Tortona, presentazione del romanzo, Gli Increati, by Marco candida


Riceviamo e pubblichiamo volentieri un comunicato dello scrittore Marco Candida, che oggi presenta a Tortona il suo romanzo "Gli Increati":
Tortona: Il 15 maggio alle ore 21 presso la sala della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona in Corso Leoniero 8 Antonio Moresco si presenterà il nuovo romanzo Gli Increati Mondadori. Invito a partecipare! Essendo una Fondazione non c'è il banco vendita. I libri si trovano nelle librerie. http://marcocandida.altervista.org/blog/25789232/
(Ringrazio la Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona)
Qui una recensione agli Increati di Antonio Moresco su Vibrisse.
Qui e qui articoli e recensioni riguardo Antonio Moresco su Maintenant.
Un saggio di Lorenza Ronzano (Finalista Premio Alvaro).
Molti autori operano una recisione quasi chirurgica tra vita e scrittura: sono capaci di scrivere le storie più assurde e totalmente svincolate dal loro vissuto, dalle loro esperienze e dalle loro competenze, persino dalle loro paure e desideri – viene da chiedersi, ma allora perché le scrivono? – mentre dall’altra portano avanti la loro vita scandita da lavoro, famiglia, tempo libero, ecc. Sono come quelli che la domenica si occupano di bricolage, trattano la letteratura come un hobby, e la sviliscono a mero
strumento per completare e corredare le loro ambizioni personali con un tocco di estetismo in più. Per esempio, l’accademico che pubblica un romanzo noir aumenta il fascino della sua posizione di certo rispettabilissima, ma forse un po’ sterile. Insignirsi del titolo di scrittore integra una carriera troppo scarna, la rende più “fica”: essere avvocato e scrittore; cabarettista e romanziere horror; medico e poeta ecc. è spesso il connubio ideale di un’ambizione nella più bieca delle sue manifestazioni. Letteratura come gioco di ruolo – a volte anche molto raffinato; ma non più che gioco di ruolo con storie di ruolo e scenari di ruolo e sentimenti di ruolo.
E’ più facile creare senza dover rispondere della vita; è più facile vivere senza dover tenere conto dell’arte, sosteneva il buon vecchio Bachtin nel suo “L’autore e l’eroe”. In questa “creazione” che non si cura della vita, in questa concezione burocratica ed efficientista della letteratura, ciò che si esige dall’autore non è il suo essere uomo, non è la sua visione a tutto tondo, ma soltanto ciò che potrà intrattenere il lettore in virtù della sua spettacolarità (lo spettacolo  dell’intelligenza, lo spettacolo della retorica, lo spettacolo tecnico-espressivo, lo spettacolo filosofico, ecc.). Lo scrittore così diventa una specie di volpino da circo che, da che entra in scena, è costretto a esibirsi nel suo numero: non può occupare la scena per mettersi ad annusare, scodinzolare, abbaiare, insomma non può permettersi di tenere occupata la scena per fare semplicemente il cane. Per questo spirito efficientista e performante ciò sarebbe un sommo scandalo.
Invece, ci sono scrittori che entrano in scena e prendono la parola, e per tutto il tempo nemmeno un numero da circo, per tutto il tempo questi scrittori mantengono la faccia tosta e il coraggio di fare nient’altro che gli uomini. Per esempio Kafka nelle lettere e nei diari, in cui è liberissimo, e in cui raggiunge vette espressive inavvicinabili, molto più che nei romanzi, in cui evidentemente si sentiva obbligato a tirare qualche somma. O anche la cara Anna Maria Ortese nel “Porto di Toledo”, in cui va dritta per la sua strada con uno “stile atroce”[1], perché si vede che quello stile è l’unico modo per dire, per far parlare quello che lei è, cioè un fantastico ibrido di donna-bambina-elfo-animale.
Ecco, questi sono scrittori fedeli alla realtà. Anche Moresco è così, è fedele alla realtà di se stesso, e della vita che gli tocca. La vita e gli anni di un uomo possono essere movimentati e ricchi di avvenimenti, ma possono essere anche lunghi, lenti, monotoni. Gli “Esordi” si accordano a questi tempi, non hanno la presunzione di alterare la vita, e non la pungolano in continuazione per farle scodellare qualche nuovo evento, come fosse una gallina dalle uova d’oro.
Ci sono decine di splendidi libri che cominciano piano, come in punta di piedi, c’è chi in casa ci entra con una spallata e chi ci entra senza far rumore, in silenzio, scrive lo stesso Moresco a proposito dei suoi “Esordi” in “Lettere a nessuno”. Pare che Busi, trovandosi di fronte al manoscritto degli “Esordi” – allora in disperata ricerca di un editore – avesse liquidato la faccenda sostenendo che delle ottocento pagine fosse sufficiente leggerne soltanto una, perché in fin dei conti tutto dipende “dalla grana” della scrittura. Ora, non possiamo sapere se quest’episodio riportato in “Lettere a nessuno” sia vero o no; ma non importa, perché in ogni caso è verosimile.
Ciò che importa è che la sbrigativa valutazione di Busi si è appellata al principio della letteratura come performance, secondo cui lo scrittore è chiamato a dare il meglio di sé e a mostrare da subito, fin dalla prima pagina, le sue abilità intellettuali e tecnico-narrative. (“E’ un libro intellettuale?”, non a caso chiese Busi a Moresco). Ora, a distanza di anni, le critiche rivolte a “Gli Increati” non sono molto dissimili. Nel senso che anche le più diverse argomentazioni critiche sottendono sempre il medesimo paradigma letterario secondo cui ogni elemento, ogni significato di un’opera deve essere funzionale, deve venir assoggettato a un valore – un valore intellettivo, piuttosto che un valore edificante, o un valore d’intrattenimento, un valore tecnico-stilistico, ecc.  In questa concezione la letteratura viene sistematicamente spogliata di ogni gratuità, e così di ogni sacralità, che invece sono le uniche vere cifre del poetico.
C’è un pensiero critico che si occupa di analizzare in quali condizioni qualcosa risulta bello, piacevole, interessante, significativo, ecc.; e c’è un pensiero critico che si occupa di analizzare invece in quali condizioni qualcosa diventa un’opera d’arte. Il primo valuta un’opera a partire perlopiù da ciò che suscita – coinvolgimento emotivo, noia, divertimento, stupore, interesse intellettuale, compiacimento per le raffinatezze stilistiche, ecc.; il secondo si occupa invece di analizzare che cosa sia l’arte, dove cominci il dominio dell’arte rispetto alla non-arte, il modo in cui l’arte si distingue e si emancipa da tutto ciò che invece arte non è, e poi ancora verso dove l’arte si stia dirigendo, quali siano il suo rapporto col mondo e le sue peculiarità, e come queste peculiarità mutino col tempo, col variare delle epoche, della società, delle abitudini percettive e dei sistemi culturali.
Naturalmente, non c’è una netta distinzione tra i due pensieri, si tratta piuttosto di due facoltà che si alternano e si avvicendano quando ce n’è bisogno, e una entra in gioco a rettificare l’altra al momento opportuno, come quando raggiunto un tot numero di giri si deve cambiare la marcia. Si può dire che la prima facoltà – chiamiamola critica estetica – si esercita sempre a partire da una più o meno esplicita idea di arte, quindi presuppone sempre una falsariga d’arte cui rifarsi per trarre i suoi giudizi. La facoltà estetica è più o meno come il pubblico che vota da casa la modella che gli piace di più; l’altra invece sta a monte della prima, e attua una precedente scrematura in base a criteri del tutto diversi: è come la giuria che decide che cosa è “la bellezza” e quindi chi è ammesso a partecipare alla gara oppure no.
Fin qui tutto bene, ma guai ad adoperare i soliti criteri estetici quando invece ci sarebbe bisogno di rivedere e aggiornare i concetti di arte. Sarebbe come giudicare una pera – mai vista né assaggiata prima – coi criteri della mela. Se nella pera non si riesce a riconoscere la forma di un nuovo frutto, questa sarà destinata a rimanere sempre e soltanto una mela bislacca, disgraziata, eccentrica.
Nella storia dell’arte e della letteratura, purtroppo queste sviste non sono rare. Basta pensare ai primi tempi dell’Impressionismo, in cui quei poveracci di pittori continuavano a venir disprezzati come degli “imbianchini” perché i loro quadri venivano considerati approssimativi, mal rifiniti. Ciò che sarebbe diventato il segno distintivo di una nuova arte – la pennellata veloce, libera, capace di trattenere l’ “impressione” del momento per fissarla sulla tela – all’inizio venne snobbato come incuria, come incapacità tecnica, come goffaggine espressiva, ecc.
Del resto, sparar giudizi è molto più facile quando si ha un mirino, e il mirino non è altro che il reticolo di coordinate estetiche dominanti, ufficiali. Le “opere d’arte” assennate, convenzionali e giudiziose si sono sempre – in ogni epoca – supinamente adeguate a questo reticolo, e si son sempre messe un bel bersaglio rosso al centro caso mai non dovessero venir riconosciute come tali, per essere colpite esattamente dove il critico s’apprestava a colpire. Un bel giochetto, insomma. Quando invece un’opera, prima ancora d’avere queste o quelle caratteristiche – cioè prima ancora di manifestarsi nei suoi qualia estetici – s’azzarda e si carica del gravoso compito di spostare quelle coordinate, il bersaglio rosso viene drammaticamente sfasato rispetto al centro e il critico all’improvviso perde la sua mira. Non sa più dove sparare. Oppure spara al vecchio centro, – che vede solo lui – poi manca il colpo e se la prende con l’artista.
Degli “Increati” è stato recentemente scritto: “L’opera dividerà senz’altro la critica, che dovrà interrogarsi sul valore letterario di un consapevole, se pur ordinato, “delirio” e trarre il nettare, là dove nettare ci sia, da questa dolce effusione di narcisismo creativo”. E anche: “Credo che solo un contatore automatico potrebbe registrare, per esempio, le troppe volte in cui in questo dettato straripante compare la formula “la morte che viene prima e la vita che viene dopo”. Moresco appare come un maestro di scuola che non si stanca di ripetere anche ai banchi un suo slogan immutabile. […] Moresco avrebbe bisogno di qualche “editor” che nel suo stesso interesse si permettesse di intervenire con le forbici”.  
Là dove si sarebbe potuto riconoscere un nuovo spirito letterario, e riadattare i propri giudizi seguendo la curvatura del reale, si sono usati invece sempre i medesimi vecchi tre o quattro tasselli critici, per nulla adeguati né sufficienti a render conto della multidimensionalità della “cosa” valutata.  Ognuno di questi giudizi scaturisce infatti da un paradigma letterario obsoleto, da una visione del mondo tutta da svecchiare. Parlano di delirio perché hanno in mente sempre la stessa robotizzata idea di realtà, che non accennano a mettere in discussione; tacciano l’opera di narcisismo perché sottintendono un ben preciso rapporto tra “Io” e “Mondo”, che danno per scontato e immutabile. Parlano di nettare come se il libro fosse un frutto da spremere e di cui godere – presupponendo una concezione mercantile, conviviale, da “basso impero” dell’opera, cioè l’opera innanzitutto come maiale di cui non si butta via niente. Parlano di “troppe volte” come se un’economia della narrazione fosse cosa naturale, come se esistesse l’ x volte giusto per dire una cosa. Vien da dire che se ci dovesse proprio essere un delirio, il vero delirio sarebbe il loro. Hanno applicato il paradigma economico a quello letterario, cioè valutano il letterario in base a criteri, leggi e valori propri di un’altra disciplina. Che cosa succederebbe se li applicassero anche alla musica? Per fortuna non sono ancora arrivati a tanto! Non si potrebbe più sentire la stessa frase musicale o lo stesso ritornello, ti direbbero che è un inutile spreco, che è già stato udito…  
A dar fastidio è che questo genere di critiche, con la loro sfrontata sufficienza, intanto zitte zitte pervertono l’intenzione dell’opera, la involgariscono: presuppongono intenti e propositi che l’opera non ha, e poi la giudicano negativamente perché incapace di raggiungerli. Sono come quei marinai sessisti che vedono per la prima volta una magnifica terrificante polena sulla prua di una nave e si lamentano perché non è una bella fighetta.

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