Le analisi effettuate dalle Camere di Commercio a livello regionale dicono che il Piemonte ha smesso di crescere. Oggi fornisce solo il 7,6% del valore aggiunto prodotto in Italia contro il 10% del periodo antecedente la crisi.
Tra il 2008 e il 2015 il Piemonte ha perso 62 mila posti di lavoro; il tasso di disoccupazione è raddoppiato passando dal 5,1 al 10,2%; quello giovanile è salito dal 15 al 38%, il più alto fra le regioni del Centro-Nord. Solo Cuneo e Verbano sono riusciti a contenere gli effetti della crisi il cui tasso di disoccupazione è attestato appena al di sopra del 5%.
La provincia di Torino resta l’area con il peso specifico più consistente, ma la sua incidenza si sta riducendo a vantaggio di altre aree più virtuose come il Cuneese, l’Alessandrino e il Verbano. Perdono colpi il Biellese e in misura minore il Novarese. Questo è il quadro che emerge dall’analisi di come è cambiata la geografia economica piemontese negli ultimi 15 anni. La nostra Regione è cresciuta meno della media italiana. Nel Nord Ovest ad esempio la crescita è stata del 33,2%, nel Nord Est del 35,1%, più di un terzo della performance piemontese.
Il calo è stato compensato dalle dinamiche positive del Cuneese e dell’Alessandrino il cui contributo è salito rispettivamente del 12,7 al 14,0% e dall’8,6 al 9,3%.
Nel 2015, Alessandria registra un incremento della produzione industriale, rispetto al 2014 del + 1,5% ( la media piemontese è + 1%). La provincia di Alessandria si colloca in prima posizione in Piemonte, con un incremento di + 3,5% del fatturato totale, mentre il + 4,2% di variazione del fatturato estero la posiziona al terzo posto. Ancora in prima posizione sugli ordinativi interni
(+3,1%), mentre al sesto posto con un + 2,4% per gli ordinativi esteri.
Per quanto attiene l’occupazione, gli occupati in provincia sono 173.600, + 3,2% rispetto al 2014 (dato nazionale + 0,8%, dato regionale + 1,5%).
Nel 2015 l’occupazione è aumentata, rispetto all’anno precedente, del 3,25%, pari a 5.400 unità in più.
Nel dettaglio, nel 2015 gli occupati sono pari a 173.600 unità, contro le 168.200 del 2014 e le 168.900 del 2013.
Di questi, 7.900 sono occupati in Agricoltura; 53.500 nell’Industria in senso stretto; 10.000 nelle Costruzioni; 33.800 nel Commercio, Alberghi e Ristoranti; 68.400 in altri servizi, I Maschi sono 97.500, le Femmine 76100. I lavoratori dipendenti sono 129.500, quelli autonomi 44.100.
Rispetto al 2014 è diminuita l’occupazione in agricoltura (-2,5%) e negli altri servizi (-2%); è aumentata nell’industria (+8,6%), nelle costruzioni (+8,8%) e nel commercio (+5,8%). Gli occupati uomini sono cresciuti dello 0,4% mentre le donne occupate sono aumentate del 6,9%. Sono diminuiti i lavoratori autonomi (-7,7%), mentre i lavoratori dipendenti sono cresciuti del +7,5%. Gli occupati 2015 sono per il 43,8% donne.
Nel corso del 2015, in provincia di Alessandria sono nate 2.395 nuove imprese e ne sono cessate 2.576, con un saldo negativo di – 181, dato che porta a 44.432 il numero delle imprese registrate a fine dicembre 2015.
Tasso di disoccupazione in provincia di Alessandria: 11,5%
Tasso di disoccupazione in Piemonte: 10,2%
Tasso di disoccupazione in Italia: 11,9%
Le ore di Cassa Integrazione Guadagni sono diminuita del 15% nel 2015 rispetto al 2014 (passando da 8.874.023 a 7.538.597 (- 1.335.436).
Per la provincia di Alessandria si registra un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti, ma si tratta di timidi segnali, in ogni caso insufficienti ad assorbire una domanda di lavoro proveniente in particolare dalle giovani generazioni.
In questo contesto il settore pubblico appare sempre più ripiegato su se stesso, paralizzato dal peso debitorio e dall’esubero di personale. Ostaggio, in parte, degli apparati burocratici e dei sindacati, si dimostra incapace di far fronte ai servizi essenziali. Vive alla giornata. Urlando e scaricando ogni responsabilità del disagio presente, sulle gestioni passate. L’impressione diffusa è che la politica si crogioli nell’illusione che l’inazione non faccia perdere i consensi, mentre, a quanto pare, è proprio il prolungato immobilismo, mascherato da roboanti quanto inconcludenti annunci, ad intaccare la credibilità degli amministratori.
Molti dei quali non hanno capito che non siamo in presenza di una crisi congiunturale, superata la quale tutto ritornerà come prima. Siamo di fronte ad una rivoluzione strutturale caratterizzata da profonde trasformazioni, tecnologiche e sociali, per cui è necessario mettere in campo, anche localmente, nuove strategie organizzative per i servizi pubblici, incominciando dalla macchina comunale per seguire con la viabilità, i parcheggi, i trasporti e l’ambiente. Ciò che è venuto meno è la cultura “del fare”. Manca la volontà e la capacità di affrontare di petto i problemi emergenti, incominciando dall’utilizzo del personale. Scarseggiano le idee programmatiche in grado di strappare le Amministrazioni Pubbliche dal letargo del passato e proiettarle nel futuro.
Se il settore pubblico è in agonia, anche l’economia e la società civile si trovano con le ali tarpate.
Alfio Brina
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