piccole realtà editoriali è una delle più intraprendenti, capace di operare
scelte controcorrente (come quella di pubblicare anche racconti) e presente in
tutte le principali fiere di settore (dal Salone del Libro di Torino a Più
libri più liberi di Roma, passando per il Book Pride di Milano).
Cosa ha
caratterizzato all’inizio il progetto di LiberAria e quanto è mutato negli anni?
Di quale inizio parliamo? Se ti riferisci al primo
progetto di LiberAria, quello nato nel 2009 con Principi Attivi, si trattava di
una realtà che pubblicava in copyleft e con il print on demand; era una realtà
molto naïf, mi ero improvvisata editore senza sapere molto di come questo
mondo, in realtà, funzionasse. In quell’anno improvvisato, però, ho avuto la
conferma di quanto mi piacesse questo mestiere, ed ero determinata a farne il
mio lavoro, e per farlo il cambiamento era inevitabile. LiberAria è mutata
completamente quando l’ho riaperta, stesso nome ma nuova ragione sociale e
nuova identità editoriale, nel 2012. Avevo una maggiore consapevolezza di
quello che andava fatto, grazie anche ai corsi in editoria che nel frattempo
avevo seguito presso minimumfax (ora Scuola del Libro) e che mi hanno
consentito di avere un’idea più concreta del lavoro editoriale. Abbiamo quindi
deciso di dare vita a tre collane: Meduse, narrativa italiana, Phileas Fogg,
narrativa straniera, e Metronomi, non fiction, a cui oggi si sono aggiunte due
nuove collane: una di letteratura italiana più sperimentale e una che ha
l’ambizione di raccontare storie di grandi scrittori che parlino a lettori
senza età. Il progetto di LiberAria, oggi, è quello di dare un contributo personale
alla buona letteratura, pubblicando libri che ci piacerebbe trovare in
libreria. Come spiegato nella nostra linea editoriale, per dirla con Flaubert,
“leggere è un modo di vivere”, ed è quello che cerchiamo di fare. Forse questo
progetto muterà ancora, il cambiamento è endogeno nella vita, e non mi
spaventa, LiberAria è già nata due volte. In Lady Lazarus Sylvia Plath dice
“morire è un’arte”, perché lo è anche rinascere, come Lazarus
.
Dopo gli studi
letterari e un dottorato in Storia contemporanea, hai lasciato l’ambito
accademico per dedicarti alla casa editrice e all’insegnamento nei licei: cosa
ha determinato tali scelte e come si conciliano questi due percorsi tra loro (e
con la vita privata)?
Ho lavorato in università per quattro anni come
dottore di ricerca e per due come assegnista, ed è stata una conseguenza
naturale dopo gli studi, per me, dal momento che ho sempre amato leggere,
scrivere e studiare. È stata un’esperienza bellissima e altamente formativa, a
un certo punto, però, è stato chiaro che l’università offriva solo sbocchi a
lunghissimo termine e del tutto incerti, così nel frattempo ho conseguito
l’abilitazione a insegnare italiano e latino nei licei. Non sono la tipica
insegnante “vocata”, perché trovo che la vocazione sia una trappola psicologica
che danneggia la scuola e la didattica, e che nulla ha a che vedere con la
qualità dell’insegnamento, ma cerco di essere, al mio massimo, un’insegnante
professionale e di trasmettere ai ragazzi tutto quello che so, che mi
appassiona. Per questo motivo ho sempre cercato di conciliare le mie due
attività, portando la letteratura contemporanea nelle scuole e cercando di
trasmettere un nuovo approccio ai classici della letteratura. Esiste un gap,
nella lettura: si legge moltissimo fino ai tredici anni, poi si iniziano a
perdere lettori, e io temo che, in questo, ci siano un po’ di responsabilità
scolastiche. La scuola, inconsapevolmente, fa passare l’idea che leggere sia
una cosa noiosa e pedante, schiacciata sotto il segno grigio dell’obbligo,
invece la letteratura è tutt’altro. Credo che sia in questo momento che i
lettori cominciano a dimenticarsi la bellezza e il piacere della lettura. Per
questo ho ideato un approccio tutto mio alla didattica, in cui mescolo la
programmazione ministeriale alle mie conoscenze e letture personali: spiegare
la punteggiatura con Cortázar, le figure retoriche con Queneau, le descrizioni
con Foster Wallace e la Woolf, o la bellezza della lingua con Amelie Nothomb, e
vedere gli alunni fotografare la lavagna, è una piccola felicità; da circa
cinque anni, poi, tengo un piccolo corso di scrittura per ragazzi, sia a scuola
che fuori, che ho chiamato “Esercizi di stile”, proprio in omaggio a Queneau:
scelgo delle tecniche narrative o dei generi letterari e dei libri che li rappresentino
(i dialoghi, le descrizioni, gli incipit, le strutture narrative e
narratologiche, ecc). Con i ragazzi li leggiamo e li analizziamo insieme, per
poi estrarne degli esercizi di scrittura. Quando anche solo qualcuno di loro
compra uno dei libri che abbiamo letto, per me è una vittoria. Ai ragazzi ho
tenuto anche corsi di editoria e a LiberAria ci siamo aperti all’esperienza
dell’alternanza scuola/lavoro. Adesso sto scrivendo un paio di progetti legati
alla promozione della lettura che vorrei realizzare nelle scuole in sinergia
con altri editori indipendenti, e che spero si concretizzino.In tutto questo,
ovviamente, c’è il lavoro editoriale: fatto di bozze, contratti, copertine,
valutazioni, eventi, fiere e pieghi di libri. Quella che soffre di più, di
questo doppio lavoro, è proprio la vita privata. La mia giornata è scandita più
o meno così: sveglia alle 6, scuola, redazione dalle 14 fino a quando è
necessario, casa (dove continuo a lavorare per la scuola o per la casa
editrice), sabati e domeniche inesistenti, o quasi. Senza contare fiere e
trasferte il giorno dopo le quali sei di nuovo operativa a scuola. E va bene,
perché le energie immesse mi vengono restituite centuplicate. Però vedo poco la
mia famiglia, gli amici, gli affetti. Hanno tutti una grande pazienza con me,
sappiamo che vedersi o sentirsi meno non fa diminuire il nostro amore
reciproco, e questa forza è la mia forza. La mia vita è un frullatore, insomma,
ma mi piace in modo quasi insopportabile.
Sei molto attiva
sui social network: passione o necessità? In che misura ritieni sia utile a
promuovere le attività di LiberAria?
Con i social network ho sempre avuto un approccio
prevalentemente ludico. Li ho sempre considerati una forma di divertimento. Un
posto per scrivere cretinate, scherzare con gli amici, soprattutto, e qualche
volta anche cose più serie, ma difficilmente legate alla mia sfera privata, di
cui sono gelosissima. Da quando faccio questo lavoro, ovviamente, sono cambiate
molte cose nel mio rapporto con loro. Ho imparato a conoscerli e a utilizzarli
anche in modo mirato. In principio era facebook, poi per necessità si sono
moltiplicati i profili: linkedin, twitter, googleplus, instagram. Onestamente
non riesco a star dietro a tutti e, anche se l’interconnessione tra
applicazioni aiuta parecchio, continuo a stimare profondamente chi riesce ad
aggiornare contemporaneamente tutti i suoi profili, io non ce la farò mai.In
principio era anche un uso privato dei social, riservato ad amici e conoscenti,
mentre con il tempo si sono moltiplicati i contatti con addetti al mondo
editoriale, scrittori, giornalisti e semplici appassionati di letteratura, con
i quali finisco per interagire di più che con i miei amici di sempre. La rete
ha i suoi pro e i suoi contro: come tutte le tecnologie, bisogna saperla usare
e ponderare, ma resta per me, comunque, una grandissima opportunità di scambio
e condivisione, in particolar modo quando si riesce a portare un contatto
virtuale nella vita vera. Non solo può contribuire a far nascere e rinsaldare
nuove amicizie che altrimenti per motivi contingenti non si svilupperebbero in
tempi così rapidi, ma, come strumento professionale, consente una buona
circolazione di contatti e idee che spesso arrivano a concretizzarsi in veri e
propri progetti.Spesso, tra l’altro, si tende a considerare la rete solo da un
punto di vista strettamente promozionale, quindi come strumento per comunicare
l’uscita di un libro, un evento, o una recensione su canali gratuiti, ma per
LiberAria, che è una realtà di respiro nazionale ma localizzata in Puglia, i
social sono utili anche per mantenere contatti e rapporti con il mondo
editoriale, che si concentra prevalentemente da Roma in su. Andare alle fiere,
per esempio, per noi è importante proprio per questo, per conoscere librai,
giornalisti, colleghi, lettori. I social aiutano a mantenere e coltivare questi
rapporti, contribuendo a diminuire la sensazione di “isolamento” che la
geolocalizzazione della casa editrice comporta inevitabilmente.

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