Così il Movimento 5 Stelle è diventato grande


E adesso può fare a meno di Beppe Grillo
Dopo due anni nelle istituzioni, i grillini escono dall’isolamento. Diventano di lotta e di governo, tessono rapporti con la Russia di Putin, il Vaticano, il Sudamerica. E soprattutto non hanno più bisogno del loro guru
DI MARCO DAMILANO  17 agosto 2015
Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in una manifestazione al Campidoglio
Si sono messi in proprio. Hanno lasciato l’unica istituzione che davvero unisce tutti i deputati e senatori al di sopra delle bandiere politiche: la Nazionale di calcio parlamentari. Gli onorevoli del Movimento 5 Stelle hanno comunicato al presidente della squadra di Montecitorio, il sottosegretario Ncd Gioacchino Alfano, la nascita di una loro formazione, la Nazionale 5 Stelle, guidata dal deputato Angelo Tofalo, ingegnere e calciatore in prima e terza categoria. Non è stato un esordio con il botto: il 12 luglio sul campo di Montelabbate in provincia di Pesaro-Urbino, i 5 Stelle in maglia gialla hanno perso contro le squadre locali in un torneo di
solidarietà per i comuni alluvionati. Ma non importa, la vera partita per il Movimento è quella politica, comincerà dopo le vacanze. In palio, le grandi città, le regioni. E il governo nazionale.

Estate a 5 Stelle. Tutti li cercano, tutti li vogliono. Gli emissari di Vladimir Putin e il Vaticano, il Forum Ambrosetti che ha invitato Alessandro Di Battista a Cernobbio e Comunione e Liberazione che li sdogana al meeting di Rimini. L’opposto di quanto avvenne un anno fa, quando la sconfitta alle elezioni europee aveva gettato nella depressione Beppe Grillo e fatto temere ai militanti una dissoluzione del Movimento.

Oggi Grillo parla dalle spiagge, vorrebbe tornare in Rai, fa concorrenza a destra a Matteo Salvini sui rimpatri degli immigrati. Ma sul resto lascia fare i suoi ragazzi, tanto da annunciare: «Mi defilo dal movimento perché ho un’età pazzesca, una famiglia numerosa. Ho fatto il mio tempo, Però ci sono, il Movimento è la mia vita».

Non c’era Grillo quando una folla di sindaci, consiglieri e parlamentari guidati da Luigi Di Maio si è riunita all’inizio di agosto sull’autostrada A19 tra Palermo e Catania, all’uscita tra Scillato e Caltavuturo, per inaugurare la strada finanziata dai deputati regionali siciliani di M5S con il taglio dei loro stipendi. Uno sterrato di campagna lungo un chilometro, una trazzera, costata 360mila euro, ribattezzata via dell’Onestà, per rimediare al crollo dei piloni del viadotto Himera. Secondo i calcoli dei grillini fa risparmiare quaranta minuti al giorno a cinquemila macchine che passano sul tracciato aperto dalla scritta «divieto di transito a Crocetta e alla sua casta», con le cinque stelle disegnate per terra. Un bello spot. Il nuovo biglietto da visita del Movimento. Nel 2013 minacciavano di aprire il Parlamento «come una scatola di tonno», i devastatori del sistema, oggi si presentano come la forza tranquilla, manco fossero Mitterrand: gli altri partiti distruggono, noi ricostruiamo.

Un’immagine che piace. I sondaggi danno il Movimento fondato da Grillo e Gianroberto Casaleggio al 25 per cento o sopra. In aumento rispetto allo storico risultato del 25 febbraio 2013, quando M5S conquistò quasi 9 milioni di voti e 162 parlamentari. Più che i numeri conta il crescente peso politico: nel Palazzo per quasi due anni i grillini si sono segnalati per scomuniche, scissioni, gaffes e totale irrilevanza. Ora entrano in partita, a costo di tradire i dogmi delle origini. La candidatura di Carlo Freccero per il cda Rai non è stata sottoposta al voto della Rete, è stata decisa dal direttorio, i cinque parlamentari che reggono M5S (oltre a Di Maio, Alessandro Di Battista, il presidente della commissione vigilanza Rai Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia).

Un altro segnale arriva da Bologna. Per le elezioni comunali del 2016 i consiglieri uscenti Massimo Bugani e Marco Piazza progettano di selezionare i nomi in lista limitando il potere di scelta della rete: «Nel 2011 non eravamo pronti a governare la città, ora sì. In lista devono esserci persone equilibrate, che sappiano resistere alle tensioni della politica», dice Bugani, probabile candidato sindaco. Si corre per vincere, bisogna schierare i nomi più forti, nei partiti di un tempo si faceva così. Sorpresa: uno non vale più uno, neppure per i 5 Stelle.

Vacilla anche l’ultimo dei tabù, il divieto per i parlamentari di candidarsi nelle città e nelle regioni. In caso di voto anticipato a Roma, Di Battista partirebbe favorito nei sondaggi riservati che circolano a Palazzo Chigi. Tanto è bastato per consigliare a Matteo Renzi di sopportare ancora per un po’ Ignazio Marino. In Sicilia, il granaio di voti, dove M5S già governa cinque comuni, tra cui Gela, la città di Rosario Crocetta, se ci fossero nuove elezioni il capogruppo all’assemblea regionale Giancarlo Cancellieri sarebbe l’uomo da battere: «All’inaugurazione della trazzera è arrivato in versione star hollywoodiana. Accolto come uno sposo ai matrimoni», lo ha presentato il moderatissimo “Giornale di Sicilia”.

A Torino, altra città che voterà nella primavera 2016, il sindaco Piero Fassino ha perso la pazienza con la consigliera comunale 5 Stelle Chiara Appendino: «Un giorno si segga lei al mio posto e vediamo se è capace!». Brivido in aula: nel 2012 l’ex segretario dei Ds aveva sfidato Grillo («Faccia un partito e vediamo quanti voti prende!») e si è visto com’è andata. Il Pd fa gli scongiuri. E teme che anche la seconda profezia di Fassino si avveri.

Di lotta e di governo. Orgoglioso della sua diversità ma capace di risolvere problemi concreti. Senza le sezioni tradizionali, M5S è sempre più simile ai partiti di una volta, anzi, al più partito di tutti, il Partito comunista. «La nostra è una visione del mondo: chi votava Pci non lo faceva perché c’era Natta, ma per l’idea che rappresentava», conferma Grillo. E così M5S farà la festa nazionale a Imola, cuore della Romagna rossa.

L’operazione Freccero nel cda Rai, ricorda la funzione che avevano per il Pci gli indipendenti. Sul piano internazionale ci sono le relazioni privilegiate con Russia e America Latina: al convegno organizzato a luglio alla Camera sui Brics, le nazioni emergenti, hanno parlato Andrey Klimov, vice presidente della commissione Esteri della Duma, e i consiglieri politici delle ambasciate di Cina, Brasile e Sudafrica, ottimi i rapporti con Bolivia e Ecuador. E c’è la strategia di accreditamento con il mondo che più affascinava gli uomini di Botteghe Oscure: il Vaticano.

In primavera i parlamentari romani hanno chiesto un incontro con l’arcivescovo Rino Fisichella in vista del Giubileo di papa Francesco. Udienza immediatamente concessa. Qualche settimana fa, nuovo incontro con monsignor Fisichella, questa volta durante una lectio, la lettura e l’interpretazione del Vangelo. Il deputato grillino Mattia Fantinati debutterà il 26 agosto al meeting ciellino di Rimini. E il quotidiano dei vescovi “Avvenire” segue con grande attenzione il Movimento: il 31 luglio ha dedicato a Di Maio una lunga intervista lanciata in prima pagina. Titolo: «Il premier fa annunci e la mia terra muore. Basta slogan, la soluzione sono microcredito e reddito di cittadinanza». Un piano di 17 miliardi, apertura all’Alleanza contro la povertà promossa dalla Caritas e dalle associazioni cattoliche. Un programma di governo alternativo a Renzi, affidato al giornale della Cei. E in 204 righe di testo non compare mai la parola Grillo, né nelle domande né nelle risposte.

Di Maio è il naturale candidato premier di 5 Stelle, il volto rassicurante e istituzionale del Movimento, a 29 anni è freddo come un killer consumato nei talk show e cammina da solo, senza la tutela di Grillo. M5S prova a interpretare l’anti-renzismo, ma senza schiacciarsi a sinistra. Guarda alla Spagna, dove il leader di Podemos Pablo Iglesias sta pagando con una caduta nei sondaggi un’identità troppo izquierdista. Anche il feeling con Tsipras (Grillo e i suoi erano ad Atene il giorno del referendum) è stato abbandonato.

In Italia il bacino su cui puntare è la voragine nell’elettorato moderato provocata dalla fine del berlusconismo. Grillo apre il fronte immigrati per contendere a Salvini i voti di destra. E in caso di elezioni con l’Italicum, se dovesse arrivare al ballottaggio contro il Pd, M5S potrebbe unire un fronte trasversale e diventare molto pericoloso per Renzi. In vista della partita i post-grillini si preparano. E intercettano una certa stanchezza verso i leader auto-riferiti Berlusconi, Salvini, Renzi. Provano a mettere da parte Grillo e a presentarsi come una squadra, una comunità più che una community.

Come diceva Renzi, i 5 Stelle sono usciti dal blog. La loro second life, su cui vinceranno o perderanno, si chiama normalità. Che in Italia è la vera rivoluzione.

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