Il difficile mestiere del Sindaco

Il Sindaco non è solo una figura rappresentativa. Egli deve incarnare un programma di trasformazione della macchina comunale e della città e coinvolgere nel progetto l’intera cittadinanza, non solo al momento delle elezioni, ma per tutto il quinquennio amministrativo.
Nella recente tornata elettorale, nella quale si è votato in ben 1.300 comuni italiani, tra questi cinque capoluoghi di regione: Milano, Torino, Bologna, Napoli e Trieste più la capitale Roma, sono emersi, da parte degli elettori, segni di stanchezza che riguardano lo stesso modello elettorale. Un sistema in funzione da 25 anni, sbandierato come il più affidabile tanto da proporlo anche per le elezioni politiche. Esso ha indubbiamente garantito stabilità amministrativa alle giunte comunali, dal momento che l’elezione diretta del sindaco trascina con se il premio di maggioranza per il Consiglio comunale.
Ma il voto ha messo in evidenza come la crisi riguardi proprio la figura del Sindaco. Una persona sola al comando, a cui la legge di fatto conferisce ogni potere: dalla nomina dei membri della giunta, agli amministratori delle varie Aziende partecipate, ai membri nelle Fondazioni bancarie, sino alla pretesa
di controllare gli stessi organismi dirigenti del partito di riferimento, per trasformarli in propri comitati elettorali.
Una girandola di nomine, che il primo cittadino sovente effettua in solitudine senza alcun confronto non solo con la forza politica di cui è espressione, ma ignorando anche elementari criteri di professionalità e competenza, che non si basino su scambi elettorali e clientele.
Da questi criteri scaturiscono mostri gestionali. Figure che magari hanno portato qualche voto, ma del tutto inadeguate a gestire, con metodi aziendalistici, le varie realtà, e di rapportare l’unità operativa, loro affidata, alle reali disponibilità delle risorse finanziarie; tant’è che molte di esse accumulano solo debiti che scaricano sul comune col risultato di farle collassare e poi fallire.
Sulla legge che prevede l’elezione diretta del sindaco, Giuseppe De Rita, del Censis l’aveva a suo tempo stroncata dicendo: “La nostra società pluralista ha bisogno della democrazia dell’arcipelago ateniese, invece abbiamo costruito un modello verticale all’egiziana con le piramidi e tanti Faraoni”. In attesa di poter cambiare la legge, bisogna che il Faraone (o la faraona) cessino di comportarsi in questo modo e si aprano a forme di direzione politica più collegiale.
E’ necessario recuperare in tutte le istituzioni e nel rapporto con la società civile, il senso della cosa pubblica e muoversi perché nella politica ci si liberi dall’eccesso di personalizzazione che illude i protagonisti, annienta la democrazia, distrugge i partiti, mortifica la partecipazione e logora gli stessi amministratori i quali, alla fine, si trovano abbandonati dall’opinione pubblica e dal partito di riferimento, ossequiati solo dai pochi accoliti che hanno beneficiato della spartizione del potere.
Di chi è la colpa di tutto questo? Qual è la causa politica, economica e sociale di questa disaffezione?
Dello Stato che ha ridotto i trasferimenti ai comuni! Gridano in coro i Sindaci.
Ma è proprio cosi. O sono le loro scelte scellerate a creare questo stato di cose?
Secondo l’analisi di Cer e Confcommercio basata su dati Istat, nel quindicennio 1998-2014 le imposte locali sono aumentate del 72,2%, in particolare l’Irpef locale è cresciuta del 155% e del 20% negli anni della recessione (2007-2014). Le imposte locali registrano un + 22% nei soli 3 anni dal 2012 al 2014. La spesa corrente, però, in 15 anni è salita da 130 a quasi 210 miliardi, con una lievissima diminuzione nell’ultimo quinquennio. Nel 2016, poi, Comuni e Province beneficiano di 480 milioni di addizionali ai comuni per l’edilizia scolastica, 495 milioni per province e città metropolitane e un ampliamento per i comuni della possibilità di spesa per 676 milioni, grazie all’allentamento dei vincoli di bilancio.
Non sono le risorse che mancano. In questi anni è venuta a mancare la capacità gestionale di adeguare la macchina pubblica alle trasformazioni tecnologiche ed organizzative in atto. Processo essenziale per poter ridurre i costi di gestione, migliorare i servizi e procedere alla diminuzione delle stesse imposte locali.
Ha prevalso invece l’opposizione dei sindacati ad ogni cambiamento organizzativo e in parte ha pesato e pesa la stessa resistenza dell’apparato burocratico-dirigenziale, più preoccupato a salvaguardare i propri livelli retributivi che a innovare gli assetti organizzativi interni.
Nonostante gli impulsi positivi provenienti dalla legislazione nazionale (legge Madia che prevede la riduzione delle partecipate da 10.000 a 1.000), in molti casi gli amministratori sono stati inerti.
Nel rapporto con i cittadini sarebbe utile la trasparenza della macchina municipale. Anche sui bilanci delle partecipate ci vorrebbe più chiarezza. Alessandro De Nicola, esperto di Repubblica, nel suo articolo “Il test sulla serietà dei candidati”, pubblicato domenica 5 giugno, a proposito dei bilanci di comuni e partecipate, parafrasando Churchill, scrive: “Alcuni sono indovinelli avvolti in un mistero all’interno di un enigma”.
Purtroppo è vero. I comuni debbono rendere disponibili online ed accessibili in tempi certi tutta la documentazione, a descriverla in modo comprensibile e, infine, individuare le persone responsabili di ogni atto e procedimento. Chi non si impegna in questo senso predica la trasparenza ma non la applica e si rifiuta di fare una cosa facile e non costosa.


Commenti