La Riforma della Pubblica Amministrazione


Con una larga maggioranza il Parlamento ha approvato la legge di riforma dello Stato e della Pubblica Amministrazione (legge Madia). Una riforma che, secondo il Prof. Sabino Cassese,  uno dei maggiori esperti in materia di riforma dello Stato, richiederà almeno cinque anni per essere portata a compimento.  
Si tratta, infatti, di una legge-delega che impegna il Governo ad emanare quindici provvedimenti (decreti legislativi), riguardanti: 1) l’assetto centrale dello Stato, 2) la sua distribuzione sul territorio, 3) gli enti periferici, 4) i processi di decisione e le semplificazioni, 5) la prevenzione della corruzione, 6) pubblicità e trasparenza, 7) le conferenze dei servizi, 8) le forze di polizia, 9) l’ordinamento sportivo, 10) gli enti di ricerca, 11) le società pubbliche, 12) i servizi pubblici locali, 13) i concorsi pubblici, 14) il codice dell’amministrazione digitale, 15) il nuovo assetto della Scuola dell’Amministrazione centrale.
La riforma si propone di ridefinire i confini tra pubblico e privato, ma soprattutto di trasformare un’amministrazione corporativa, poco efficace e troppo legata ai politici di passaggio, in una struttura
sensibile agli impulsi della politica e alle esigenze della collettività, con una cultura programmatica, proiettata verso il futuro.
Lo stato degli edifici scolastici, il tempo di una licenza, le condizioni delle nostre città, il costo dei servizi, l’adempimento degli obblighi tributari, la bontà del servizio sanitario, dipenderanno, nei prossimi anni, dal successo di questa riforma.
Tre commissioni autonome per le tre categorie della dirigenza unificata (Stato, Regioni ed enti locali) dovranno definire il nuovo assetto da assegnare alla Scuola dell’amministrazione centrale. Rinnovare la burocrazia significa anche costruire una nuova classe di amministratori pubblici scelti sulla base del loro talento, indipendenti e imparziali. La Scuola nazionale di amministrazione sarà la principale fornitrice dei nuovi dirigenti, il “vivaio degli alti funzionari” in grado di portare al vertice degli uffici pubblici giovani capaci, scelti non per il loro credo politico ma per le abilità acquisite, l’esperienza, l’equilibrio, le capacità gestionali, le conoscenze linguistiche.
Le tre Commissioni dovranno, da un lato, immettere i vincitori del corso-concorso nell’amministrazione, dall’altro tenere sotto controllo il conferimento degli incarichi ai dirigenti, da parte dei corpi politici. E’ un compito teso a migliorare la dirigenza amministrativa selezionando i capaci e meritevoli e a far rispettare dalla politica i principi cardine dell’accesso aperto, della concorrenza e del merito, oltre che della definizione preventiva dei requisiti dei dirigenti.
Decisiva per il successo della riforma, sarà la scelta dei componenti delle tre Commissioni. Dovranno essere persone autonome, indipendenti e “terze”, non politici o sindacalisti. La sfida della Riforma è quella di mettere in sintonia lo Stato e le articolazioni periferiche con la società, che oggi vive il rapporto con le istituzioni statali, come un nemico, indolente, costoso e invadente e, in molti casi, incapace di assumersi le proprie responsabilità.
Chi risponde dei disastri determinati dalla concessione di licenze edilizie date in prossimità dei litorali o addirittura sull’alveo di fiumi o torrenti? Come nel caso dell’alluvione di Genova, della Calabria, del crollo dei ponti dell’autostrada in Sicilia, in Campania e via di seguito.
Quella della Pubblica Amministrazione è una riforma fondamentale per il rinnovamento del paese. Attorno ad essa, per decenni, si sono annidati le più svariate forme di degenerazione illegale e amministrativa, dal corporativismo sfrenato, largamente cavalcato dai sindacati, alla diffusa corruzione che colloca il nostro paese ai vertici delle classifiche internazionali, per non parlare dell’assenteismo più spudorato praticato a tutti i livelli.
Nel corso degli anni, il clientelismo politico e sindacale ha favorito il formarsi di poteri che hanno condizionato in maniera negativa l’attività delle pubbliche amministrazioni. Basti pensare agli esuberi di personale presenti, in passato, nelle Ferrovie dello Stato, a quelli dell’Alitalia, alla Rai, nella scuola e in quasi tutte le articolazioni dello Stato, centrali e periferiche. Siamo giunti al punto che una parte della burocrazia concepisce il proprio ruolo non come “servizio da prestare alla società”, bensì come un “potere personale” al quale la società civile deve sottostare. I provvedimenti legislativi varati ai tempi di tangentopoli, e tesi a ridimensionare l’ingerenza dei politici nella gestione amministrativa - in particolare la Riforma di Azeglio Ciampi sulla gestione dei Bilanci pubblici - hanno separato le competenze tra politica e burocrazia. Ai politici è stato assegnato il compito di definire gli indirizzi programmatici delle istituzioni di loro competenza; ai dirigenti burocratici quello di concretizzare detti indirizzi. Di fatto, ai politici è stata sottratta ogni capacità operativa, trasferita ai dirigenti, ai quali compete per legge ogni determinazione. Di conseguenza spostando la sfera decisionale dalla politica alla burocrazia, anche il baricentro della possibile corruzione ha seguito lo stesso movimento, col risultato -- come attesta ogni anno la relazione della Corte dei Conti -- che la corruzione si è estesa a macchia d’olio, sottraendo alla collettività non meno di 60 miliardi di euro l’anno. Per non parlare dell’evasione fiscale, anch’essa stimata, annualmente, attorno ai 50 miliardi di euro di mancati introiti nelle casse statali.
La riforma dello Stato si propone di affrontare queste distorsioni, queste metastasi sociali che stanno soffocando il paese, per riportare l’apparato pubblico sui binari della correttezza e della legalità ed aprire cosi all’Italia un futuro di ripresa economica e di rinascita morale.

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