Maria Rita Gelsomino
Governare la Cina negli anni ’70 non costituiva una missione impossibile. Nella Cina di Mao le classi sociali erano essenzialmente due, contadini e operai, a fasi alterne venivano favoriti gli interessi degli uni o degli altri, un colpo al cerchio e uno alla botte, si provava a realizzare un equilibrio di forze. Anche oggi ci sono in Cina centinaia di milioni di contadini che vivono in povertà ma le loro rivolte non costituiscono un problema e non fanno notizia. Decine di milioni si sono inurbati e lavorano nell’industria e nell’edilizia. Nel passaporto interno sono registrati ancora come contadini, non hanno diritto a beni primari come la casa , l’assistenza sanitaria completa come gli altri, possono essere rimandati nelle provincie agricole di provenienza . Si tratta di una situazione ingiusta e intollerabile che col tempo sarà abbattuta.
E’ cambiata radicalmente la composizione sociale delle ricche città costiere abitate da una borghesia colta e sofisticata dove gli interessi dei gruppi sociali in cui è frastagliata sono spesso contrastanti . Ha accettato di lasciare il potere ad una élite autoreferenziale a patto che impegni la sua alta capacità di mediazione politica ad accontentare tutti in vista del fine supremo , l’ attuazione della crescita economica e la produzione di ricchezza . La crescita impetuosa degli ultimi decenni ha soddisfatto per ora tutte le classi sociali ed è avvenuta in fasi diverse. Negli anni ’90 Jiang Zemin ha attuato
grandi riforme, nel decennio successivo Hu Jintao ha raccolto i frutti delle riforme di Zemin e ne ha realizzate altre, volte soprattutto a rafforzare le grandi imprese pubbliche dell’industria di base. Il modello di crescita di Hu Jintao si è fondato specialmente sul boom dell’edilizia privata, sorretta da crediti facili, che ha prodotto in seguito un eccesso di offerta di abitazioni e che ha spinto al rialzo il prezzo di ferro e rame stimolando una bolla nei paesi produttori di materie prime come Brasile e Australia. La crescita a due cifre del Pil cinese ha però fatto comodo ai paesi occidentali in quanto ha promosso la crescita della domanda globale, e ha permesso loro di uscire dalla recessione quanto il quantitative easing della Federal Reserve.
La nuova amministrazione di Xi Jinping ha ripreso a fare riforme. Ha iniziato a tamponare e risolvere i problemi più urgenti come la crisi immobiliare e le sofferenze delle banche col trasferimento in una funzionale bad bank dei non performing loans.
Si è fatto ordine e trasparenza e si sono stabilizzati i conti nelle amministrazioni locali e enti pubblici gravemente indebitati, oggi chi vuole contrarre nuovi debiti dovrà ottenere il permesso del governo centrale. Finiti i trasferimenti di capitali ad acciaierie e industrie minerarie , nemmeno più un renminbi per l’industria pesante , gli investimenti vanno in direzione dell’alta tecnologia e dei servizi. E’ una rivoluzione che procede lentamente ma va avanti senza soste. Circa le privatizzazioni si prosegue con cautela, il governo non vuole ripetere l’esperienza russa che ha creato una classe di oligarchi che privatizza i profitti e socializza le perdite, i rami di attività cedute devono essere in grado di reggersi da sole e competere sui mercati.
Le più importanti riforme portate avanti dall’attuale amministrazione riguardano la liberalizzazione dei tassi di interesse e la preparazione della riforma del cambio. Lasciando fluttuare la moneta si è visto che il renminbi si svaluta anche se la Cina, come tutti sanno, vanta un surplus commerciale per il2016 di mezzo trilione di dollari. Come mai? La Cina non ha problemi di competitività ma deve attraversare una fase intermedia di assestamento dei portafogli privati che, in questa fase di liberalizzazione, si accingono ad acquistare anche azioni e obbligazioni straniere nelle diverse valute. Ricordiamo che gli americani possiedono nei loro portafogli ben nove mila miliardi di dollari in azioni e obbligazioni estere e gli europei settemila. I cinesi solo 200 miliardi e quindi si va verso una fase di riequilibrio. Per la riforma del cambio gli economisti sostengono che la Cina non ce la può fare da sola. Alcuni propongono un soccorso da parte degli Usa che dovrebbero impegnarsi in un nuovo e più audace quantitative easing, stampare dollari per comprare valuta cinese. Servirebbe a saziare la voglia di biglietti verdi di decine di milioni di cinesi che si metterebbero in fila ( come nelle primarie di Milano) per acquistare l’agognato dollaro americano. In attesa di soluzioni ardite e temerarie siamo certi che la Cina ce la farà a realizzare le riforme e le trasformazioni programmate.
Circolava sul web una battuta che il prezzo del petrolio sarebbe finito sotto zero e per poco non c’è mancato.
Un paio di settimane fa Bloomberg diede la notizia che nel Dakota la qualità scadente quotava 50 centesimi al barile, precisando che i 50 centesimi non li doveva versare l’acquirente bensì il venditore. Si sa che i prezzi del petrolio variano secondo la qualità. Le qualità leggere più pregiate, che richiedono meno raffinazione, sono le più care , le qualità pesanti e ricche di zolfo sono molto meno care. Prontamente gli abitanti del Dakota fecero una rapida inchiesta e appurarono che il prezzo del loro petrolio quotava un dollaro e mezzo sopra lo zero , Bloomberg si scusò e rettificò. Si capisce comunque che a questi livelli molti si leveranno di torno nel senso che parecchi pozzi di estrazione, in particolare dello shale americano, chiuderanno i battenti. Questo è quanto succede in America; Russia e paesi aderenti all’Opec continuano imperterriti a estrarre a manetta. A ridursi saranno i piani di investimento volti a rimpiazzare i pozzi che si esauriscono, alla fine se il petrolio inizierà a scarseggiare i prezzi risaliranno, confermando l’adagio che il miglior rimedio ai bassi prezzi sono proprio i prezzi bassi. In ogni caso questa guerra insensata lascerà sul terreno una scia di vittime : bancarotte, ristrutturazioni del debito, recessioni. Altri produttori Opec, per pagarsi le spese di estrazione e mantenere artificiosamente basso il prezzo del barile, hanno scaricato sui mercati azioni e bond dei fondi sovrani accumulati negli anni delle vacche grasse, determinando la forte volatilità e in alcuni casi i crolli di molte borse di queste settimane di inizio anno. Il calo del prezzo del petrolio non è da attribuire ad una diminuzione di domanda ma ad un eccesso di offerta perché, al contrario, la domanda sta crescendo. Lo scorso anno in America si sono vendute 17,5 milioni di auto mentre in Cina se ne sono vendute 23 milioni, massimi storici in entrambi i casi, e se ne continueranno a vendere specie coi prezzi del carburante ridotto ai minimi. Come finirà? Nessuno si azzarda a far previsioni, non si riesce neppure a capire se la situazione sta per sfuggirci di mano o è già sfuggita.
A questi due gravi problemi per l’Italia se ne aggiunge un terzo, la crisi delle banche. Il mercato è letteralmente terrorizzato non dal bail in ma dalle sofferenze bancarie che in Italia arrivano al 19% contro il 7% delle banche europee. I crediti deteriorati delle banche italiane hanno superato i 200 miliardi di euro e il proclamato accordo tra Italia e Ue sulla garanzia statale delle sofferenze presenta punti non ancora del tutto chiariti. Secondo Mediobanca, solo un terzo potrebbe rientrare nella tutela pubblica e tale garanzia riguarderebbe solo 65/70 miliardi di sofferenze che non è certo possano essere interamente cedute al mercato. La cessione delle sofferenze si configurerebbe come operazione molto costosa in quanto le banche registrerebbero sostanziose perdite dovute ai prezzi di cessione che arriverebbero solo al 17,6% come è stato per le banche fallite e salvate alla fine di Novembre. Una cessione in massa creerebbe un effetto di saturazione e la domanda del mercato potrebbe rivelarsi insufficiente a smaltire i non performing loans a prezzi ragionevoli. La crisi delle banche ha fatto arrivare impietosamente i nodi al pettine del nostro sistema di capitalismo relazionale gravato da partecipazioni incrociate tra istituti di credito e imprenditori a cui era riservato un trattamento di favore, oltre a episodi di malcostume di prestiti ad amici e parenti che non davano alcuna garanzia e che nella maggior parte dei casi non hanno restituito i soldi.
Ma se Atene piange Sparta non ride di certo, la crisi del sistema bancario è strutturale , riguarda l’intero vecchio continente e già si parla di Deutsche Bank come della nuova Lehman.

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