by Barbara Rossi
“Solo quando ci siamo perduti, in altre parole, solo quando abbiamo perduto il mondo, cominciamo a trovare noi stessi, e a capire dove siamo, e l'infinita ampiezza delle nostre relazioni”.
(Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi)
E’ un uomo perduto, Hugh Glass, il trapper americano interpretato da un Leo Di Caprio profondamente mutato in fisico e fattezze, cui la finalmente raggiunta maturità anagrafica e l’esperienza d’attore hanno regalato forza espressiva, autorevolezza; quasi sventrato dall’assalto di un grizzly, tradito e abbandonato dal gruppo di cacciatori di pelli di cui faceva parte - e, in particolare, dal cinico e depravato John Fitzerald - sfiancato dalla febbre, dalla fame, dal tentativo di sottrarsi alla ferocia degli indiani Ree e di altri come loro.
Per una serie di tragiche coincidenze si trasforma, insomma, in un revenant: termine che etimologicamente fa riferimento a chi ritorna dopo una lunga assenza, ma anche - qui non a caso - alla figura dello spettro, di chi non appartiene più al mondo dei vivi. Revenant, nella letteratura e nel cinema del fantastico, serve ad indicare il non morto, o morto vivente.
Hugh Glass è proprio questo, e così tutte le pallide e stanche ombre - uomini e animali - che si trascinano, soffrono, muoiono malamente nei gelidi e arcigni territori del Sud Dakota, nel 1823.
Il film del messicano Iñárritu - reduce dall’Oscar per il surreale Birdman e conosciuto nel mondo per le sue cinematografiche riflessioni su destino, trascendenza e relazioni, sin dai tempi di Amores Perros, 21 grammi e Babel - è l’ultimo capitolo di un viaggio spesso straniante intorno e dentro l’uomo, le luci e ombre del suo cuore, le sue capacità di sopravvivenza fisica e spirituale in un mondo
ostile, ambiguo, dominato dall’odio e dalla violenza.
Non c’è soverchia tenerezza neppure nel cuore di Glass, soffocata da un insostenibile dolore paterno eppure ricorrente nei sogni, nelle allucinazioni, echi di una dimensione mitica e nostalgica di cui gli indiani Pawnee sono rimasti gli unici custodi; eppure sopravvive un gesto minimo di rispetto e ringraziamento per un cavallo che, inconsapevolmente, gli ha salvato la vita. Eppure, alla fine Glass riesce a far suo il motto di un indiano amico: “la vendetta è nelle mani di Dio”.
Visionario ma anche estremamente materico, Revenant immerge lo spettatore nelle acque gelate di fiumi e torrenti, nella desolazione di foreste sterminate, nel lucore accecante di nevi perenni, tramite ampie panoramiche, disorientanti carrellate circolari e riprese dal basso, campi lunghissimi, a rappresentare la solitudine e piccolezza della condizione umana.
Di Caprio è il film; tutto ruota, anche figurativamente, intorno a lui, compresa un’inquadratura finale che non sveliamo.
A parte alcune (poche) banalità estetiche, dovute probabilmente a intenti di maggiore realismo, Revenant è una pellicola di grande impatto emotivo e narrativo, supportata da una regia che ha lavorato in condizioni ambientali estreme, utilizzando per le riprese la sola luce naturale.
A contatto con la durezza disperante di una storia che lascia esiguo spazio alle illusioni, torna alla mente una frase da Walden, vita nei boschi, di Thoreau: “Non l'amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia... datemi solo la Verità”.

Commenti
Posta un commento
Grazie per il tuo commento torna a trovarci su Alessandria post