Andrzej Żuławski: il cinema è un ladro

by Barbara Rossi
Andrzej Żuławski, scomparso a Varsavia il 17 gennaio scorso, era nato a Lwów, in Ucraina, nel 1940, “figlio d’arte”: il padre Mirosław era uno scrittore e diplomatico, il nonno Jerzy un filosofo. Da entrambi Żuławski sembra ereditare la vena letteraria che lo conduce - parallelamente all’attività cinematografica - a pubblicare dagli anni Ottanta più di venti romanzi, di taglio storico e segnati da quell’estrema libertà di rappresentazione che caratterizza anche il suo cinema.
Dopo aver trascorso l’infanzia a seguito del padre tra Parigi e Praga, Andrzej compie un’esperienza formativa di tutto rilievo come assistente alla regia in tre film di Andrzej Wajda, tra il 1961 e il 1965, studiando filosofia e regia a Varsavia e alla Sorbona di Parigi, oltre ad esercitarsi come critico cinematografico.
Dopo i primi corti per la televisione, nel 1972 Żuławski esordisce nel lungometraggio con La terza parte della notte - trasposizione di un romanzo paterno - in cui racconta l’occupazione nazista della Polonia attraverso quella visionarietà e violenza espressiva che costituiranno il segno distintivo della sua poetica.
In seguito all’uscita sugli schermi - l’anno seguente - de Il diavolo, opera ulteriormente visionaria, provocatoria ed eccessiva, declinata sullo sfondo dell’occupazione prussiana della Polonia, nel 1793, il regista è costretto per problemi con la censura a rifugiarsi in Francia. Qui realizza - nell’arco del decennio a cavallo tra la metà degli anni Settanta e la metà degli Ottanta - alcune opere di forte impatto scenico ed emotivo, con protagoniste femminili che contribuiscono a decretarne il successo: dalla Romy Schneider di L’importante è amare, rappresentazione in chiave grottesca del disumano
mondo teatrale, alla Isabelle Adjani di Possession, con scivolamenti nell’horror fantascientifico, sino alla “scandalosa” Valérie Kaprisky di La femme publique e alla giovane Sophie Marceau di  Amour braque - Amore balordo, libera trasposizione da L'idiota di Dostoevskij, con la quale instaurerà un lungo rapporto professionale e privato. 
Nel corso degli anni Żuławski continua ad intrattenere rapporti problematici con la censura, specie nella natia Polonia, dove torna saltuariamente per girare film estremi, onirici, a forti tinte, come Sul globo d’argento, girato tra il 1976 e il 1978, ma la cui distribuzione viene autorizzata solo nel 1989. 
Dopo Le mie notti sono più belle dei vostri giorni, tratto dal romanzo della scrittrice Raphaële Billetdoux, che disconosce il film, e La nota blu, poco riuscita biografia di Chopin - prodotti tra il 1989 e il 1991 - Żuławski si dedica per la maggior parte all’attività letteraria e alle regie teatrali.
Le ultime prove, La sciamana, criticato pesantemente in Polonia per il suo erotismo spinto e violento, La fidélité, adattamento del romanzo La princesse de Clèves di Madame de La Fayette, e Cosmos, paradossale pantomima sull’indecifrabilità e assurdità del mondo - premiato al Festival di Locarno 2015 con il “Pardo d’oro” - non fanno che ribadire l’atipicità di tematiche e stile del regista polacco, insieme all’innata tendenza alla sperimentazione sui generi cinematografici più eterogenei. 
«Il cinema è un ladro», amava sottolineare Żuławski. «La sua natura bizzarra è legata alla sua stessa chimica: è teatro che si fa cinema grazie a interventi fisici, tecnici... Credo abbia anche a che fare con l'urgenza di mostrare, come nell’allegoria della caverna di Platone. Perché poi vogliamo mostrare delle cose, proprio non lo so. Perché i bambini abbiano voglia di giocare, non so davvero dirlo. Semplicemente, credo che questa esigenza faccia parte, in maniera profonda, della nostra natura. Ecco perché il cinema, quando è venuto alla luce, ha rubato - o preso in prestito, se preferisci - tutto quello che aveva intorno: pittura, letteratura e musica, teatro, vaudeville, grottesco, pantomima. Tutto! Quindi il cinema è un bastardo. Ed è per questo che lo amo tanto». 

Barbara Rossi 

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