cura di Cristina Biolcati
Dopo avere letto “Fiore di fulmine” (Garzanti, 2015) ed esserne stata letteralmente conquistata, mi ero ripromessa di fare la conoscenza di Vanessa Roggeri, talentuosa scrittrice sarda legata alle tradizioni della sua terra, attraverso il suo romanzo d’esordio: “Il cuore selvatico del ginepro” (Garzanti, 2013).
Sono qui a parlarne, perché sarebbe un peccato se a quest’opera non venisse data la considerazione che merita, così come avevo fatto io, passando subito al secondo romanzo, forse affascinata dalla grande pubblicizzazione che se n’è fatta la scorsa estate.
Credo che “Il cuore selvatico del ginepro”, nonostante dia voce ad antiche storie di superstizione che la nonna dell’autrice le narrava da bambina, sia ancora più duro e commovente di “Fiore di fulmine”, poiché qui la violenza sui minori è portata agli eccessi. Non ci si capacita di come l’ignoranza della gente abbia potuto arrivare ad un punto di non ritorno, identificando in una strega soltanto chi, in realtà, era una bambina indifesa. E l’abbia lasciata crescere completamente sola, come fosse un piccolo animale selvatico, senza mai curarsene, sebbene questo “esserino” abbia dimostrato di avere una tempra forte quanto una pianta di ginepro, appunto.
In questo essere emarginato, schernito ed evitato da tutti, sta il fallimento dell’intera umanità, che oggi come allora impone delle etichette e “ghettizza” determinate categorie di persone. Un’umanità a suo modo “razzista”, in tutte le sue forme, che forse dai periodi oscuri e pregni di superstizione non è mai del tutto uscita. Nonostante la tecnologia e la cultura, ciò che rimane nel profondo di un individuo è sempre la diffidenza nei confronti del “diverso”, e la volontà di volerlo soggiogare e relegare in un angolo, per non doverlo più avere davanti agli occhi. Diventa quindi un fatto di
coscienza: una qualità che sempre più latita nel mondo moderno.
Ma nel dettaglio, di cosa parla il libro?
In una notte buia, di riti e credenze – per citare l’autrice –, nasce una bambina che immediatamente eredita una colpa non sua. Ella infatti è la settima figlia femmina della famiglia Zara e per questo è considerata maledetta. Nella Sardegna di fine Ottocento, dove l’opera è ambientata, è chiamata “coga”, ovvero strega. Bisogna liberarsene subito, ucciderla quella stessa notte, abbandonandola in riva al fiume. La sorella maggiore Lucia non è di questo avviso. Dall’alto dei suoi dieci anni compie un gesto umano, che la rende più matura dei suoi stessi genitori. Salva la bambina, la porta a casa e la chiama Ianetta. La famiglia, messa davanti al fatto compiuto, non può fare altro che tenerla con sé, ma da quel giorno, e per tutti i giorni a venire, Ianetta sarà maledetta ed allontanata da tutti. L’unico rapporto che la bambina instaurerà con un essere umano – anche quando poi sarà ragazza -, è proprio con Lucia, la sola che non la teme.
Le emozioni sono forti, e per tutto il tempo si parteggia per questa povera bambina, sola come un cane, che fa una tenerezza infinita. Fino all’ultimo si spera che chi le sta intorno si accorga che è soltanto un essere “selvatico” perché mai essere umano si è rivolto a lei con gentilezza, o le abbia insegnato qualcosa. Ma che sotto quell’aspetto deforme, causato dalla malnutrizione e dalla malattia, si nasconde una bambina, come tutte le altre. Un riscatto che, per altro, si avrà solo alla fine.
Vanessa Roggeri, con la sua prosa pulita, talvolta poetica, ma sempre evocativa, ci introduce in un mondo che potremmo vivere tutti, se solo alla nascita il caso avesse giocato a nostro sfavore. Ci dimostra che a volte basta davvero poco per decidere chi sarà vincente nella vita, e chi invece verrà investito da sofferenze immani. Che forse il destino la fa da padrone sulle nostre vite, indipendentemente da quello che siamo, e che davvero è questione di fortuna.
Per questo messaggio sinistro e anche per il fatto che Lucia rimane inerme nella maggior parte delle situazioni, “risvegliandosi”, per così dire, quando le cose sono ormai sfuggite di mano, fra le due opere di Vanessa Roggeri ho preferito “Fiore di fulmine”. Nora, la protagonista, era più coraggiosa e ce l’ha messa da subito tutta per riscattare la sua condizione di inferiorità. L’ho trovata più combattiva e propositiva.
O forse la sorte della piccola Ianetta è talmente triste, che anch’io avrei preferito qualcosa di diverso per lei.
“Il cuore selvatico del ginepro” rimane una storia struggente, che resta nel cuore. E incarna perfettamente la mentalità dell’essere umano. È proprio quando si perde tutto che ci si accorge di quello che si aveva.


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