Estratto dal decimo romanzo di Marco Candida “La notte della Donna Nera. Dimmi chi sono i tuoi nemici” Il Foglio Letterario Edizioni 2016
Secondo nemico: la figlia
Con i genitori che si ritrova, è persino ovvio che prima o poi Selene sbandasse. E’ sempre stata una bambina brava. Studiosa. Educata. Comprensiva. Fino alla fine del Liceo né io né Elma abbiamo potuto lamentarci. Anzi, magari è stato proprio perché abbiamo avuto una figlia d’oro che ci siamo fatti i nostri porci comodi. Le famiglie sono una strana cosa. Se i genitori sono in gamba, sono i figli a fare i loro porci comodi. Hai un genitore magistrato? E il figlio si dedica alla pittura o alla musica. Se ne frega del suo futuro. Fa volontariato. Poi, arrivato a trentacinque anni, ha bisogno lui di volontariato. Qualcuno che si occupi di lui. Se, invece, i figli sono in gamba, i genitori combinano casini. Si separano. Hanno amanti. Si sputtanano i risparmi facendo investimenti sbagliati. Rare sono quelle famiglie composte da tre o quattro persone rette. E di solito sono famiglie di geometri e ingegneri.
Selene ci ha fatto fare i nostri porci comodi per anni. Mettere su famiglia presuppone requisiti di base ben definiti. Oh sì. L’egoismo. Il sadismo. La mania del sesso. Elma e io questi requisiti li avevamo. Certo. La famiglia. I figli. Che cosa sono se non autopunizioni? Famiglia e figli danno una regolata. Senza famiglia, chissà cosa saremmo. Chi già altruista, chi già brava persona difficilmente mette su famiglia. Criminali e poco di buono hanno moglie e figli. Le persone più insopportabili e inadatte hanno moglie e figli. Preti e santi una famiglia non l’hanno. Si mette su famiglia per le ragioni più schifose. Per darsi una regolata. Per fare qualcosa d’importante. O per caso: la ragione più insulsa. Persino per la carriera. Per avere la scusa buona di fare qualsiasi scempio dell’avversario; bisogna pensare alla pagnotta da portare a casa a moglie e figli. Poi lo stratagemma funziona pure. Questi
egoisti, sadici e maniaci riescono a metterla a posto, la testa. Smettono con i vizi, persino. Non si può essere egoisti con i figli. Né cattivi. Non gli si può fumare in faccia. Né ci si può ubriacare. Bisogna educarli. Farli diventare persone rette. Questo, vogliamo. Se gli insegniamo qualcosa di sporco, lo facciamo per farli diventare scaltri. Non per farli diventare cattivi. Nessuno, credo, vuole un figlio cattivo. Scaltro. Non cattivo. Un figlio ti cambia. Non c’è dubbio. Anche il sesso. Non lo puoi più fare. C’è il figlio. Per me e Elma questo è stato un problema. Ne abbiamo fatto così tanto… Solo che la famiglia funziona come antidoto al lato oscuro della nostra personalità solamente per un po’. Poi il lato oscuro torna. Arrivano i tradimenti. Le cose fatte di nascosto. I rapporti si logorano. E poi è il turno dei figli. Si mettono loro a dare problemi.
Che cosa abbiamo fatto per Selene, Elma e io? Se mi sforzo di pensarci bene, in tutti gli anni che ci siamo occupati di lei, quello che abbiamo fatto è stato… be’, regalarle l’Amiga. Questo abbiamo fatto. E’ un particolare che mi spezza il cuore, se ci penso. L’Amiga. Il computer. Ecco, cosa abbiamo fatto. Amiga in spagnolo significa Amica. Gliene abbiamo comprata una. Perché Selene è figlia unica, ed era anche un po’ chiusa. Mi spezza il cuore pensarci. Come quelle famiglie dove ci sono tre televisori. C’è Sky. C’è il computer. Si diventa esperti di film. Ci si appassiona di musica. O di letteratura. O fumetti. Solitudine. Solo solitudine. Nostra figlia era sola. Chiusa. Così una bambina brava... E bellissima. Ma chiusa. Timida. Perciò le abbiamo comprato l’Amiga. Questo gioco di significati tra “amica” e “amiga” mi fa venire i brividi. Davvero. Selene è stata una bambina timida almeno fino a diciotto anni.
Una volta conseguita la maturità classica (60/60) Selene è cambiata. Si è iscritta all’Università. Facoltà di Economia. All’inizio ha cominciato bene. Dava gli esami. Le controllavo il libretto. Ha dato gli esami del primo anno. Con voti alti. Poi s’è persa. Ricordo che s’era messa a chiamare la Facoltà di Economia Facoltà di Egonomia. Invece Medicina (altra Facoltà che avrebbe voluto fare) si era messa a chiamarla Merdicina. Col senno di poi posso dire che questi giochi di parole fossero un primo campanello d’allarme per quello che è venuto dopo. Fino al secondo anno, Elma e io eravamo ancora impegnati con i nostri porci comodi. Così avevamo solo un’idea vaga del fatto che Selene si fosse messa a far uso di sostanze stupefacenti. L’avevamo scoperta a diciassette anni. Spinelli. Un bel po’ di spinelli. Ma, dopo una lavata di capo, pensavamo la cosa fosse terminata lì. Invece no. Selene aveva un problema. La colpa è stata principalmente mia. Avevo chiesto a un paio di colleghi di tenere d’occhio mia moglie. Mi ero fatto complice Selene. Ma non avevo avuto il coraggio di chiedere a qualche collega di tenere d’occhio mia figlia. Non avevo fiutato nulla riguardo Selene. Troppo preso con Elma, mia figlia mi è sempre sembrata la classica “brava ragazza”.
O almeno questi sono i pensieri che inizialmente mi torturavano.
Il mio fiuto aveva fallito.
E con la persona più importante.
Mia figlia.
Quando Selene ha compiuto ventidue anni, Elma e io ci siamo ritrovati con una figlia drogata.
Io, lo ripeto, non sono stato in grado di accorgermi di nulla. Avevo catturato Carlo Tontelliano o Ettore Bellomponci o Vernicchiani. La stampa aveva scritto articoli su di me. Anche un paio di settimanali. Ho avuto un faccia a faccia col criminologo Bruno. Picozzi mi ha dedicato un articolo. Ho tenuto tavole rotonde – con cospicui gettoni di presenza, tanto che con alcuni colleghi le chiamavo ironicamente “tavole arrotondanti”. Invitato dalle migliori università. Ma non ero stato capace di accorgermi che mia figlia aveva un problema con la droga. Non l’ho mai nemmeno sospettato. Mai. Altrimenti non avrei perso tempo. Avrei acquistato un bel cagnolino. Addestrato ad annusare droga anche a seicento metri di distanza. Di modo che Selene potesse avere un compagno di giochi oltre all’Amiga. Invece non ho fatto nulla. Il mea culpa che potrei recitare è lunghissimo, tediosissimo. Non le ho mai notato segni sulle braccia. Non ho visto occhiaie sospette. Non ho notato compagnie. Non mi sono accorto di nulla. Ancora oggi, se ci ripenso, non mi viene in mente nulla.
Dopo tanti anni come investigatore ho imparato una cosa. Quando ti fai la domanda: “Com’è possibile che accada questo?” vuol dire che c’è qualcosa che non va. Non importa se questa domanda riguarda un dettaglio piccolissimo. Se la domanda arriva, vuol dire che vale la pena mettersi a indagare. Imparare una cosa simile significa stare sempre all’erta. Sono moltissimi i dettagli che non tornano. Le narrazioni dei fatti, anche le più fedeli, tradiscono sempre i fatti riferiti. Perciò c’è sempre da stare all’erta. Ci si può persino diventare matti. Il pensiero peggiore è che quando una narrazione presenta qualcosa che non va, vuol dire che quel qualcosa viene nascosto di proposito. Anche se si effettuano verifiche. Anche se si prova in maniera incontrovertibile che non c’è nulla che non va. Se la narrazione scricchiola, il narratore tiene nascosto qualcosa. Nel novantanove per cento dei casi, lo fa di proposito.
Nel caso di mia figlia questa domanda mi è venuta quando è risultata positiva ai test sulle sostanze stupefacenti. Ho pensato: “Com’è possibile che mia figlia si droghi?”. “Com’è possibile che risulti positiva ai test?”. “Com’è possibile che non mi sia accorto di nulla?”. Invece fino a quando Selene aveva ventidue anni, quando tornava a casa alle due di notte, non mi è mai venuto di chiedermi: “Com’è possibile che sia così brava e senza problemi?”. “Com’è possibile che sia sempre così sorridente?”. “Com’è possibile che abbia fatto tardi perché ha forato una gomma?”. Non ci sono stati episodi sospetti che mi hanno fatto chiedere nulla. Nemmeno una volta.
La sua narrazione era a posto.
La narrazione dei test sulla droga non lo era.
Quella mi insospettiva.
Lì ho cominciato a pensare male.
Sono andato avanti mesi a chiedermi come fosse possibile. Quando e dove mia figlia si drogasse. Motivi ne aveva, povera creatura. Poi un giorno un pensiero pazzo mi ha attraversato la mente. Questo pensiero è stato originato da un episodio apparentemente piccolo. Selene era stata accettata in un centro di recupero per tossicodipendenti. Ne parlava a tavola. Eravamo a casa. Lei e io. Lo aveva già detto a Elma. Io l’ascoltavo. Ascoltavo il tono di voce. Come faccio sempre quando parlo con mia figlia. Mi frega niente dei contenuti. Il tono di voce dice tutto. Be’, il tono di voce di Selene era un tono gaio. Era stata accettata in un centro di recupero per tossicodipendenti e il suo tono era gaio. Era contenta. Dissimulava. Ma percepivo la sua contentezza. E una frase mi ha colpito. Mi ha detto: “Chi entra lì, poi trova un lavoro, dopo. Un bel lavoro”
Lì il mio fiuto d’investigatore ha cominciato a sentire gran puzza di bruciato. Trattandosi di mia figlia mi sono immaginato una di quelle crostate di Nonna Papera che lei e io ci siamo divertiti qualche volta a preparare assieme. Ho cominciato a sentire puzza di torta di Nonna Papera andata a male. Uno strano puzzle che fino a quel momento non avevo considerato ha cominciato a comporsi nella mia mente. Uno di quelli della Ravensburg o della Clementoni. Uno di quelli che facevo con Selene quando era piccina. Mi scuso se questi paragoni suonano così bambineschi, ma, quando parlo di mia figlia, riesco solo a pensare a lei come a una bambina, la mia bambina, e ad associarle gli oggetti del mondo dell’infanzia.
Ho ripensato ai discorsi di Selene. A Egonomia e a Merdicina. A quanto Selene ce l’avesse col mondo accademico. Con le Università. Mi snocciolava dati su dati per provarmi che la maggior parte dei laureati poi finiva o per non trovare lavoro o per trovarne uno per il quale non aveva studiato. Dati. Statistiche. Mi faceva vedere istogrammi. Diagrammi. Selene era una studente di Economia. Non parlava a vanvera. Quello che diceva era circostanziato. Per quanto a me sembrasse la fuffa che per anni anch’io ho sentito ripetere da parte dei dropout. Però, sarà perché mia figlia, Selene riusciva a essere persuasiva. Mi limitavo a dirle di accontentarsi di prendere il pezzo di carta. Poi, qualunque lavoro sarebbe andato. Ma la laurea era importante per l’autostima innanzitutto. Lei qui si infervorava.
“Papa! – mi diceva – Voglio poterci campare, con la mia laurea! Ti pare possibile che debba studiare per poi morire di fame?!”
“Fuffa! Fuffa! Questa è fuffa! Ma lo sai quante volte ho già sentito questi discorsi?”
“Sì, ma tu dici queste cose! Voglio lavorare. Guadagnare. Formarmi una famiglia”
“Studia e ce la farai”
“Ma non voglio diventare un cervellone superpreparato e finire a fare la commessa in un negozio!”
“Ma chi ti dice che ci finisci?”
“Perché non sono cieca! Guarda quello che succede! Le statistiche e il resto. Questo è il Paese dell’amico. C’è nepotismo. Raccomandazioni”
“Ho conoscenze. Posso aiutarti”
“Ah no, eh? Voglio farcela con le mie forze. Anche poco, ma non voglio sentirmi merda per la vita”
“Ma che ti frega? Devi pensare alla pagnotta!”
“Ecco, papà, proprio qui tu e io siamo diversi. Proprio qui”
“Seeh seeh. Questa fuffa l’ho già sentita. Fuffa. I dropout parlano così. Ascolta papà!”
“Papaà!”
“Cosa?”
“Non capisci! Con te non parlo più!”
Conversazioni come queste ne abbiamo avute. Ma la frase “Chi entra lì, poi trova un lavoro, dopo. Un bel lavoro” pronunciata da Selene una volta accettata al centro di disintossicazione ha fatto comparire altre tesserine del Ravensburg nella mia mente. E’ stata una pioggia di tesserine colorate. Piene di tratti di un disegno unico. Come questa conversazione:
“Ferroni, Tagliati, Condini, Bullotti… Gente destinata alla disoccupazione” Selene.
“Chi sono?” Io.
“Miei colleghi. Amici” Selene.
“E perché sarebbero destinati alla disoccupazione?” Io.
“Ferroni Filosofia. Tagliati Geologia. Condini Antropologia. Bullotti Scienze della Comunicazione”
“Ho capito cosa vuoi dire. Be’, se si sono scelti quelle Facoltà è fin ovvio” Io.
“E Gangini? E Morlatti? E Cocoroni? E Zanelli?” Selene.
“Cosa?” Io.
“Gangini Giurisprudenza. Morlatti Merdicina. Cocoroni Fisica. Zanelli Egonomia”
“Qui non ti seguo” Io.
“Anche loro destinati alla disoccupazione!”Selene.
“Non con quelle Facoltà” Io.
“Sì? Va bene. Allora anni di disoccupazione e lavoretti prima di trovare un’occupazione degna di questo nome” Selene.
“No. No no. Non sono d’accordo” Io.
Altre volte conversazioni anche più violente.
“Cocoroni un lavoro non lo troverà!” Selene.
“Ma Cocoroni è iscritto a Giurisprudenza!” Io.
“Cocoroni Fisica, papà!” Selene.
“Allora, può fare il professore, no? Deve per forza trovare un posto al Cern di Ginevra?” Io.
“Ma lo sai che chi viene dal Sud nelle graduatorie insegnanti viene inserito più in alto degl’altri perché ha punteggi più alti? Votazioni più alte? Le Facoltà al Sud sono più facili” Selene.
“Anche della Lega Nord mi sei?” Io.
“Macché! E’ un dato di fatto. Vatti a leggere le graduatorie!” Selene.
“Disfattista!” Io.
“Papà! Smettila! Con te non parlo più!” Selene.
Tesserine su tesserine e il disegno rappresentava un concetto unico: sfiducia. Patologica e incondizionata sfiducia nel sistema. Non nelle proprie capacità di stare nel sistema. Ma nel sistema medesimo. Sicché mi sono messo a fare quello che avrei dovuto fare fin da subito, se non fossi stato impegnato col costruirmi una carriera e con lo sfasciare un matrimonio. Ho cominciato con qualche domanda qua e là. A qualche amico di Selene. Va detto che Selene non frequentava cattive compagnie. Tutti bravi ragazzi. Studenti. Alcuni quasi laureati a ventiquattro anni, cosa che, all’epoca, era un merito. Anche se le Facoltà erano facili. Filosofia. Storia. Lettere Moderne. Sociologia. Queste qui. Ho voluto sapere, in poche parole, che diavolo fosse preso a mia figlia. Chi erano i suoi amici drogati. Chi frequentava. Come fosse finita nello stato in cui era. Ho parlato con due o tre amici di Selene. Tutti e tre non mi hanno saputo dire nulla. O forse voluto dire nulla. Mi parlavano di Selene come una ragazza con il problema della droga. Restavano però un po’ troppo sul vago. Ascoltando la loro narrazione dei fatti mi appariva di continuo nella testa la fatidica domanda “Ma come mai accade questo? Com’è possibile che sia successo quest’altra cosa che mi hai detto?”. Capivo che questi ragazzi nascondevano qualcosa. O forse c’era qualcosa Selene aveva tenuto nascosto anche a loro.
Poi un pomeriggio al bar mi sono imbattuto in un’amica di Selene. Martina. Studente di Conservazione dei Beni Culturali, Martina stava già cercando un impiego. Lei aveva fiducia nelle istituzioni e nella sua laurea. Ascoltandola mi venivano in mente le parole di Selene. “Certo che hanno fiducia! Non solo nelle istituzioni, ma in se stessi e nelle loro capacità. Altrimenti non si sarebbero scelti facoltà come Filosofia o Lettere Moderne o Conservazione dei Beni Culturali!”. Martina aveva fiducia. Era naturalmente anche una ragazza molto a modo, una bellezza non irruente, dai modi piacevoli. Forse doveva trovarmi attraente. Mi sembrava di vedere in lei atteggiamenti seduttivi. Le ho offerto da bere. Ha preso una gazzosa. Poi parlando di Selene, Martina ha cominciato a ridacchiare. Mi ha detto:
“Eh, Selene. Tipo particolare, sua figlia”
“Sì?”
“Brava, eh? Ma, particolare”
“Quello che le è successo…”
“Sì, anche a me sembra inspiegabile”
“Lo dicono. Non so cosa pensare”
“Anch’io non l’ho mai vista armeggiare con le droghe… Non mi pare, almeno…”
“Ma forse perché sei una brava ragazza e…”
“Qualche spinello me lo faccio ogni tanto. E qualche pasticca l’ho presa. Qualche cazzata l’ho fatta”
“Non dovresti farlo. Ci si rovina la vita e basta. Non si migliora. Si rovina”
Mi è sembrato il minimo da dirle, in qualità di padre di famiglia. Mi domando, ora che ho usato questa espressione – “padre di famiglia” –, se il padre di una famiglia fallita non sia anche un padre fallito. Così come l’imprenditore di un’impresa fallimentare è, dal punto di vista tecnico-legale, un fallito.
“Grazie dello spot. Adesso non lo faccio più. Comunque, volevo solo dire che Selene avrebbe potuto anche non nascondersi difronte a me”
“Capisco”
“Sa, c’è una cosa…”
“Cosa?”
“Si ricorda quando a Selene hanno ritirato la patente per guida in stato di ubriachezza?”
“Sì. Sì, lo ricordo. Tutto è cominciato da lì”
“Quella sera c’ero anch’io. E’ stata una serata molto strana. Lo sa come si è svolta? Glielo ha raccontato sua figlia?”
“Mi ha detto di aver bevuto troppo al bar e un blocco di polizia l’ha fermata e controllata”
“Sì. Ma quella sera dopo aver bevuto, sono salita anch’io in macchina con lei. Ridevamo, chiacchieravamo. Eravamo euforiche. Ci eravamo fatte uno spinello e Selene ha preso anche una pasticca d’ecstasy. La prima che le vedevo prendere. Le ho chiesto se non era impazzita. Le ho chiesto se non ci fosse qualcosa che non andava. Ricordo la sua risposta. “Perché – mi ha detto – La figlia di un poliziotto importante non può impasticcarsi? E’ vietato? La figlia di un figo, queste cose non può farle?”. Selene continuava a far girare la macchina intorno al viale dove stava appostato il posto di blocco. Ci saremo passate davanti tre o quattro volte in cinque, dieci minuti. Poi sono scesa dall’auto. Selene è ripartita e dopo un po’ è arrivata la notizia dell’arresto di Selene. Mi trovavo al bar. Adesso l’hanno chiuso, tra l’altro, quel bar. Con gli altri ragazzi della compagnia di allora. Selene è stata fermata sola. Ho ripensato alla faccenda e il sospetto un po’ ce l’ho che Selene abbia voluto farsi fermare di proposito dalla polizia. Ovviamente non so per quale ragione. Perché mai fare una cosa simile? Sarebbe stupido. No?”
“Quante volte è passata davanti al blocco stradale?”
“Gliel’ho detto. Con me tre o quattro volte. Ma, a parer mio, ha continuato per un po’ anche dopo, fino a quando non l’hanno fermata. Forse lo faceva senza rendersene conto. Forse stava cercando qualcuno. Ma non ricordo mi abbia parlato di nessuno né ricordo nessuno che la facesse soffrire. Qualche ragazzo. Un uomo. E spero sappia che nessuno ha visto Selene drogarsi prima di allora. Cioè, ogni tanto uno spinello con me se lo faceva. E quella sera si è presa una pasticca d’ecstasy. Ma prima d’allora nessuno l’ha mai vista farsi una spada. Sniffare bamba. Nemmeno MDMA. Nulla. Pulita. La credevamo tutti pulita. Nessuno sapeva del suo problema. Né era al corrente dei pusher che la rifornivano. Non l’abbiamo mai vista bazzicare luoghi dove circolasse droga”
Certo. Sapevo a cosa Martina alludesse. Non ho mai visto sul volto di Selene occhi con pupille “a spillo”. Segni sulle braccia. Non l’ho mai vista grattarsi in modo strano. Non l’ho mai vista bere troppo. Non mangiare. Non ho trovato tracce di vomito. Il peso corporeo è rimasto uguale. Anche l’aspetto. Sano. Colorito. Sì, viveva un po’ in stato d’isolamento. Tendeva a frequentare sempre gli stessi amici. Ma questi amici non avevano l’aspetto di drogati. Erano ragazzi, tutto sommato, a posto. Selene, come ho detto, è un tipo chiuso, timido. Crescendo ha mutato molto del suo carattere, ma qualche tratto le è rimasto. Quindi che cosa potevo concludere?
“Ispettore, sua figlia l’ha fatto apposta”
“Ma perché lo avrebbe fatto?”
“L’Ispettore è lei. Ed è anche il padre”
Come padre e come Ispettore potevo fare alcune ipotesi sui motivi. Mi sembravano però ipotesi di una persona irragionevole. L’idea che Selene si fosse drogata apposta perché la polizia la fermasse e le facesse test non aveva senso. Eppure, stando alle descrizioni di Martina, non era inverosimile pensarlo. Era difficile trovare un motivo. Forse Selene voleva rovinare la reputazione del padre. Prendersi una rivincita con lui per non aver saputo tenere un nucleo familiare compatto. Cercare di parlare con Selene non avrebbe avuto parimenti senso. Selene avrebbe negato. Ovviamente. Qualunque ipotesi. Immaginavo una conversazione.
“Hai voluto farti beccare dalla polizia per rovinarmi la reputazione?”
“Credi di essere al centro del mio mondo fino a questo punto?”
“Allora hai imbastito questa faccenda per entrare in un programma recupero tossicodipendenti e trovare lavoro. Quel lavoro che, in condizioni “normali”, in base alle tue folli teorie, non saresti mai riuscita a trovare”
“Secondo te è possibile una cosa del genere?”
Certo che era possibile. Selene avrebbe però negato. Non avrei potuto farci molto per scoprirlo. E farle smettere di rovinarsi la vita. Poi, la vita era sua – come ripetevo ad amici e colleghi, qualche volta. Se questo voleva per la sua vita, come genitore potevo fare solo da spettatore. Ci sono i falsi invalidi. Forse mia figlia era una sorta di “falsa tossicodipendente”. O forse ero io che volevo vedere la faccenda così, perché non riuscivo ad ammettere di avere una figlia debole e vittima di tutto ciò che quotidianamente col mio lavoro combatto. Una volta le ho anche fatto una scenata. Questa non l’ho immaginata. L’ho fatta. Una delle scenate più classiche, alla “chi-ti-ha-venduto-la-roba-chi-te-l’ha-venduta-dimmelo”. Volevo andare a stanare i disgraziati che avevano rovinato la vita di mia figlia. Selene, però, non si è sbottonata. Non ho mai saputo chi gliel’avesse venduta. Ho fatto indagini per conto mio. Ho incaricato colleghi. Niente. Né in zona né in zone che sapevo Selene avrebbe potuto bazzicare. Mi sono persino chiesto se per caso mia figlia quello schifo maledetto non se lo fosse procurato tramite E-Bay. Ho persino accarezzato l’idea di chiedere a un paio di conoscenze alla polizia informatica. Del resto, Selene, a quei tempi, non utilizzava Internet. Ancora non c’era Facebook. Il fenomeno Internet era ancora agli inizi.
Selene ha cominciato a frequentare il Sert dell’Asl. Poi è passata a una Comunità. Un anno. Prima la fase dell’Accoglienza. In quel periodo mia figlia ha avuto una storia con un Responsabile di Settore-Struttura. Lavori di gruppo. Seminari. Riunioni settimanali. Con il Coordinatore-terapeutico Selene si è sottoposta ai test: il “Z-test”, l’”MMPI”, lo “Schid”, il “Roarschach”. Si è presto integrata. E’ diventata un punto di riferimento. Lì dentro, in quell’inferno, è riuscita a venire fuori dalla sua timidezza, a sbocciare. Il Responsabile del Settore Medico Legale. Il Coordinatore Terapeutico. E il Direttore della Comunità. Lo conosceva un mio collega. Ebbene, tutte queste figure me ne hanno parlato un gran bene. E ho voluto sapere. Dissipare dubbi. Era realmente drogata? Sì, lo era – le vene non corrono solo lungo le braccia, ricordo avermi detto il Medico Legale. Ma, a detta di queste figure, era anche una ragazza d’oro.
La permanenza di Selene in una comunità mi gettava nel terrore. C’erano rischi, in queste comunità. Intanto l’aggressività dei tossicodipendenti. Verbale, fisica, a sfondo sessuale. Poi rischi di infezioni, allergie o intossicazioni. Dentro a luoghi come questi ci sono malati di epatite B e C e anche di Hiv. Anche solo i rischi domestici sono alti. Pavimenti bagnati. Scale mezze rotte o troppe ripide. Porte a vetri. Un bel sacco d’insidie per le preoccupazioni di un padre. Poi le cucine. Forni elettrici. Tostapane. Frullatori. Affettatrici. Tritacarne. E poi, tanto per dire, la Sindrome di “Burn-out”. E altro. Cercavamo di starle vicino. Andavamo a trovarla. Io stesso. Sua madre. Ma anche gli amici. Cocoroni. Tagliati. Condini. Bullotti. Ferroni. Ciascuno la consolava. Le dicevano di farsi forza. Le dicevano che fossero tempi duri per tutti. Nonostante le lauree ognuno dei suoi amici era ancora a spasso. Le dicevano, comunque, che appena fuori le cose per Selene non sarebbero andate male.
Dopo tre mesi comincia la seconda fase. Reinserimento sociale. Dopo altri tre mesi dal primo lavoro (qualcosa di molto vicino allo sbucciare patate e cipolle), ecco l’inizio della terza fase. In questo periodo si cerca un lavoro stabile. Selene, essendo una ragazza molto intelligente, ha cominciato a scrivere articoli per quotidiani e periodici. Collaborava con radio locali ma qualche volta anche nazionali. Quando è stato il momento di trovare lavoro, ce l’ha fatta. Assunta con contratto a tempo indeterminato in un’azienda. Al quinto livello. Dopodiché ha ripreso a studiare. Ora con la Laurea in Economia e Commercio occupa un ruolo di settimo livello. E’ a posto. In sé una sorta di miracolo. Selene si è guadagnata anche un servizio su L’Espresso. Tutto sulla sua vicenda turbolenta, ma a lieto fine. Ovviamente il fatto di essere mia figlia ha attirato la curiosità dei media. E vuoi sapere una cosa? Alcuni degli amici di Selene – come Cocoroni o Ferroni o Bullotti – ancora oggi non si sono inseriti nel sistema lavorativo. Ancora oggi.
Ecco l’ultima tessera del Ravensburg. Che, a cose fatte, non somiglia affatto a un Ravensburg per bambini, ma a un quadro ideato da un Caravaggio o da un Picasso o da un Machiavelli, se mai Niccolò Machiavelli ha dipinto qualcosa. Se non fosse per un dettaglio. Dettaglio che un giorno è saltato fuori durante un litigio tra Selene e il sottoscritto.
Eravamo a tavola. Casa sua. Un appartamento qui a Pavia. Non lontano da quello di sua mamma. So che qualche volta Selene posteggia l’auto dai pressi del portone del palazzo di Elma e sta lì. Non sono sicuro del perché. Ma una mezza idea l’ho. Non ha smesso di tenerla d’occhio. Ha ancora paura che sua madre possa compiere qualche gesto suicida. Insomma, davanti a una pasta al pomodoro dopo una serie di affermazioni piuttosto impertinenti e irritanti di Selene, le ho detto una verità che fino a quel momento avevo taciuto.
“Mi sono interessato io al tuo lavoro in ufficio. Cosa credevi?”
Selene è sbiancata.
Il rotolino di spaghetti che si era appena messa in bocca le è ricascato nel piatto.
Ha lasciato cadere la forchetta.
Si è alzata.
“Vuoi scherzare?”
Sono rimasto in silenzio. Non volevo altre reazioni.
“Papàà!”ha sbraitato lei.
Silenzio.
Mia figlia è andata nella sua camera da letto sbattendo la porta.
Sono andato via.
Più tardi ho ricevuto una telefonata di Selene.
Pensavo volesse chiedermi scusa e ringraziarmi, se era vero che le avevo trovato un lavoro.
Invece Selene mi ha detto una frase soltanto e poi ha riagganciato.
“Non te lo perdonerò mai. Mai”

Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post