Nei primi anni del 2000 ebbi modo di ascoltare un paio di brani di una giovanissima ragazza inglese. Vidi anche un video di una sua canzone “Stronger than me” e mi piacque abbastanza.
Nel Regno Unito era il tempo di Duffy e di tutta quella nuova tendenza di un rivisitato vintage dall’anima soul anni ‘50/’60.
Così pensai: un’altra ragazzina che fa dell’R&B all’inglese, destinata a qualche buon singolo e poi a scomparire, anche se quello sguardo e quella voce avevano un qualcosa di non comune.
Qualche anno dopo uscì Back to Black che divenne un enorme successo planetario, portandola a vincere 5 Grammy Awards.
La canzone Rehab si ascoltava e si ballava dovunque.
Lo stile non era cambiato, aveva solo preso più corpo, stessa timbrica jazzy alla Billie Holiday, stesso sguardo, forse meno sereno, ma sicuramente di eguale intensità che mi ricordava tanto i lampi di Anna Magnani.
Finalmente qualcosa di ... http://caffebook.it/tecnologia/item/609-amy-winehouse-l-ultima-dea-dell-olimpo.html

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