24 agosto 2015 by Giacomo Matera Capicciuti
Nell’ultimo simposio sull’Islam di pochi giorni fa ad Istanbul alcuni studiosi musulmani esperti di politica ambientale internazionale hanno sottolineato l’urgenza di arrestare i cambiamenti climatici, rilasciando una Islamic Declaration on Global Climate Change. Dopo l’enciclica green di Papa Francesco del giugno scorso e il successivo aggiornamento della Lambeth Declaration on Climate Change dei leader protestanti nel Regno Unito, la salvaguardia del pianeta Terra è diventato un tema trasversale alla maggior parte delle fedi, ponendosi come uno dei pochi baluardi controcorrente rispetto all’irrealizzato moderno
ecumenismo.
In questi ultimi anni alcuni paesi islamici, in particolare i principali produttori di combustibili fossili nel Golfo Persico, hanno fatto piccoli passi avanti in termini di efficienza energetica, restando comunque a valori molto alti di emissioni pro-capite. Questi provengono dall’uso intensivo di energia elettrica per l’aria condizionata e la desalinizzazione, applicazioni ad elevato consumo. Le variazioni climatiche di queste aree geografiche potrebbero essere importanti su scala globale: anche per questo gli accademici musulmani credono che il loro appello sia fondamentale per contribuire a ridurre le emissioni.
La dichiarazione invita tutti i fedeli di religione islamica nel mondo ad eliminare gradualmente le emissioni di gas serra da combustibili fossili e passare alle energie da fonti rinnovabili, ponendo la questione nella forma di “dovere religioso”. Nello scritto si avverte l’urgenza di fermare il cambiamento climatico raggiunto per mano dell’uomo, affinchè gli ecosistemi non siano sempre più sottoposti a gravi perturbazioni. La bellezza della natura, l’aria pulita che respiriamo, le stagioni, i mari, le foreste e le montagne sono concepiti come doni del loro Allah e devono essere protetti. Si cita anche un rapporto 2014 dell’IPCC (Intergovernment Panel on Climate Change): in questo modo gli scienziati mostrano la loro apertura alle altre culture, senza inutili integralismi. Il teologo persiano Seyyed Hossein Nasr, formatosi alla George Washington University di Washington DC, esperto di insegnamenti islamici sull’ambiente, ha detto che il valore principale della dichiarazione è quello di ricordare a chi crede in Allah che “la natura non è solo una macchina ma ha un significato spirituale”.
Il senso religioso, pur in un periodo storico testimone di aspetti brutali al riguardo, potrebbe risvegliare in diversi paesi islamici la volontà di cambiare rotta dal punto di vista ecologico. Cosa non semplice, dato che da un parte ci sono posti come l’Arabia Saudita che, con i suoi immensi giacimenti petroliferi, non vede di buon occhio le politiche di limitazione dell’utilizzo di combustibili fossili; dall’altra esistono nazioni come Pakistan e Bangladesh, dove di recente periodi di calore eccessivo e grandi precipitazioni hanno accentuato in modo locale la problematica ambientale generale, che possono intravedere nell’uso di fonti rinnovabili un parziale sollievo alle loro economie molto povere. A pochi mesi dal vertice internazionale sul clima di Parigi, è comunque positivo il sollevarsi di un’altra voce, insistente su una grossa fetta di popolazione mondiale, che si unisce al coro di scienziati e alla loro ferrea volontà di cambiare il corso degli eventi.

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