Alfio Brina
Nonostante il forte calo dei tassi d’interesse provocato dagli interventi di politica monetaria da parte della Bce, nonostante l’indebolimento dell’euro nei confronti del dollaro, il crollo dei prezzi del petrolio e la manovra fiscale espansiva, l’economia italiana è cresciuta meno della metà del resto dell’area dell’euro. La ripresa registrata nei primi trimestri dell’anno si è attenuata nel corso del 2015. + 0,1% nell’ultimo trimestre, più debole rispetto al terzo trimestre che era del + 0,2%, il secondo era stata del + 0,3 % ed il primo del + 0,4%. Le stime dell’Istat danno una crescita del Pil italiano per il 2015 del + 0,7, contro lo 0,8% inizialmente previsto dal governo. Preoccupa non tanto lo 0,1 in meno, quanto la tendenza al calo in atto che rischia di compromettere le stesse previsioni di crescita indicate per il 2016 nella legge di stabilità in un + 1,6%.
Quali sono i nodi strutturali che frenano la ripresa economica del nostro paese?
Sono andate bene le medie aziende che hanno scommesso sui mercati globali. Quelle imprese che dipendono sempre meno dalle banche, restie, nonostante gli stimoli della Bce, all’erogazione del capitale. Ha retto il turismo. L’Expo ha trascinato verso l’alto l’agricoltura. I consumi hanno risentito di una flessibile ripresa legata in particolare alla vendita di auto. L’occupazione, nonostante lo Jobs Act, che ha segnato un positivo superamento dei contratti a tempo determinato, è rimasta pressoché
ferma. Poi resta il buco nero del Sud.
Ma, secondo alcuni analisti il nocciolo del problema per la nostra economia è la produttività che è calata ad un livello più basso di quella di 15 anni fa. La competitività esterna ed interna, si è cosi deteriorata e non si aggiustata dopo la crisi.
La ricetta per uscire dalla crisi è sempre la stessa: le riforme strutturali. Lo Jobs Act ha aperto la strada, devono seguire con maggiore continuità e verifica a livello territoriale quella sulla Pubblica amministrazione, la riforma della giustizia, l’introduzione di regole sulla concorrenza. Per quanto attiene al mercato del lavoro sarebbe opportuno che sindacati ed imprenditori trovassero un accordo per spostare la contrattazione salariale a livello delle imprese. Si comprendono le resistenze dei sindacati a non desistere dai tradizionali contratti nazionali che danno maggiori garanzie ai lavoratori la cui occupazione è parcellizzata in migliaia di aziende con scarsa o nulla capacità contrattuale. Il contratto nazionale garantisce a tutti un ombrello protettivo che diversamente verrebbe a mancare. Sulla contrattazione del lavoro è auspicabile un intervento governativo atto a favorire il decentramento contrattuale, assicurando nel contempo garanzie minime per i lavoratori occupati nelle piccole aziende scarsamente sindacalizzate.
Restano ancora aperti i problemi relativi alle sofferenze bancarie i cui bilanci sono appesantiti da crediti legati alle garanzie patrimoniali ipotecarie forniti dai loro clienti, resi, in parte, inesigibili in conseguenza della crisi del mercato edilizio. Su questo problema il governo, in accordo con l’U. E., sta cercando una soluzione. Le banche, negli anni passati, hanno aperto una serie di agenzie e sportelli per dare occupazione all’esubero di personale determinatosi in seguito all’adozione delle tecnologie informatiche. L’operazione, in se antieconomica, si è rivelata un bumerang. I costi di gestione degli istituti di credito, anziché diminuire, sono aumentati e questo costringe le banche a praticare tassi ancora troppo alti alla miriade di operatori che si rivolgono al sistema creditizio per le loro attività.
Per la Pubblica amministrazione, il governo sta emanando i Decreti delegati conseguenti alla Riforma. Tra le altre cose, è previsto la riduzione delle società partecipate dalle attuali 8 mila a mille. Anche su questo punto le maggiori resistenze si registrano a livello periferico. Comuni e ex Province sono restie nel procedere al loro accorpamento o alla loro soppressione, così come sono restie nel ridisegnare per le rispettive istituzioni, nuove piante organiche in grado di recepire, insieme alle innovazioni legislative anche tutte le innovazioni tecnologiche sorte ed introdotte in questi ultimi anni. In molti casi i nostri Enti locali si manifestano ai cittadini come carrozzoni inefficienti ed obsoleti. Anche il pubblico impiego non può vivere le grandi trasformazioni in atto su posizioni di difesa conservatrice del passato. Su questo fronte tutti debbono darsi una mossa, in particolare gli amministratori pubblici: sindaci ed assessori, chiamati a ruoli di protagonisti del cambiamento e non di coristi delle lamentele contro lo Stato. Lo Stato siamo noi!
Più complessa la riforma della giustizia, in particolare quella civile, che presenta ricadute dirette sul sistema economico e sociale del paese. I processi civili sono interminabili, il comparto è dominato dalla lentezza, un po’ per resistenze da parte della magistratura e in parte anche per la carenza di personale tecnico addetto alle cancellerie dei tribunali. La legge di riforma prevede la possibilità di travasare parte del personale eccedente in alcuni enti in strutture pubbliche che presentano carenze negli organici. Si tratta di dare applicazione all’insieme di queste norme riformatrici, Il riferimento per tutto il pubblico impiego deve essere il soddisfacimento dei problemi della società civile e non la difesa dei piccoli privilegi accumulati nel corso degli anni.
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